15.3 Quale Repubblica? La crisi del sistema politico
All’inizio degli anni Novanta la crisi della Repubblica e della sua classe politica parve condensare i deficit strutturali della storia italiana: la nazione “introvabile” e sempre più discussa, la modernità contraddittoria, lo Stato “debole” e i partiti “forti”, la frammentazione e la politicizzazione delle classi dirigenti. Fu il giornalista e scrittore Giampaolo Pansa, pubblicando nel 1991 un volume di inchiesta sulla partitocrazia intitolato Il regime, tra i primi e più autorevoli pubblicisti a esplicitare l’immagine di un «passaggio dalla prima alla seconda Repubblica».13 A differenza di quanto avvenne in Francia tra IV e V Repubblica alla fine gli anni Cinquanta, per l’Italia si trattò di un passaggio tutt’altro che risolutivo, essendo mancata sul piano storico-politico una discontinuità istituzionale e non avendo le istanze di riforma (causa il fallimento delle commissioni bicamerali che si susseguirono) comportato un’effettiva revisione della Costituzione del 1948. Inoltre, pesava il ricordo di un uso polemico della definizione, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, pregiudizialmente ostile alla repubblica antifascista e parlamentare. Essendo diffusa però la percezione che si era chiusa un’epoca della storia repubblicana, sull’onda di un discorso pubblico che aveva presto amplificato una tale terminologia, anche gli studi storici assimilarono per lo più la denominazione di uso corrente, finendo con l’accettare l’idea di una “prima” e di una “seconda” Repubblica.
La dissoluzione del sistema politico-partitico fu soprattutto il risultato convergente di tre fattori, interni ed esterni, tra loro reciprocamente influenti: la fine del mondo bipolare e delle appartenenze ideologiche, gli impensati livelli di corruzione politica svelati all’opinione pubblica dall’inchiesta giudiziaria di “Mani pulite” sulla cosiddetta Tangentopoli, la secessione minacciata dalla Lega Nord attraverso la radicalizzazione della “questione settentrionale” (una reazione esasperata contro il centralismo statale e la meridionalizzazione della classe dirigente). Se i fattori richiamati evocavano il dilemma di una debole identità nazionale, altri concorsero nel provocare il crollo del sistema partitico: le politiche economiche virtuose imposte dal trattato di Maastricht per sanare l’enorme debito pubblico accumulato, l’attacco della mafia allo Stato con l’assassinio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli effetti dei due referendum sui temi elettorali (l’abrogazione delle preferenze plurime nel 1991 e del sistema proporzionale per l’elezione del Senato nel 1993) nel favorire comportamenti di voto più liberi rispetto al passato.
I partiti erano andati alle elezioni del 5 aprile 1992 alquanto devitalizzati e quasi rassegnati, ma senza poter prevedere il crollo del sistema. La campagna elettorale era stata più apatica delle ultime. «Più che campagna elettorale sembra una gigantesca expo di banalità»,14 scrivevano le cronache; mentre in televisione la maratona elettorale, sui canali Rai e Fininvest, mandava in diretta l’idea dello sfascio.15 Solo il leader leghista Bossi sembrava consapevole di quanto stava per accadere o almeno se lo augurava. Chiudendo un comizio nelle sue terre “padane”, aveva salutato i militanti in modo benaugurante: «Vi do appuntamento alla tv alle 6 di sera del 6 aprile per i risultati elettorali. Venite con la macchina fotografica. Dal teleschermo uscirà un fatto storico: la distruzione della partitocrazia italiana».16 E così sarebbe stato, non tanto per il voto in sé ma per quello che accadde dopo, dentro e fuori i partiti.
Le inchieste giudiziarie di “Mani pulite”, esaltate dai fautori dello Stato “giustizialista” e denigrate dai critici della magistratura politicizzata, fecero emergere alla luce del sole le profonde trasformazioni verificatesi nella politica italiana. Venuto meno l’originario ruolo di mediazione tra consenso e accesso alle risorse con la crisi finanziaria dello Stato, emerse il nesso stretto fra clientelismo partitico ed estensione della corruzione politica. Se essa era stata un fenomeno rinvenibile nella storia postunitaria, il clientelismo in età repubblicana era stato il risultato di un controllo corporativo del consenso inteso a tutelare i ceti medi come epicentro sociale dello sviluppo economico. Il modello era stato quello del partito clientelare della Dc nel Meridione, ormai attecchito anche in altre regioni. Declinato il ruolo di tutela dei partiti, con la crisi della protezione sociale garantita dallo Stato e con gli effetti dei vincoli finanziari europei, la messa a regime delle tangenti come pratica di tutto il sistema politico rappresentò lo strumento aggiornato del clientelismo, attraverso l’estensione alla pubblica amministrazione e alle attività economiche della dipendenza dai partiti di governo (al centro come nelle istituzioni locali). Per non dire dei legami sempre discussi tra mafia e certi ambienti politici, così come dei mutamenti nei rapporti tra politica e magistratura, accusata in seguito al venir meno del clima giustizialista che accompagnò Tangentopoli di aver surrogato indebitamente i partiti incapaci di rinnovarsi.
