1.8 Il Partito repubblicano italiano

Nel secondo Ottocento, prevalentemente sul piano locale e attraverso la guida di città e province – in Romagna in particolare –, l’Italia concorreva a delineare un crocevia di “terre repubblicane” che si estendeva nell’Europa meridionale, dalla Francia alla penisola iberica (tra Spagna e Portogallo). Negli anni del Risorgimento nazionale Mazzini e Cattaneo concorsero alla fondazione di una tradizione repubblicana italiana; anzi, Cattaneo, guardando alle “libertà repubblicane” come un corpo di idee che andava oltre le libertà “borghesi” derivate dalla rivoluzione francese, aveva colto forse ancor meglio di Mazzini il forte nesso esistente tra l’idea di patria repubblicana e la tradizione storica dei Comuni (i territori e le diverse tradizioni civiche). La loro eredità congiunta introdusse nel discorso politico i concetti di nazione e di popolo, di progresso e di associazione.

Esisteva ormai un tessuto comune di valori ideali e di pratiche sociali. Emergevano anche i fattori peculiari della “tradizione democratica italiana”: la centralità dei valori laici e la matrice morale dell’azione politica nella definizione di una religione civile del dovere tanto ricca di simboli e rituali quanto estesa a ogni momento della vita del militante repubblicano (dal battesimo al funerale); un municipalismo democratico non privo di rilevanza in alcune aree centro-settentrionali dell’Italia liberale e che si legittimava sul piano storico-culturale anche attraverso un reinventato mito dei comuni medievali; la rivendicata ridislocazione del potere in termini autonomistici e federalistici, auspice Carlo Cattaneo e la “scuola” dei suoi diversi eredi, secondo le linee di un “progetto repubblicano” che si mantenne vivo dal secondo Ottocento fino ai lavori dell’Assemblea Costituente degli anni 1946-1947 e che legittimò l’avvento della Repubblica e la sua Costituzione. Il progetto si fece mito politico anche sul piano letterario, soprattutto attraverso la poesia civile di Giosuè Carducci, il suo più autorevole e popolare interprete, per diversi aspetti paragonabile a Victor Hugo nel caso della Francia. Esso si alimentava attraverso un classicismo benvisto dalla piccola e media borghesia intellettuale, affascinata dalla Roma antica e dai liberi comuni medievali e propensa a manifestare il proprio dissenso verso il Risorgimento “incompiuto”, nel nome di una religione della patria e di una memoria culturale che non fossero di solo segno sabaudo e monarchico. Nel piccolo mondo dei “repubblicani senza repubblica”, quale quello che si aveva nell’Italia post-unitaria e pre-fascista – tra il 1860 e il 1922 -, Mazzini e Cattaneo furono gli interpreti più evocati; il primo per le sue idee unitarie e associazionistiche, il secondo grazie alle sue propensioni federalistiche. Se apparentemente fu il primo a “marcare” maggiormente la tradizione repubblicana italiana, in realtà l’influenza di Cattaneo continuò a perdurare. In primo luogo, come fonte ispiratrice, nel 1895, del Partito repubblicano italiano e dei suoi esponenti principali (Arcangelo Ghisleri, Oliviero Zuccarini, Giovanni Conti).

Tra i due secoli l’ascesa del movimento operaio-socialista rese ancor più chiara la debole identità progettuale e organizzativa sia del radicale Patto di Roma sia del mazziniano Patto di fratellanza; se l’incunearsi delle parole d’ordine socialiste accelerò la dissoluzione di entrambi, anche nel mondo democratico si andò affermando l’imperativo di una diversa organizzazione della politica. Per circa un ventennio il Patto di fratellanza aveva funzionato come una sorta di surrogato del costituendo “partito” repubblicano. La sua gestazione avvenne attraverso la mediazione e l’incontro fra le tradizioni mazziniana e cattaneana, di cui erano custodi soprattutto le due agguerrite consociazioni regionali, romagnola e lombarda rispettivamente. Il partito sorse non solo come risposta a una sfida sociale non eludibile, pena la scomparsa di un’autonoma tradizione politica organizzata del movimento repubblicano. Entrarono in gioco decisivi fattori generazionali. Superata ormai un’effettiva ostilità alla partecipazione alle elezioni, il passo più difficile da compiere riguardava una chiara distinzione di ruoli tra istanze sociali (cooperativistiche e sindacali), forme organizzative partitiche e rappresentanza politica. Era in questione l’adattamento alla logica del sistema rappresentativo per la migliore tutela politica degli interessi in conflitto, nel quadro delle istituzioni, e non solo locali, come già accadeva e sarebbe avvenuto con successo in alcune aree.

