15.9 Locale, nazionale e internazionale: una “lunga storia”
In una storia degli «spazi politici» – ha osservato lo storico Charles Maier – i territori permettono di riconnettere la periferia al centro; essi valorizzano i contesti sociali-culturali e l’antropologia delle istituzioni (la dimensione umana). Nella storia degli Stati e delle narrazioni nazionali è possibile riconoscere territori che si caratterizzano per una loro peculiare “cultura politica”. Si tratta di spazi la cui natura di “regioni politiche” travalica i confini, la personalità giuridica e amministrativa, riguardando le trasformazioni sociali e culturali di lungo periodo che avvengono nel rapporto interattivo tra spazi diversi (locale/globale, nazionale/transnazionale). Esistono numerose “regioni politiche” nella storia europea e l’Italia aggiunge sue forti peculiarità: il territorio è uno spazio sociale laddove una cultura politica egemone concorre a trasmettere nel tempo un senso civico di appartenenza (le motivazioni dell’agire politico in un contesto democratico). Se in diversi paesi d’Europa (Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna) nuove fratture hanno provocato il venir meno di “regioni politiche” storicamente connotate, in Italia la scoloritura delle aree rosse (verso cromatismi rosa o arancione) ha provocato una profonda trasformazione.
La penetrazione leghista nell’“Italia rossa” si ebbe vistosamente nelle elezioni europee del 2009, dall’Umbria fino all’Emilia-Romagna: ovvero, nelle aree periferiche del “sistema” di poli urbani dislocati lungo la via Emilia, a Piacenza e nei piccoli centri della riviera romagnola (fino alle Marche). Il picco del consenso si ebbe l’anno dopo nelle elezioni regionali, quando presidenti leghisti si ebbero nella regione capofila del Veneto e in Piemonte. Sopravvenne una crisi verticale del partito (2011-2012) con scandali finanziari e un cambio generazionale guidato da Roberto Maroni: si aprì una terza fase nel rapporto con il territorio. Il nuovo leader Matteo Salvini intraprese la trasformazione della Lega da interprete del “malessere del Nord” a partito nazionale nel nome dello slogan “Prima gli Italiani”: si produsse una discontinuità con le tematiche territoriali già patrimonio del partito (secessione-devolution-federalismo). La radicalizzazione dei temi anti-europeisti (il contrasto all’immigrazione extracomunitaria e agli sbarchi clandestini, la sicurezza, la denuncia dell’Europa tecnocratica e invasiva verso la rivendicazione della sovranità nazionale) fece della Lega “Noi con Salvini” un partito con forte impronta carismatica e l’interprete in Italia dell’estrema destra populista. Mentre cadeva il temine “Nord” dal simbolo, i consensi della Lega nella coalizione di centro-destra sopravanzarono quelli di Forza Italia, prefigurando la guida di regioni con propri presidenti: dal nord (Lombardia, Veneto e Friuli) alle isole (Sardegna).
Se vecchi e nuovi partiti, promuovendo anche in Italia rifusioni e cartelli politico-elettorali (Casa della Libertà e Ulivo, Popolo della Libertà e Partito democratico), tendevano a ridimensionare il rapporto con il territorio a vantaggio di formazioni nazionali con leadership carismatiche, in realtà la geografia elettorale dimostrò il peso di longeve tradizioni civiche e culture politiche territoriali. Se le “regioni politiche” non sono più stabili e definite come in passato e se l’omogeneità socio-culturale si misura intorno a spazi urbani e metropolitani, il perdurante rilievo del territorio nella ridefinizione delle culture politiche è assai peculiare nel caso delle trasformazioni che hanno interessato le “zone rosse” dell’“Italia di mezzo”. Esso insiste sul ruolo non più del partito ma delle amministrazioni e degli amministratori: alla consuetudine nel rapporto tra cittadini e istituzioni si lega la legittimazione comunitaria (tramite reti associative pur non più politicizzate come un tempo) di un sindaco o di un presidente regionale cui si affida la cura dei beni pubblici, ritenuta un valore unificante e identitario, ben oltre le appartenenze ideologiche. Le subculture politiche non erano da tempo più tali, avendo prodotto tradizioni civiche interagenti con le culture della nazione ovvero di un europeismo transnazionale. A Bologna accadde almeno dagli anni Settanta, con i sindaci Renato Zangheri (1970-1983) e Renzo Imbeni (1983-1993);34 a Ravenna con Pier Paolo D’Attorre (1993-1997). Erano figure capaci di ergersi a interpreti di una storia e di una cultura civica tramite una narrazione che recupera la tradizione locale nella rappresentazione del “buon governo” e della “buona politica”. Nella primavera del 2011 le vittorie di un nuovo centrosinistra “arancione”, costruito dal basso e andando oltre le sigle partitiche, accomunarono le storie di una leva di sindaci che fuoriuscivano dai territori e dalle culture civiche: Giuliano Pisapia a Milano, Luigi de Magistris a Napoli, così come a Cagliari e Genova, e in tante altre amministrazioni locali. Allo stesso tempo, bandiere arancioni contrassegnarono i comitati e i movimenti che avevano promosso i referendum sul nucleare e sull’acqua pubblica. In realtà, il movimento non si consolidò e da allora causa la frammentazione della sinistra e la crescente distanza dai territori del Partito democratico, sempre più frammentata divenne la geografia di città e regioni “rosse”; come dimostrarono le vittorie in sequenza del centro-destra a trazione leghista nelle elezioni amministrative e regionali svoltesi tra 2018 e 2019.
