15.4 La transizione incompiuta
Tra il 1992 e il 1994, in quello che fu definito il “biennio grigio”, il mancato rinnovamento delle istituzioni comportò il crollo definitivo dei partiti storici. Quando alla crisi politica e morale si aggiunse una grave crisi economico-finanziaria, il discredito dei partiti era ormai tale che, per la prima volta nella storia della Repubblica, a dirigere il governo del paese (dal 29 aprile 1993 all’11 luglio 1994) fu chiamato non un parlamentare ma un tecnico, vale a dire Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia.
Fu però un disastro senza rifondazione. Nel breve volgere di tempo, furono reiterate erogazioni pubbliche a vantaggio delle attività elettorali, editoriali e organizzative svolte dai partiti. Ad esse, però, come avveniva generalmente laddove le istituzioni concorrono al sostegno dei costi della politica, non corrispose un effettivo adeguamento dei partiti alle regole del controllo democratico e della trasparenza. Il sistema politico rimase sospeso tra un prima e un dopo, senza una rigenerazione della partecipazione e senza la riforma dell’assetto istituzionale in senso compiutamente maggioritario. Non furono le istituzioni ad essere modificate ma i protagonisti dello spazio politico a mutare gerarchia, attraverso il riposizionamento della classe politica e la nuova centralità dell’opinione pubblica, svincolata sempre più dalle appartenenze ideologiche tradizionali.
Fu la politica locale a dare ossigeno all’intero sistema politico repubblicano dopo Tangentopoli e a inviare primi segni di rinnovamento: con i movimenti etno-regionali e ambientalisti, i partiti che ambivano ad essere “post-moderni” cercarono una legittimazione attraverso candidati che interpretassero al meglio le tradizioni civiche. Con l’introduzione del sistema maggioritario nel voto locale e con l’elezione diretta di sindaci e presidenti di provincia (legge n. 81 del 25 marzo 1993), la macchina tradizionale dei partiti parve soccombere rispetto alla logica personalistica e leaderistica della nuova forma di rappresentanza. Le elezioni amministrative dell’autunno 1993 segnarono l’inizio della “stagione dei sindaci”, eletti direttamente dai cittadini, con il sostegno di proprie liste civiche e investiti di maggiori poteri. Esse fecero di alcune grandi città – Roma, Milano e Napoli – altrettanti laboratori della politica che stava cambiando. La manifestazione di opzioni elettorali «libere» da ancoraggi ideologici mise in crisi le tradizionali appartenenze partitiche. Sebbene la “stagione dei sindaci” aprisse nuove contese di legittimazione tra la dimensione locale e lo spazio nazionale, la loro elezione diretta portò alla ribalta e proiettò nei circuiti politici personalità emerse nel territorio e nella sfera delle amministrazioni cittadine, con il sostegno di reti civiche che davano voce a radicati “temperamenti” territoriali e comunitari.
La vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994 come leader del centrodestra in formazione, una volta scomparsi o trasformati i vecchi partiti, sancì l’avvio di una seconda fase nella storia dell’Italia repubblicana; si aprì una lunga transizione senza effettivo rinnovamento. Il ricambio al governo nel 1996 con la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi avrebbe sancito il bipolarismo, riconfermato nel decennio successivo, sempre attorno ai due contrapposti leader (Berlusconi vincitore nel 2001 con il suo “Contratto con gli italiani”20 e ancora Prodi nel 2006), con un’alternanza di potere che però non concorse a rilegittimare le istituzioni. Alla radicalizzazione della contrapposizione, intesa a tenere unito il proprio fronte rispetto a quello avversario, corrisposero l’eterogeneità delle alleanze elettorali e la conseguente inefficacia dell’azione governativa; con l’effetto di trascinare una transizione infinita fino a inaridire le ridestate speranze dei cittadini e determinare le premesse, causa le insorgenti paure alimentate dalla globalizzazione e le aspettative deluse da uno Stato ormai caricato da un paralizzante debito pubblico, crescenti manifestazioni di natura antipolitica.
Se consideriamo quanto è accaduto nella lunga “transizione” dopo il biennio 1992-1994, i fattori di continuità persistono rispetto a quelli di trasformazione; così come emerse con gli effetti della crisi del “debito sovrano” dello Stato nel 2011, causa di un nuovo governo a guida tecnica, affidato a Mario Monti (dal 16 novembre 2011 al 18 aprile 2013). Tra i due “bienni neri” dell’infinita transizione italiana, né i mutamenti istituzionali, né il funzionamento del sistema politico permettono di affermare che avvenne una trasformazione sostanziale nel rapporto tra corpo elettorale, Parlamento e Governo. Prima o seconda Repubblica sono dunque più espressioni del linguaggio politico in uso per scopi ideologici e convenienza comunicativa che configurazioni di effettivi modelli istituzionali. In realtà, furono ben tre i progetti di riforma costituzionale approvati in parlamento, sottoposti all’approvazione dei cittadini tramite referendum. Il primo nella storia della Repubblica si svolse il 7 ottobre 2001 e vide la conferma della modifica, voluta dal governo di centro-sinistra (1996-2001), in senso federalistico del Titolo V della parte seconda della Costituzione. Un nuovo referendum si tenne il 25-26 giugno 2006 e registrò la bocciatura del progetto di riforma voluto dal governo di centro-destra (2002-2005). Da ultimo, fu la volta della riforma costituzionale avanzata dal governo di centro-sinistra guidato da Matteo Renzi, non approvata dal referendum popolare indetto il 4 dicembre 2016.
Nel frattempo si è andato definendo il corto-circuito del declino italiano: causa la stagnazione dell’economia e la sua mancata modernizzazione, l’incapacità di una reazione al cambio favorevole dei cicli economici internazionali, la marginalizzazione crescente del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.