Lo strappo con la tradizione associativa del Patto di fratellanza si ebbe nel segno del modello organizzativo che già era in fase di sperimentazione da parte dei socialisti. Il Partito repubblicano italiano (Pri) sorgeva nel 1895 con una chiara identità programmatica, con la riconferma delle idealità repubblicane e la prospettiva di una democrazia sociale svincolata dalla priorità socialista della lotta di classe. Due anni dopo la nascita del partito, così come era accaduto per le altre due componenti dell’Estrema – i radicali e i socialisti –, anche i repubblicani costituirono un proprio gruppo parlamentare: un organismo di coordinamento nazionale che avrebbe dovuto contemperare la disciplina di partito con la tradizionale dipendenza dei deputati dagli elettori del loro collegio. Più contraddittorio e, di fatto, irrisolto rimase invece il passaggio dalla “galassia regionale” degli anni settanta e ottanta alla costruzione effettiva di un partito nazionale. Il carattere genetico del partito, pluralistico e federativo, sul piano sia politico sia economico-sindacale, non solo si dimostrò irriducibile a un’effettiva prassi di centralizzazione e di disciplinamento nazionali, ma avrebbe ostacolato la stessa azione di proselitismo e di conquista di fasce più ampie dell’opinione pubblica democratica.

Il rapporto fra la tradizione del romanticismo risorgimentale e le implicazioni di una moderna organizzazione politica generò non poche tensioni ideali. Per un piccolo partito di opposizione, con poche unità di deputati in parlamento ma con oltre trentamila iscritti negli anni prebellici, la risorsa ideologica e culturale rappresentava un patrimonio importante di identità e di riconoscibilità. Era sulla natura del “partito educatore” che i propagandisti avrebbero insistito, memori di una collaudata tradizione mazziniana. Che cosa controbattere, allora, alla martellante insistenza dei socialisti sulla priorità della lotta di classe e della questione sociale? Ecco cosa scandiva sul piano identitario Gian Battista Pirolini, il propagandista ufficiale del Pri: «Noi neghiamo che la questione sociale sia soltanto una questione sociale, sia soltanto una questione di stomaco, ma diciamo con Mazzini che essa è una questione di pane e di vino, di educazione e di morale, di politica e religione»22. All’inizio del secolo la nuova generazione si fece paladina di un ritorno a quell’intransigenza dei principi che l’erosione socialista e le lusinghe del potere parevano avere affievolito. Nel 1904 fu costituita una Federazione giovanile, nella pronta emulazione di quanto stava sorgendo nelle file socialiste e prefigurando anche in Italia la presenza nei partiti di organismi autonomi (tra infanzia e adolescenza) per l’apprendistato alla militanza politica. Interprete esemplare di quella generazione di giovani intransigenti fu Terenzio Grandi, abile propagandista nel solco dell’eredità mazziniana. Il suo fortunato opuscolo Cuore repubblicano rinverdì la tradizione educativa dei “catechismi” laici a uso politico, in qualche misura eredi dell’inarrivabile compendio etico-politico di Mazzini sui Doveri dell’uomo.

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G.B. Pirolini, Perché siamo repubblicani (Polemichetta col socialista Bertoldo), Milano 1897, p. 7.

Per noi il cuore, l’educazione civile e morale cioè, è tutto: la conquista di un diritto deve essere il frutto di un dovere compiuto [...]; che sarebbe il partito repubblicano della scuola di Giuseppe Mazzini se non fosse innanzitutto e soprattutto educatore? [...] Ci siamo fatti trascinare troppo [...] dalla gelosia e ci siam dati a scimmiottare i socialisti, come se non avessimo un programma che può dare invece di prendere, ed infatti è stato devastato e, più dannoso che altro e quasi fatale, nelle nostre battaglie non portiamo più le caratteristiche nostre, alla lotta non imprimiamo quella direttiva che più risponde alle tradizioni e ai bisogni del partito, il quale, per voler fare il modernissimo e il positivo, sbaglia, perde la sua fisionomia di partito educatore e rivoluzionario nel contempo, e si uccide.23

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T. Tocci [T. Grandi], Cuore repubblicano, Roma 1907, pp. 3 e 11.

Furono queste le premesse culturali e ideali che, dopo la crisi politica innescata nel partito dai motivi patriottici e nazionalistici al tempo della guerra per la conquista della Libia (1911-1912), avrebbero orientato la ridefinizione dell’identità repubblicana. L’espansionismo coloniale provocò infatti aperte lacerazioni nei vertici del Pri; l’abbandono delle file del gruppo parlamentare da parte di alcuni deputati e di un notabile di spicco come Salvatore Barzilai, di ascendenze irredentistiche e affiliato alla massoneria, assunse un significato emblematico. Fu grazie all’azione culturale rivendicata da esponenti della nuova generazione come Grandi e al magistero sempre vitale di Arcangelo Ghisleri, nonché alla risolutezza di giovani dirigenti come Oliviero Zuccarini e Giovanni Conti, che si ebbe una sorta di rifondazione del Pri, nel tentativo di riannodare le fila dei repubblicani sia nel campo politico sia in quello economico-sindacale.