14.3 Il partito “personale e patrimoniale”: Silvio Berlusconi e Forza Italia
Del tutto fuori dai consueti canali della lotta politica sviluppatisi nel secondo dopoguerra si collocarono invece il processo di costituzione e le modalità di azione impostesi con l’avvento, nel 1994, di Forza Italia. Si affacciava un inedito esempio di partito, espressione diretta di un imprenditore di successo quale Silvio Berlusconi (nato nel 1936), presidente della Fininvest, la società finanziaria che controllava i principali canali della televisione commerciale, ritenuti allora in potenziale pericolo nell’evenienza di un successo elettorale delle forze progressiste e di sinistra.
In vista della consultazione che si sarebbe svolta nel marzo del 1994 con il nuovo sistema di scrutinio in prevalenza maggioritario, Forza Italia fu costruita come una macchina elettorale, con una struttura centrale formata dal personale di Publitalia, la concessionaria di pubblicità della Fininvest. Berlusconi approfittò di Tangentopoli e della dissoluzione della vecchia classe dirigente per una sua dirompente entrata in politica. Il movimento ebbe una originaria natura aziendale, con un rapporto di simbiosi con il fondatore ed erogatore patrimoniale. Il 26 gennaio 1994 ci fu la “discesa in campo” di Berlusconi. Le televisioni di sua proprietà garantirono lo scenario idoneo: dapprima lo spot televisivo su Canale 5 che ne annunciava l’arrivo e verso sera la cassetta mandata alla redazione del Tg 4, diretto dal giornalista Emilio Fede. Un videomessaggio registrato annunciò l’avvio di una narrazione che andava a incominciare:
L’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.8
Se destò una qualche ironia la “valigetta” di propaganda (il “kit del presidente”, il “kit del socio” ecc.), gli osservatori colsero però la sostanza del fenomeno:
Fa tutto da sé, il cavaliere. Si è inventato un partito, gli ha dato un programma, si cerca i candidati e perfino gli avversari giusti. Si è ispirato al proprio passato di cantante per comporre le note dell’inno che farà dimenticare agli italiani l’odiata Bandiera rossa [inno comunista] e lo sfiorito Biancofiore [inno democristiano]. Ha utilizzato il proprio know how di presidente del Milan per dare ai militanti un armamento di simboli forti e ben riconoscibili. Il modello del Milan club, considerato vincente, ha clonato quello dei club di Forza Italia.9
Nel giro di pochi mesi, quella struttura, antipartitica se non antipolitica nei proclami, mostrò una notevole capacità operativa, sia nella selezione dei candidati alle elezioni sia nella promozione di una rete di club in tutta Italia, riuniti in una federazione nazionale. L’apparato elettorale, sostenuto dalla mobilitazione a tutto campo delle televisioni commerciali del gruppo, conseguì un obiettivo impensabile secondo i tradizionali criteri di organizzazione dei partiti e del consenso: il “partito del presidente” Berlusconi guidò la coalizione del cosiddetto “polo delle libertà” alla vittoria nei confronti del polo progressista. La discesa in campo di questo “partito-azienda” immetteva un soggetto nuovo nel sistema politico. Sostenuta sul piano propagandistico e promozionale da club che originariamente altro non erano che comitati elettorali e canali di reclutamento del personale e che solo con il tempo si dotarono di una forma più solida sul territorio, Forza Italia risultava per diversi aspetti assimilabile a certi modelli americani di partito: leggeri nelle forme di organizzazione e della militanza quanto efficaci nella comunicazione, in particolare attraverso un’accentuata personalizzazione leaderistica della lotta politica ed elettorale. Ne sarebbe derivato un ingombrante quanto seducente soggetto politico-aziendale, tramite la spettacolarizzazione della politica sulla base di messaggi semplificati di natura populistica; un “partito del leader” con una vita interna priva di meccanismi di legittimità democratica e volto a perseguire un consenso che si alimentava di una campagna elettorale quasi permanente, soprattutto attraverso la comunicazione televisiva.
Il movimento sorgeva senza cercare una legittimazione storico-culturale. Riemergeva altresì l’immagine, tutta mediatica, del nemico “comunista” ovvero dei loro eredi,10 secondo la rappresentazione di un passato ancora incombente capace di rinserrare le forze per la sola sua evocazione e di garantire nel tempo la costruzione di un “resistente” elettorato. Del resto Berlusconi aderì al Partito popolare europeo, dando continuità alla storia dei tanti elettori che dalla Dc transitarono in Forza Italia. La sua presenza era diffusa ma senza vantare un insediamento territoriale: se l’azzurro, come è stato osservato, «richiama non la nazione, ma la nazionale di calcio», allo stesso tempo esso evoca «una politica senza territorio»,11 inaugurando una fase della storia del paese, tra fine Novecento e nuovo secolo, in cui la stretta correlazione tra formazioni partitiche e culture territoriali sarebbe venuta progressivamente meno, alterando uno dei fattori costitutivi dell’Italia repubblicana nel suo primo cinquantennio. Negli anni a seguire vecchie e nuove formazioni dovettero fare i conti con le potenti suggestioni di una forma-partito inedita (leaderistica e mediatica, oltre che patrimoniale), quale quella di Forza Italia, prima che in altre realtà occidentali intonata all’emergente “democrazia dell’opinione” e alle manifestazioni del video-populismo.