Nel corso dei primi anni Novanta parve prefigurarsi una sorta di “democrazia referendaria”, con uno slittamento della consultazione popolare dall’originaria finalità abrogativa a strumento di cambiamento istituzionale. Eppure, nonostante le spie del crescente malessere dei cittadini verso le forme tradizionali della politica, nei partiti prevalsero generalmente un arroccamento difensivo e il rinvio dei problemi. Sintomatico fu il comportamento tenuto verso la campagna dei referendum dispiegatasi all’inizio degli anni Novanta, con l’intento di riformare il sistema elettorale in senso maggioritario. Una prima consultazione, come si è detto, si era tenuta nel giugno del 1991 sulla riduzione del numero delle preferenze elettorali da quattro a una soltanto. Un’insistente agitazione preparò i referendum svolti il 18 aprile 1993. Fra i quesiti posti, uno riguardava l’introduzione di una correzione in senso maggioritario delle elezioni per il Senato e un altro l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. Nel primo caso, nel diffuso clima antipartitico, gli oppositori erano tanti ma silenti. Il politologo Angelo Panebianco li distinse tra i «fautori dichiarati dello status quo istituzionale» (a destra e a sinistra) e la schiera di
quei tanti politici che allignano nei partiti della maggioranza governativa (nella Dc in primo luogo ma anche nel Psi), un tempo molto ciarlieri quando si trattava di magnificare i meriti della proporzionale ma che oggi, stante la crisi del sistema politico, non hanno più il coraggio e la forza di prendere posizione pubblicamente. Politici che non avrebbero nessuna chance di rielezione se la proporzionale dovesse essere abbandonata, se fossero costretti a fronteggiare da soli, non più al riparo di una lista di partito, i loro avversari entro collegi elettorali uninominali.17
L’abrogazione dapprima delle preferenze multiple e quindi del sistema proporzionale per l’elezione del Senato, mutando le regole del gioco e destrutturando l’intrinseco rapporto tra il sistema elettorale e l’organizzazione del consenso ai partiti, pose fine alla prima fase politica dell’Italia repubblicana. L’abrogazione del finanziamento statale ai partiti, con il favore di oltre il 90% dei votanti (il 76,9% degli elettori) sembrò colpire alla radice la loro legittimità in quanto istituzioni di fatto cui era spettato l’effettivo compito di esercitare la sovranità popolare.
Che una fase della storia repubblicana si fosse chiusa, all’indomani del voto referendario, lo rilevò Giuliano Amato, presidente del Consiglio in una fase drammatica della crisi economico-finanziaria dello Stato, giurista e già autorevole collaboratore del leader socialista Craxi:
In gioco erano le regole per la formazione della rappresentanza parlamentare e, di riflesso, dello stesso Governo. In gioco era il ruolo dei partiti e con esso le forme e i modi organizzativi della politica. In gioco era l’assetto di importanti funzioni pubbliche, fra Stato e regioni, fra Stato e mercato. L’indicazione è stata chiara. Si vuole cambiare e si indica la strada del cambiamento, che è certamente politico ma è innanzitutto istituzionale, è di riforme a profonda valenza istituzionale. Si vuole un diverso parlamento, ma lo si vuole in primo luogo diversamente eletto. [...] Si vogliono inoltre partiti diversi, che dovranno essere tali perché destinati al vaglio di nuovi sistemi elettorali e perché non dovranno più attingere a capitoli di bilancio statale.
Quale allora il significato del voto referendario?
Cerchiamo di esserne consapevoli: l’abolizione del finanziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli organi pubblici e collocato fra di essi. È perciò un autentico cambiamento di regime, che fa morire dopo settant’anni quel modello di partito-Stato che fu introdotto dal fascismo e che la Repubblica aveva finito per ereditare, limitandosi a trasformare un singolare in plurale.18
Gli osservatori guardarono soprattutto ai richiami storici e meno a quelli politici, invece più stringenti circa la necessità di una discontinuità nella vita della politica italiana e delle istituzioni. Che il sistema dei partiti fosse al capolinea fu chiaro pochi giorni dopo, quando il parlamento non concesse l’autorizzazione a procedere, chiesta dalla magistratura di “Mani pulite”, nei confronti di Craxi. Le parole del leader socialista rappresentarono l’ultimo atto di autodifesa, prima che le contestazioni di piazza travolgessero la vecchia nomenklatura partitica. Fu una chiamata generale di responsabilità di fronte alla «rete di corruttele grandi e piccole diffuse in tutto il paese», come ammonì Craxi: “Tutti i partiti hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale”.19