Negli ultimi decenni nelle democrazie occidentali si è verificata nelle democrazie occidentali una profonda trasformazione della leadership (capi di stato, governo o partito). La “politica come professione” – aveva osservato nel 1919 il sociologo tedesco Max Weber – perde ogni sua prerogativa e natura quando viene offuscata dalla vanità e dal narcisismo. Nel disincanto post-ideologico, una leadership si alimenta di una comunità di seguaci che si riconoscono su basi sentimentali ed emozionali; ad essa corrisponde invece un crescente distacco tra i cittadini e le istituzioni, dato che il leader ritiene di poter rappresentare “tutto il popolo”, blandendo ogni aspettativa e senza le necessarie mediazioni tra interessi, risorse e opportunità. Il leader asseconda le masse e costruisce tanto le sue azioni che le scelte di governo sulla scorta di continui sondaggi che monitorano gli orientamenti dei cittadini.
Fra gli anni Ottanta e Novanta lo scenario politico italiano fu animato dalla presenza di nuovi soggetti sociali e politici. Essi corrisposero alla diversificazione delle domande della società civile ma anche alla crisi delle formazioni di origine storica. Tra la critica dei partiti tradizionali e la proposta di nuove forme di organizzazione e di partecipazione politica, si ridisegnò il panorama delle culture politiche e della nuova leadership – personale e populistica, mediatica e televisiva – nella transizione della crisi repubblicana.