15.5 Antipolitica e società civile, giustizia e criminalità mafiosa

Nella storia della democrazia rappresentativa, il populismo ne costituisce una variante critica; essa promuove una sorta di “controdemocrazia”, la quale si basa sul rapporto diretto tra un leader e il «suo popolo». L’appello ad esso contro l’élite di potere e l’establishment è rivendicato in nome di un esclusivismo che il leader individua come mezzo grazie a cui selezionare chi ne possa far parte, corrodendo l’essenza del principio della generalità del popolo sovrano. Il populismo rappresenta quindi una sfida aperta verso la democrazia occidentale, poiché esso è un fenomeno politico che ridefinisce le principali caratteristiche della sfera pubblica; la rappresentanza, la partecipazione critica della società civile, la sovranità popolare, l’organizzazione partitica, il conflitto, la legittimazione dei poteri. Se le manifestazioni recenti del populismo ebbero differenti scenari tra Europa e Americhe, la peculiarità del caso italiano fu quella del paese che prima di altri, tra le democrazie costituzionali del secondo dopoguerra, dal decennio di fine Novecento registrò la presenza di formazioni politiche “populiste” nel governo nazionale.

Le culture politiche otto-novecentesche ebbero origine dall’interpretazione del passato, a partire dal Risorgimento e transitando per le due guerre mondiali, il fascismo e la Resistenza, la Repubblica e la sua Costituzione. Sussistono pertanto eredità e genealogie anche lontane; le diverse culture politiche di massa – come osservò il sociologo Carlo Tullio Altan – condivisero la declinazione in proprio di una sorta di “volontà popolare”; ovvero ideologie politiche e loro trasformazioni nel rapporto con progetti di società che facevano appello al popolo, innalzato a uno status giuridico, simbolo e legittimazione del potere. Nell’ambito di una democrazia rappresentativa e parlamentare – come l’Italia – che si fonda sull’affermazione della sovranità popolare (art. 1 della Costituzione), l’appello al popolo mutò significato e forme nelle diverse fasi della storia repubblicana. Esso fu interpretato con una certa efficacia dai partiti di massa fino agli anni Settanta; fu grazie all’ancoraggio sociale e popolare delle culture politiche che la mediazione statalista e i livelli di benessere raggiunti permisero alla democrazia repubblicana di conquistarsi un crescente consenso. La scomparsa invece dei grandi partiti come luoghi di mediazione e la crisi di fiducia verso le istituzioni rappresentative lasciarono spazio a diversi linguaggi e modelli di “populismo”, favoriti da fattori concomitanti: la debolezza dello Stato nazionale nella difesa dei ceti più disagiati, i costi sociali della globalizzazione economica, l’insofferenza verso le élites al potere, la “democratizzazione” in senso individualista della comunicazione tramite i social media.

Un dilemma rimase però incompiuto: invece di una cultura democratica e dello stato repubblicano, la diffusa pedagogia della politica legittimò l’affermazione di una “partitocrazia”; venuta meno e dissoltasi nel biennio 1992-1994, essa lasciò campo aperto a manifestazioni di una altrettanto pervasiva antipolitica di variegato carattere populistico, con istanze radicali e di denuncia della frattura tra élites governanti e “governati” (tra oligarchie tecno-finanziarie e cittadini). La crisi della “Repubblica dei partiti” produsse una diffusa retorica anti-istituzionale, nel ricorso alle virtù della società civile e nella ricerca di forme nuove di leadership. La rilegittimazione di contenuti e immagine del popolo propri dei populismi assunse una chiave anti-partitica e spesso anti-politica, la quale corrose in modo dirompente anche i linguaggi e le rappresentazioni più radicate nella narrazione repubblicana – il “popolo comunista”, per esempio –.

Ancora prima di Tangentopoli e dell’inchiesta “Mani pulite”, l’Italia era costellata di realtà investite da fenomeni eclatanti di corruzione politica, malaffare e criminalità organizzata (con mafia, camorra e ndrangheta). Fu dalla Sicilia, nella cosiddetta «primavera di Palermo», originata dalla ribellione verso la pressione sanguinaria della mafia, che venne un esempio di mobilitazione civile, a sostegno dell’azione della magistratura e del pool antimafia. Ciò accadde contestualmente alla sentenza di condanna nei confronti dell’organizzazione “Cosa Nostra” nel primo maxiprocesso del 1987, il quale segnò una pesante sconfitta per l’organizzazione criminale mafiosa e avviò una nuova fase. Su un piano, se la mafia siciliana aveva prodotto la mafia americana, il maxiprocesso ne evidenziò le interrelazioni e le reciproche interferenze, ponendo i conflitti tra le cosche e i gruppi affaristici in una rete criminale globale, con una dimensione transcontinentale (in primo luogo attraverso l’emigrazione italiana). Su un altro, emerse che come fenomeno criminale la mafia si definiva in una mutevole correlazione (tra contiguità, complicità, intrecci perversi) con le culture le istituzioni e gli apparati repressivi che la contrastavano; fu con tale consapevolezza che la strategia investigativa e giudiziaria del pool antimafia condusse in seguito all’individuazione degli assassini dei giudici Falcone e Borsellino (tra maggio e luglio).