Il senso di questa epocale storia della politica – tra processi reali, rappresentazioni culturali e immaginario – ha prodotto tante “piccole storie”, laddove il “momento umano” condensa passaggi profondi, passioni collettive e sentimenti individuali. La ricostruita parabola della cultura comunista in una esemplare zona della Toscana “rossa” – nel medio Valdarno inferiore, già area mezzadrile e quindi noto centro di produzione conciaria –, passando attraverso le formazioni eredi del Pci (Pds, Ds, Rifondazione Comunista, Partito democratico) racconta di una storia di famiglie, gruppi sociali e intere comunità. Tramite testimonianze orali raccolte nell’arco di oltre venti anni, emergono le origini della cultura comunitaria dalla fine dell’Ottocento, le sue componenti distintive (case del popolo, luoghi della memoria, mito sovietico, rituali ecc.) fino agli anni Ottanta del Novecento e, infine, la sua crisi e la sua dissoluzione nel nuovo secolo. «Prevale l’egoismo. Siamo cambiati noi», testimoniò nel 2005 un assessore comunale di Fucecchio, mentre il segretario dei Ds di Montopoli aggiungeva: «oggi c’è poca memoria storica e troppa televisione».35 Fu dunque la somma di trasformazioni locali (il benessere e l’individualismo), nazionali (le illanguidite memorie repubblicane e la straniante arena politica televisiva) e internazionali (la caduta del comunismo, la globalizzazione economica e sociale) a corrodere la cultura politica comunista nel piccolo spazio locale toscano. Eppure, proprio perché una politica territoriale preesisteva alla declinazione del mito sovietico della “piccola Russia” immaginata, sembra rimasto un lascito importante anche dopo la sua scomparsa: un sentimento inter-generazionale di appartenenza alla tradizione civica, sebbene non più mediato dalla politica ideologizzata.
Il peso della tradizione e la vitalità di costumi e mentalità hanno influito nel determinare gli esiti della contesa verificatasi il 26 gennaio 2020 per il governo della regione Emilia-Romagna. Erano in gioco non solo una delle “regioni politiche” più longeve in Europa, ma lo stesso primato del populismo leghista nel Paese, nel più ampio contesto della destra radicale continentale. La geografia del voto (favorevole al presidente Stefano Bonaccini e alla coalizione di centro-sinistra) sembrò ritessere i fili di una tradizione comunitaria quale si fissò tra anni ‘40 e ‘50 nella trasformazione manifatturiera di quelle campagne urbanizzate, contrassegnandone quindi il “temperamento” regionale. Chi se ne rese interprete – in primo luogo il movimento civico cosiddetto delle “Sardine” – beneficiò soprattutto del consenso lungo quella sorta di “metropoli diffusa” che si distende lungo la Via Emilia, mentre una Lega ormai apertamente competitiva primeggiò nelle periferie territoriali della montagna e della bassa pianura nelle province nord-orientali,36 dove già i “bianchi” democristiani e gli “azzurri” berlusconiani godevano di pur minoritari presidi. Il comportamento elettorale non sembrò affatto determinato dall’appartenenza di classe, ma dal contesto socio-culturale. Le storiche e precedenti “fratture” sembrarono riassumersi in una principale: le distinzioni socio-culturali tra le città e i territori metropolitani e le aree invece interne o periferiche. Memoria pubblica, narrazione sociale, morale comunitaria e capacità di fare i conti con le trasformazioni di qualità della vita e sviluppo economico interagivano nel rendere vitali i retaggi di una tradizione civica.