15.6 La “via italiana” al populismo

«Mai come oggi […] la scena politica italiana è stata dominata da due schieramenti che si proclamano rispettivamente di destra e di sinistra», scriveva nel 1994 il filosofo Norberto Bobbio, proprio all’indomani della competizione elettorale che portò Silvio Berlusconi alla guida del governo nazionale. Il punto di vista da cui si muoveva non era solo di storia delle idee nel più lungo periodo, poiché si dava conto delle «retoriche» dei due campi. Egli indicò la permanenza di un carattere essenziale di distinzione nel diverso atteggiamento delle due parti – il “popolo di destra” e il “popolo di sinistra” – verso l’idea di eguaglianza.

[…] eguaglianza e diseguaglianza sono concetti relativi. Né la sinistra pensa che gli uomini siano in tutto eguali, né la destra pensa che essi siano in tutto diseguali. Ma coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella loro condotta morale e nella loro iniziativa politica, a ciò che rende gli uomini eguali, o ai modi di attenuare o ridurre i fattori di diseguaglianza; mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le diseguaglianze siano un dato ineliminabile, e che in fin dei conti non se ne debba neanche auspicare la soppressione.22

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N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994, pp. VII-VIII.

Il concetto di popolo e lo scivolamento del confine tra “destra” e “sinistra” sono all’origine dei “populismi” emersi tra i due secoli. Muovendo ancora dal piano dei valori, le “rivoluzioni” liberali e liberiste degli anni Ottanta e Novanta posero invece in discussione la visione della sinistra come la parte della società e della politica che ha sviluppato l’ideologia individualista di ascendenza illuministica attraverso la triade di diritti affermati dalla Rivoluzione francese (libertà, eguaglianza, fraternità); allo stesso modo in cui la destra ha maggiormente difeso la visione armonica e organica della società. Con la globalizzazione (il mancato governo dell’immigrazione extracomunitaria, le periferie impoverite e deindustrializzate, la crescita delle disparità sociali, il peso delle élites tecnocratiche sovranazionali ecc.) una frattura nuova intervenne nel determinare l’emergere di diffusi movimenti populistici: i valori di una “società aperta” che tuteli le libertà individuali, le diversità e le identità plurime, sorvegli e stimoli le istituzioni democratiche.

A quasi trent’anni da Tangentopoli possiamo osservare che in Italia si sono sviluppate quattro principali esperienze di populismo politico: la Lega Nord già dai primi anni Novanta e il Movimento 5 Stelle dopo la crisi economico-finanziaria nel 2011, le due forme di cosiddetto “telepopulismo” personificate dapprima da Silvio Berlusconi e quindi da Matteo Renzi, entrambi più per la forte leadership che grazie alle loro formazioni politiche. Quello della Lega Nord, con la guida di Umberto Bossi, fu in origine un populismo regionalista, che il nuovo leader Matteo Salvini (dal dicembre 2013) trasformò nel progetto di una politica nazional-populista, sul modello del Front National di Marin Le Pen in Francia. Capacità comunicativa e retorica populista furono i fattori caratteristici del “partito personale” promosso da Berlusconi, con la conquista del governo nazionale e l’avvio di un ciclo più che ventennale di egemonia politico-culturale del polo di centro-destra, dapprima con Forza Italia e la Casa delle libertà, quindi con il progetto di una alleanza elettorale e successiva formazione federativa, denominata Popolo della libertà e con l’esplicito richiamo a “Berlusconi Presidente” (tra 2008 e 2013).23 L’Italia fu dunque il primo paese europeo ad avere formazioni nazional-populiste alla sua guida, essendo Lega e Forza Italia-Popolo della libertà complementari tramite le due leadership e le loro strategie politiche.

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S. Berlusconi, Verso il Partito della Libertà: l’identità, i valori, il progetto, Mondadori, Milano 2006.

A seguito della crisi economica del 2007-08, anche in Italia, come stava accadendo in altri paesi europei (in Spagna con il movimento degli Indignados, in Grecia con il movimento di Syriza), emerse una sorta di “populismo democratico”; ovvero, investendo sul contrasto all’esclusione sociale e alle politiche europee di austerità. Del tutto peculiare fu comunque la forma di mobilitazione promossa da Beppe Grillo, noto personaggio dello spettacolo, che si fece portavoce di un movimento di protesta attraverso azioni che intrecciavano le “piazze” materiali e virtuali. Quando nel 2007, l’8 settembre (una data simbolica nella storia italiana, per enfatizzare l’assenza dello Stato), il movimento degli «amici di Beppe Grillo», in contemporanea in diverse città, promosse il «Vaffa day» a Bologna, si prefigurò l’emergere sul piano nazionale di un nuovo soggetto politico capace di produrre un effetto dirompente. Il Movimento 5 Stelle si diffuse grazie alla rete, il blog di Grillo (testata e sede insieme) e più tardi il sito del movimento (la piattaforma Rousseau, dal 2016), nell’idea di promuovere una forma di democrazia diretta, in aperta polemica verso i partiti (vecchi e nuovi). Tramite la rete nasceva una «comunità politica»,24 oltre gli steccati ideologici tradizionali: «un’idea è buona o cattiva, non è di destra o di sinistra»,25 avrebbe rimarcato Grillo. La comunicazione avveniva tramite l’adozione dei «Meetup», un social network già sperimentato negli Stati Uniti. Se risaliva alla primavera-estate del 2007 la presentazione di prime liste civiche, con il Vaffa-Day si raccolsero le firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare, intesa a reintrodurre le preferenze e a moralizzare il Parlamento, con l’esclusione di chi avesse avuto condanne penali. Si insisteva sull’idea di un «cittadino attivo» e sulla pratica di una «rete partecipata», assunta come modalità di confronto e di decisione, con una forte e indiscussa figura carismatica – vietata fu la parola «leader» – come quella di Grillo alla testa del movimento.26

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D. Fo, G. Casaleggio, B. Grillo, Il grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il movimento 5 stelle, Chiarelettere, Milano 2013, p. 11 (citazione di Gianroberto Casaleggio).