Ebbene, a Palermo, il sindaco Leoluca Orlando diede vita a una «giunta anomala» rispetto al quadro partitico nazionale proprio muovendo da un tale contesto (era esponente della sinistra democristiana e fu già collaboratore di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980). L’obiettivo ambizioso era di eliminare le collusioni tra mafia e politica tramite «la trasversalità degli onesti». Fu una sfida che dalla Sicilia si estese a tutto il territorio nazionale. Dalla società civile sorgevano movimenti trasversali in altrettante città (a Milano come Torino) laddove più forte era stata l’eco di scandali politici e amministrativi; si dava voce a istanze locali e territoriali in una prospettiva di rinnovamento della politica nazionale sulla base di principi etici, non pensabile senza i radicali stravolgimenti internazionali e italiani di quegli anni. Furono le realtà da cui venne nel 1991 la spinta a rifondere storie personali e ascendenze culturali alquanto diverse nel Movimento per la democrazia “La Rete”, la prima esperienza politica post-ideologica del secondo dopoguerra. In essa confluirono credenti disillusi dalla Dc e critici nei confronti dell’unità politica dei cattolici, ambientalisti ed esponenti laici, militanti della sinistra disorientati per la crisi e la disgregazione del comunismo (Leoluca Orlando, Nando Dalla Chiesa, Diego Novelli, padre Ennio Pintacuda, Carmine Mancuso, Antonino Caponnetto, ed altri ancora).

Mettendo al centro il primato della ragione etica, la Rete propose un progetto politico alternativo a quello dei tradizionali e delegittimati partiti di massa, valorizzando una struttura orizzontale e territoriale, chiamando all’impegno i cittadini su temi e istanze disattese (la legalità, la lotta alla mafia e l’appoggio alla magistratura; le questioni ambientali e sanitarie, la pace internazionale, il federalismo europeo). Significativo e precursore fu il simbolo prescelto: sette volti stilizzati di persone sorridenti su fondo rosso. Così facendo, spiegò Orlando, «il nostro è l’unico simbolo con la gente dentro»;21 era un appello al popolo che prefigurava una stagione di mobilitazioni civili, antipartitiche e antipolitiche per quanto fortemente desiderose di una “nuova politica” con al centro i cittadini. I risultati sul piano elettorale non furono però gratificanti: nonostante un buon esordio nel 1992, la sconfitta elettorale del 1994 nell’alleanza dei Progressisti, indusse la maggioranza dei militanti e dei dirigenti della Rete a continuare l’impegno civile e politico nell’Ulivo di Romano Prodi e quindi a rifluire nei Democratici. Rimasero l’esperienza e l’esempio di un movimento che dimostrò le potenzialità di un’azione volta a portare in politica la tensione morale del Paese, elevandola a tema della discussione pubblica, ponendosi come agente di trasformazione sociale e come simbolo delle spinte riformatrici della nuova «società civile».

La vicenda di Tangentopoli fu la spia di una crisi sistemica peraltro in atto, con una paralizzante commistione tra degenerazione della classe politica e comportamenti di massa fortemente condizionati dalle pulsioni antipolitiche delle emozioni collettive. La congiuntura degli anni 1992-1993 fu tale da provocare, in Italia più che in altre democrazie, effetti destrutturanti. Anzi, le emozioni anti-politiche furono tali da risultare sproporzionate rispetto alle cause e condizioni “oggettive” della crisi, con un moto contro la classe politica tanto radicale quanto indiscriminato. Le “piazze antipolitiche” (mediatiche e materiali) contrassegnarono quel passaggio di crisi della Repubblica attraverso una retorica che demonizzò i partiti come soli responsabili; quando erano i dilemmi più complessi della crisi della modernità che il Paese stava vivendo a inceppare la democrazia repubblicana. Il fatto è che non solo gli episodi di corruzione politica continuarono anche dopo Tangentopoli ma che la carica antipolitica divenne un fattore strutturale della nuova arena pubblica, continuando ad esserlo nei primi decenni del XXI secolo.

La tendenza alla personalizzazione della politica ebbe nel frattempo un nuovo protagonista con l’ex magistrato Antonio Di Pietro, il più noto tra i membri del pool milanese di “Mani pulite”. Abbandonata la toga, nel marzo 1998 promosse il movimento «L’Italia dei Valori», poi «Lista Di Pietro», contribuendo alla declinazione in senso populistico e leaderistico della transizione italiana.