13.5 La dissoluzione del “partito-stato” democristiano

I dilemmi irrisolti lasciati in eredità da Aldo Moro nei suoi ultimi scritti – quasi un presagio di estinzione – segnarono la parabola della Dc, la cui vicenda si concluse dopo cinquant’anni di governo. “Partito della nazione” e “Repubblica dei partiti” furono capillarmente intrecciati anche nell’epilogo. Furono gli anni in cui alla guida della Dc, dal 1982 al 1989, stette Ciriaco De Mita e con lui un gruppo dirigente meridionale, costruitosi attorno al feudo politico-elettorale della Campania irpina. La scommessa demitiana divenne la stessa di Craxi: promuovere la “grande riforma”, con maggiore attenzione al complessivo quadro costituzionale e rimettere in moto la democrazia italiana, Era in gioco la persistenza dell’egemonia democristiana. Analoga fu anche la tendenza a personalizzare la politica e la guida del partito. Nella stampa d’opinione lo rilevò Giampaolo Pansa: “Intelligente. Sicuro delle proprie doti sino all’arroganza. Uno che se la prende se il suo primato viene messo in dubbio. Coerente nelle sue idee e testardo nell’affermarle. Convinto di meritare il primo posto nella Dc. [...] Un tipo siffatto ha un solo destino: comandare”. C’era la consapevolezza di dover rilegittimare il ruolo della Dc, anche attraverso il rinnovamento della classe politica. «La nostra difficoltà maggiore – confidò De Mita – sta nell’aver consumato in parte le nostre radici, nell’aver messo in crisi la nostra capacità di interpretare e rappresentare la realtà italiana». «Il problema è di formare un nuovo gruppo dirigente nel partito»,32 attraverso l’apertura a competenze e intelligenze esterne. Era invece in atto la trasformazione della Dc in partito moderato di massa. Di qui la competizione tra Dc e Psi; il risultato fu destabilizzante per le sorti dei governi di pentapartito, riducendo le pubbliche amministrazioni (nazionali e locali) a feudi dell’uno o dell’altro partito.33

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G. Pansa, De Mita è bello perché è vario, in “L’Espresso”, 20 giugno 1982.

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Si veda l’inchiesta di T. Fazzolari e G. Quaranta, La grande spartizione, in “L’Espresso”, 23 marzo 1986.

Dopo il 1989 si consumò la crisi del partito cattolico in quanto organismo unitario, così come era stato concepito da De Gasperi e si era quindi affermato come forza egemone nell’Italia repubblicana, collocato al centro del sistema politico. Pur ancora formalmente integra, anche la Dc arrivò alle elezioni del 1992 in una condizione lacerata dalle strenue lotte di corrente sviluppatesi nel corso degli anni Ottanta. Nonostante la classe dirigente si fosse riunita attorno a Ciriaco De Mita, sotto la cui guida la Democrazia cristiana aveva riconquistato la presidenza del Consiglio dopo la lunga parentesi craxiana, effetti in qualche misura analoghi a quelli avuti dalla caduta del muro di Berlino per il Pci ebbe sulla Dc il referendum abrogativo del 1991 che sancì la possibilità di una sola preferenza. Patrocinato dal movimento per la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario, guidato da un esponente della stessa Dc quale era Mario Segni, il referendum venne osteggiato in quanto ritenuto lesivo di uno dei cardini del sistema di potere democristiano: la personalizzazione clientelare del consenso, garantita fino ad allora dalla composizione di “cordate” nei collegi elettorali fra candidati (fino a quattro).

La Dc fu pesantemente coinvolta con i suoi principali uomini nei fenomeni di corruttela evidenziati dall’inchiesta giudiziaria di Tangentopoli; gli esiti del voto del 1992 (in cui essa per la prima volta ottenne meno del 30%) e soprattutto delle successive elezioni locali (con una media di voti crollata attorno al 10%) parvero condanne morali e politiche senza appello per il partito. Il rischio di una dissoluzione divenne reale e la stampa d’opinione lo prefigurò come un evento epocale per gli equilibri di potere nella Repubblica. Trattandosi della “Balena bianca”, la metafora marina si dimostrò alquanto efficace nel compendiare la radiografia del partito in Italia e la disperata azione moralizzatrice intrapresa da Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario della Dc.

