15.8 La trasformazione delle culture politiche territoriali
Nell’Italia repubblicana, nonostante il congelamento e le contrapposizioni radicali degli anni della Guerra Fredda, si ebbe un significativo processo di integrazione delle culture politiche territoriali, grazie all’ancoraggio nello Stato e nella nazione promosso dai partiti popolari di massa. Originate nell’Italia liberale come “subculture” (socialista, cattolica, repubblicano-mazziniana) e strutturatesi intorno alle amministrazioni di città e province, esse si fecero veicolo di civismo, apprendistato alla partecipazione e governo locale; con radici anche lontane nella storia delle città italiane, come ci ricorda il politologo statunitense Robert Putnam. Nelle reti comunitarie aventi come epicentro le amministrazioni locali e regionali (dopo il 1970) sorsero modelli di integrazione in cui interagivano istanze locali, imperativi nazionali e orizzonti transnazionali, capaci di prefigurare processi più ampi di politicizzazione e di civilizzazione. Del resto, fuoriuscendo dallo stereotipo di un Nord progredito e moderno e di un Sud arretrato e arcaico, a un indistinto dualismo occorre sostituire l’attenzione verso modelli regionali ad alta politicizzazione pur presenti nel Mezzogiorno (come la Puglia e la Sicilia): differenti erano dunque i meridionalismi, analogamente ad altrettanti paesi europei, che una lettura insieme territoriale e transnazionale potrà meglio mettere a fuoco.
La crisi della “Repubblica dei partiti” ebbe una forte impronta territoriale, con differenti declinazioni nel nuovo rapporto tra culture politiche e tradizioni civiche; si andò definendo un mutevole contesto sociale rispetto a quello prefiguratosi nel primo dopoguerra e consolidatosi lungo il secondo dopoguerra. Le relazioni tra società e politica ebbero a lungo nel territorio un luogo di incontro e reciprocità, sia per l’“Italia rossa” sia per l’“Italia bianca”, declinazioni complementari di quella “terza Italia” imprenditoriale (già contadina e operaia) che animò lo sviluppo del Paese tra la dorsale adriatica e appenninica centro-settentrionale. Preesisteva l’impianto di culture politiche territoriali che si sedimentarono attraverso storie comunitarie e pratiche sociali, rituali e simboli, visioni del mondo, come risposta a fratture nella società – ci ha insegnato uno scienziato della politica come Stein Rokkan – le quali originarono perduranti identità collettive e formazioni politiche intese a rappresentarne gli interessi in conflitto nelle istituzioni (locali, nazionali, sovranazionali persino). Nella transizione di fine Novecento da un modello consensuale (con il sistema proporzionale) a un modello maggioritario, riemerse la frattura tra centro e periferia e altre dirompenti se ne aggiunsero: tra partiti populisti ed altri nvece inseriti nel sistema politico, tra partiti con grado diverso di adesione o rifiuto dell’europeismo, tra partiti favorevoli o contrari a politiche di integrazione dell’immigrazione extracomunitaria.
Avviata già negli anni Ottanta ed esplosa negli anni Novanta, la crisi dei tradizionali partiti di massa fu apertamente disvelata dall’affermazione della Lega Nord. Essa comportò una dissociazione tra il territorio e la politica nazionale: la valorizzazione dell’identità locale e regionale divenne un fattore di mobilitazione “populista”. Essa contrappose il Settentrione (tra Lombardia e Veneto, fino a Piemonte, Liguria e Friuli) allo Stato centrale, accusato di essere corrotto e fiscalmente prevaricatore. Nella fase originaria la Lega ebbe un carattere federalistico e autonomista, coniugando la rappresentanza degli interessi del Settentrione con una retorica antipolitica, fatta di antimeridionalismo e anticentralismo. Lo slogan identificativo fu “Roma ladrona”, compendio di forti umori e sentimenti populistici.
La mappa politica dei territori venne “rivoluzionata” nel 1994 dall’affermazione del polo di centro-destra. Media e giornalisti rappresentarono un’Italia maggioritaria e bipolare a due colori, rosso e azzurro, come accadeva da tempo per gli Stati Uniti. Il nord fu tutto conquistato dal centro-destra, così come accadde intorno alla capitale, mentre persisteva la tradizione delle regioni rosse nel centro. La mobilità del voto e delle alleanze fu tale da scomporre la geografia territoriale solo due anni dopo, quando il polo di centro-sinistra unito riconquistò diverse aree, così come accadde nel Lazio e nel sud. In quegli anni la Lega Nord di Bossi declinò la propria ramificata territorialità in aperta chiave anti-partitica, secessionista e anti-sistemica (in favore di una devolution dei poteri sul modello anglosassone). Pur postulando l’indipendenza della Padania, furono la xenofobia e l’ostilità agli immigrati extracomunitari i veri fattori identitari. Ricomposte le alleanze nel centro-destra e al contrario verificatasi una rottura nella coalizione di centro-sinistra, nel 2001 Berlusconi sarebbe ritornato alla guida del governo nazionale. Rimanevano «rosse» le regioni centrali e il centro sinistra manteneva nel nord solo il Trentino e le aree metropolitane intorno a Venezia, Torino e Genova; nel centro-sud, eccettuata la Basilicata, il centro-destra largheggiava ovunque, diventando quasi totalmente «azzurre» regioni come il Lazio e la Campania, del tutto la Sicilia.
Cominciò a sgretolarsi il «sistema» delle giunte rosse che si era creato nel corso degli anni Settanta. Si pensi al caso di amministrazioni locali che cambiarono colore per la prima volta (seppur momentaneamente) nel dopoguerra: a Terni, nel 1993, e soprattutto a Bologna, nel 1999, città simbolo della sinistra riformista di governo. Eppure, mentre l’“Italia bianca”, venuto meno il potere democristiano e quindi il rapporto con lo Stato, si diresse verso la Lega Nord e Forza Italia, al contrario il privilegiato rapporto con i governi locali permise all’“Italia rossa” di perpetuare alcuni fattori di lungo periodo: mutavano le formazioni partitiche e si scolorivano le identità ma persisteva un forte senso di comunità e di tradizione civica grazie al rapporto fiduciario con amministrazioni e amministratori. Scomparsa nel Settentrione anzitempo l’“Italia bianca”, privata di una sua unità partitica e rappresentativa, essa fu ricompresa dall’“Italia verde” (leghista) e dall’“Italia azzurra” (Forza Italia-Popolo della libertà); questa non rispondeva alle logiche della partecipazione tramite le reti associative territoriali ma a un rapporto diretto tra istanze individuali e leader mediatico. Con la secolarizzazione religiosa inoltre anche l’“Italia cattolica” assunse una diversa collocazione territoriale. La divisione non passava più tradizionalmente sopra e sotto il Po, ma attraverso un riposizionamento che aveva come asse indicativo la linea che congiungeva Roma ad Ancona: sopra stava una società laicizzata e in larga misura moderna, sotto invece una società permeata spesso da folclore religioso e costumi tradizionali, con una bassa densità mediamente di “capitale sociale” (associazioni, volontariato, reti solidaristiche ecc.) ed invece fitte reti clientelari, costruite sulla base di una diffusa personalizzazione dei legami politici.