15.7 Politica, piazze e social media
L’insieme di quelle mobilitazioni – di popolo e “populistiche”, ognuna a suo modo – contrassegnò i mutamenti dell’arena pubblica nell’Italia del XXI secolo. Furono i “girotondi” intanto, in Italia, l’occasione in cui per la prima volta i siti internet funsero da collante e propulsore di una rete di gruppi di cittadini dediti a un impegno pubblico di natura politica.28 Fu invece la grande manifestazione di massa promossa dalla Cgil per difendere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e contro il colpo di coda del terrorismo (con l’assassinio del giuslavorista Marco Biagi), a compendiare il caleidoscopio colorato delle diverse culture generazionali. «Padri e figli» insieme, osservarono le cronache,29 «contro il terrorismo e per i diritti». Sarebbe accaduto ancora al “Berlusconi day”, palcoscenico del “popolo viola”. Emblematica fu la figura di «San Precario» nel gruppo dei blogger promotori dell’iniziativa via web; era la figura emblematica della perduta centralità del lavoro nell’epocale trasformazione sociale e produttiva in senso liberistico che si ebbe nel passaggio di secolo. Dalla rete dei social media alla piazza il passo era stato breve: si incontrano «tanti individui, ognuno dei quali porta la propria specificità, rappresenta la propria situazione».30
La gestazione del “Berlusconi day” rappresentò un passaggio di rilievo nel panorama delle manifestazioni di piazza. «Noi non abbiamo inventato niente – raccontò l’organizzatore –, tutti insieme, collegati in Rete, abbiamo solo tirato le fila di qualcosa che – prima o poi – doveva esplodere, perché c’era un’esigenza di politica grande come una casa, altro che antipolitica». Partiti ed élites politiche di entrambi gli schieramenti furono «spiazzati», «quando un intero Popolo si è messo in marcia, dopo essersi auto-convocato e auto-organizzato senza chiedere il permesso a nessuno, solo utilizzando Internet e social network».31 Fu facebook lo snodo nevralgico della mobilitazione, in grado di dar voce a una rete di oltre 100 gruppi sorti localmente. «Il popolo viola chiede la parola», fu lo slogan che più sedusse l’immaginario e avrebbe rappresentato la memoria del movimento anche in seguito. E così fu in occasione del “ritorno” delle donne in piazza: alla petizione, pubblicata in rete dal movimento “Se non ora quando”, risposero in tantissime; dimostrando la forza aggregante e mobilitante del web e dei social media.32 Le mobilitazioni sorgevano e si componevano ormai grazie a inediti protagonisti e reti di relazioni: i social media (facebook, twitter, instagram) intecciavano la vita quotidiana degli individui, i sentimenti di gruppi e comunità, una persuasiva e seducente comunicazione politica. La connettività sostituiva legami tradizionali e alterava le gerarchie convenzionali.
Il problema era riuscire a non disperdere le energie messe in moto, creando un senso di aggregazione e di comunità da far pesare sul piano politico-istituzionale: emerse la riserva di energie presenti nella società civile, rispetto alla crisi di valori e di rappresentanza patite da partiti, sindacati ed élites. È un dilemma che sembra riproporsi; come accadde con l’emergere del movimento “Le sardine”,33 sorto a Bologna in occasione delle elezioni regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio 2020 e diffusosi in tutta Italia. La prospettiva di una conquista leghista della “regione rossa” per eccellenza ingenerò un protagonismo giovanile che rivitalizzò l’universo disperso e rassegnato della vecchia e nuova sinistra sociale e ambientale, transnazionale ed europeista. Un movimento giovanile anti-sovranista coniugò il rifiuto di un linguaggio politico costruito sull’odio e sulla “paura” (l’“avversario”, l’immigrato, il “popolo degli altri”), ridestando un valori identitari della Repubblica democratica come l’antifascismo e i principi costituzionali. Con una sostanziale differenza rispetto al passato e ad analoghi movimenti europei: non si coltivò l’anti-politica (come nel caso anche del primo Movimento 5 Stelle) e anzi si prospettò la volontà di riempire un vuoto di rappresentanza, chiedendo ad essa di sviluppare contenuti e risolvere problemi: il “popolo delle sardine” riempiva le piazze per chiedere alla politica di tornare ad occuparsi del bene pubblico.
Nella complessa relazione tra la crisi della democrazia rappresentativa e la proliferazione di fenomeni populistici, linguaggio politico e social media prefigurano qualcosa di assai diverso dalla “forma-partito” che si affermò nel corso del Novecento: una “macchina organizzativa”, strutturata nel territorio e di massa. Come rappresentare il popolo sovrano con le pratiche della “cittadinanza attiva”? Lo sguardo al passato aiuta a meglio intendere le sfide per un ridestato e vitale patriottismo repubblicano: tramite i valori identitari di una storia transnazionale dell’Italia e degli Italiani che tenga insieme le culture civiche territoriali con l’autogoverno urbano, la centralità del lavoro con l’europeismo, le aspirazioni egualitarie e l’ideale di una mite politica alimentata da forti passioni civili.