[…] la Balena rischia di perderlo, questo potere. Di più: rischia di morire. È fiocinata da troppe fiocine. Alcune sono di natura giudiziaria e risultano molto pericolose. Però le fiocine davvero micidiali sono quelle che la Balena s’è infissa da sola sul dorso. [...] E così, stavolta, la Dc teme davvero di essere agli ultimi, alla resa finale dei conti, al dies irae.34

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G. Pansa, Ritratto di famiglia in un inferno, in “L’Espresso”, 18 ottobre 1992.

La diaspora stava divenendo anche organizzativa. Mentre, già nel 1991, Leoluca Orlando aveva abbandonato la Dc per creare il movimento La Rete, nell’autunno del 1992 fu la volta di Mario Segni, promotore del gruppo dei Popolari per la riforma e della vasta agitazione conclusasi con la campagna dei referendum svoltisi il 18 aprile 1993. Cosa volesse dire la dissoluzione della Dc per la politica e le istituzioni in Italia lo si può comprendere dalla somma dei luoghi del potere democristiano:

La Dc possedeva tutto. E poteva contare su tutti. I preti e la polizia. La Confindustria e la burocrazia. I giudici e la Coldiretti. La sanità e le Casse di risparmio. I servizi segreti e la Confcommercio. Nell’area pubblica faceva quel che voleva: all’Iri, alla Rai, anche nell’Eni e nelle banche di Stato. [...] I giornali pubblici erano tutti al servizio della Dc. E spesso anche quelli privati.35

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G. Pansa, Buon Dio, non farci rimpiangere questi qui, in “L’Espresso”, 8 agosto 1993.

Fu una caduta però talmente repentina, da suscitare interrogativi sulla sua solidità effettiva. Come avrebbe osservato un leader dell’“ultima generazione” come Marco Follini, nel “racconto di un partito” ormai fatto con disincanto e propensione quasi antropologica:

Il sistema di potere del paese […] subiva il primato democristiano in mancanza d’altro. Ma non vi si riconosceva. Dalla Chiesa agli Usa, alla Fiat, per ragioni più diverse, ognuno dei potentati che dominavano dall’alto e da lontano la scena pubblica italiana offriva alla guida politica democristiana un sostegno più rassegnato che convinto. Non rinunciando di tanto in tanto a guardarsi intorno alla ricerca di possibili alternative.36

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M. Follini, Democrazia cristiana. Il racconto di un partito, Sellerio, Palermo 2019, p. 158. In presa diretta, Id., C’era una volta la Dc, il Mulino, Bologna 1994.

Nel mondo sociale e politico che si era fino ad allora identificato nella Dc si apriva un processo costituente per dare vita a una nuova formazione politica. Esso approdò nel gennaio del 1994 allo scioglimento ufficiale della Dc e alla nascita del Partito popolare italiano (Ppi), attraverso un esplicito richiamo alla tradizione di impegno in politica dei cattolici democratici che risaliva a Luigi Sturzo e che ambiva a rimettere in primo piano i contenuti morali e sociali; anche attraverso la ricerca di un nuovo sodalizio con la Chiesa, dopo la caduta del comunismo ormai impegnata nella denuncia dei costi del capitalismo e della società dei consumi. La Dc non partecipò alle elezioni politiche del 1994 e il suo simbolo – lo scudo crociato sormontato dalla scritta Libertas – venne ereditato dal Ppi guidato da Mino Martinazzoli. Anche in questo caso però si trattò di un’eredità con diversi pretendenti. Essa fu raccolta a destra dall’Unione dei democratici cristiani (Udc), unificazione postuma del Centro cristiano democratici (Ccd) con i Cristiani democratici uniti (Cdu). Fu comunque una eredità destinata a protrarsi nel tempo, connotando entrambi i poli del nuovo scenario politico.