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Ivi, p. 91.

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Ivi, p. 78.

Con gli effetti della crisi globale di natura economica e finanziaria e e della crisi ormai non più gestibile del “debito sovrano” statale, nel 2011 l’usura dell’alternanza tra coalizioni di centro-destra e centro-sinistra indusse il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a promuovere un governo tecnico, guidato da Mario Monti con il compito di impedire il default dello Stato. Si produsse una ulteriore sfiducia nella classe politica, additata nel discorso pubblico come “la casta”, sull’onda di inchieste che enfatizzarono una retorica diffusa sulla degenerazione delle istituzioni rappresentative.27 La congiunzione di fattori esterni e interni – i costi della globalizzazione economico-finanziaria, le politiche di austerità dell’Unione Europea, il massiccio fenomeno dell’immigrazione extra-comunitaria, la corruzione e scandali come “Mafia Capitale” – provocò nel Paese un sentimento di protesta populista pari e forse maggiore che nei primi anni Novanta. Nelle elezioni politiche del 2013 fu il Movimento 5 Stelle a porsi come l’animatore di una ridestata partecipazione diretta alla politica nei territori (nelle ex “regioni rosse” e soprattutto nel Sud) e il portavoce dei cittadini nelle istituzioni contro i privilegi della “casta”; esso scompaginò la competizione bipolare tra centro-destra e centro-sinistra e pose in discussione gli equilibri sociali e politici, con la ricostruzione di tessuti comunitari , la condivisione di pratiche sociali e nuove narrazioni.

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G. A. Stella, S. Rizzo, La casta, così i politici italiani sono diventati intoccabili, Rizzoli, Milano 2007.

Su un piano analogo e dunque nella prospettata “rottamazione” della vecchia classe politica, dopo aver conseguito la leadership nel Partito democratico su posizioni post-ideologiche (rispetto alla tradizione della sinistra) e conquistato la guida del governo nazionale nel febbraio 2014, un’aggiornata espressione di “telepopulismo” e di personalizzazione della politica fu invece promossa da Matteo Renzi. Il successo conseguito nelle elezioni europee del giugno 2014 e l’accordo definito con Berlusconi (“Patto del Nazareno”) prefigurarono il progetto di una divisiva e dirompente riforma del sistema politico: la “democrazia del pubblico” avrebbe dovuto trovare una sintesi tramite l’affidamento diretto e plebiscitario (non avallato dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016) a un leader che fungesse da collante tra i ridefiniti poteri di una democrazia rappresentativa in crisi di legittimità. In realtà, la mancata chiusura della transizione evidenziò ancor più il problema di una democrazia cui si chiedeva di dare piena rappresentanza alla sovranità popolare tramite nuovi attori e pratiche di cittadinanza attiva.

I risultati emersi nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno rimarcato ancor più le peculiarità dei populismi nel “caso italiano”. Avendo come avversario l’universo intero dell’establishment (politico, istituzionale, economico, finanziario), il successo delle forze populiste – Lega e Movimento 5 Stelle – produsse il paradossale esito di un governo nazionale tra soggetti con programmi anche conflittuali e però accomunati da un “contratto” su temi ritenuti identitari, senza quindi la necessità di valori condivisi. La “democrazia del pubblico” affermava così in Italia un esempio di governo populista post-ideologico, tale da mettere in discussione il modello rappresentativo e incuneare pratiche dirompenti di democrazia diretta nella prassi legislativa (il voto su proposte di legge da parte dei militanti 5 Stelle tramite la propria piattaforma Rousseau).

Nel primo ventennio del XXI secolo, alle forme più strutturate di populismo si aggiunsero ciclicamente manifestazioni diverse, con movimenti temporanei e fortemente tematizzati, riconducibili alle culture politiche del variegato universo di sinistra (libertaria, sociale, ambientale ecc). L’asse sinistra/destra era in movimento ovunque. Mentre alla fine degli anni Novanta 13 dei 15 governi dell’Unione Europea erano di centro sinistra, negli anni recenti le proporzioni si sono invertite a vantaggio del centro-destra. In Italia le formazioni partitiche della sinistra ebbero difficoltà persistenti nella progettualità politica e nel darsi parole d’ordine sulle quali strutturarsi. Numerose furono comunque le forme di protagonismo popolare indotte dalla polemica anti-berlusconiana, divenuta il persistente collante unificante: le manifestazioni no-global (Genova, luglio 2001) e pacifiste (Roma, 5 febbraio 2003), la mobilitazione sindacale della Cgil di Sergio Cofferati (Roma, 23 marzo 2002), i “Girotondi” intorno ai luoghi nevralgici della democrazia e della legalità repubblicana (gennaio-settembre 2002), il primo Vaffa day di Grillo (Bologna, 8 settembre 2007), il “popolo viola” al Berlusconi day (Roma, 5 dicembre 2009), il ritorno delle donne in 230 piazze con il movimento “Se non ora quando” (13 febbraio 2011), la mobilitazione contro le “leggi antibavaglio” (tra 2010 e 2011).