Con la fine della Guerra Fredda è andato mutando il rapporto tra Stati Uniti ed Europa. Se l’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001 aveva permesso di ritrovare un comune nemico – il terrorismo, che sostituiva il comunismo –, in realtà la rilevanza della sicurezza nazionale rispetto a quella globale rese meno attraente il modello di modernizzazione statunitense: con la minore attenzione verso le periferie regionali del mondo, alla successiva crisi finanziaria del 2007-2008 corrispose la scomparsa di una larga classe media, un tempo il ceto sociale più ricettivo dell’american way of life.
Nelle società occidentali si andò ridefinendo l’arena pubblica; ovvero lo spazio di interrelazione tra sistema politico-istituzionale, mondo dell’informazione e opinione pubblica. La “democrazia del pubblico” (un concetto proposto dal politologo francese Bernard Manin) si sviluppò attraverso la comunicazione (analogica e sempre più in forma digitale) e il marketing elettorale, senza le mediazioni dei partiti politici di massa e delle reti associative tradizionali (sindacati, gruppi di interesse ecc.). La leadership si costruisce, si mantiene e si perde soprattutto attraverso i media; di cui si assimilano codici di comunicazione, stile retorico, gestualità ed estetica seduttive.
Un’analisi comparata e transnazionale può aiutare e ricollocare l’Italia oltre la sfera dell’“anomalia”, restituendo anzi al “caso italiano” la prerogativa più realistica di “laboratorio” di fenomeni di ben più ampia portata nelle democrazie occidentali. Il collasso del sistema bipolare internazionale e il contemporaneo crollo della cosiddetta “prima Repubblica” evidenziarono le peculiarità del caso italiano tra i paesi dell’Europa occidentale. L’Italia visse quel passaggio in modo analogo a quanto accadde nei paesi del blocco ex sovietico con la fine del regime comunista: vennero dissolti tanto il sistema partitico che la quasi totalità della classe politica.
Con la personalizzazione della lotta politica ed elettorale venne messa in discussione la tradizionale distinzione, politicamente intrinseca ai caratteri genetici della “Repubblica dei partiti”, tra la destra e la sinistra, attraverso una crisi della militanza e della partecipazione partitica a cui corrisposero forti spinte di natura insieme antistatale e localistico-territoriale, antipolitica e populistica.
La crisi della Repubblica, politico-morale e socio-economica insieme, comportò l’assunzione del nuovo “vincolo europeo” – gli impegnativi parametri economici fissati nel trattato di Maastricht (febbraio 1992) – come una modalità che suppliva alle carenze di una classe politica che la vicenda giudiziaria di Tangentopoli e le inchieste di “Mani pulite” investirono largamente. Grazie anche all’attivismo del Paese nella politica comunitaria degli anni Ottanta e nonostante gli accordi di Schengen sulla libera circolazione ne sancissero l’isolamento politico-diplomatico rispetto all’asse franco-tedesco, l’Italia riusciva a condividere la nuova fase dell’integrazione europea insieme ai paesi fondatori. Solo gradualmente emerse quali implicazioni avesse il mantenimento dello standard richiesto dall’Unione. Se in anni recenti l’“euroscetticismo” ha interessato diversi paesi, fino a provocare nel giugno 2016 l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea attraverso un referendum, esso non va confuso con le esplicite manifestazioni di anti-europeismo o di “altra Europa” (sovranista e nazional-popolare). Se il processo di integrazione europea si ebbe nella compresenza di diverse espressioni di scetticismo (legate ai riflessi della Guerra Fredda), fu soprattutto il “nuovo” euroscetticismo a corrodere l’ideale europeista: risalva al 1994 il primo gruppo euroscettico nel parlamento di Strasburgo (il gruppo “Europa delle nazioni”).