13.4 La fine del comunismo italiano e l’europeizzazione della sinistra

Se il Pci fu il solo grande partito della sinistra europea a tentare di dialogare con i movimenti del Sessantotto e se condannò l’invasione sovietica della Cecoslovacchia (emblema tra i regimi comunisti di un “Sessantotto sequestrato”), l’occasione di una emancipazione da Mosca rimase incompiuta, soprattutto nei sentimenti del “popolo comunista”. Si confidò sulla possibilità che il superamento della “conventio ad excludendum” dal governo del Paese potesse derivare dallo sviluppo della “distensione” internazionale. Mentre si dimostrava che la riforma dei regimi di “socialismo reale” – tra Cecoslovacchia e Polonia – era impraticabile, la prospettiva transnazionale di un euro-comunismo mediterraneo (promosso dai partiti dei paesi del sud, italiano, spagnolo e francese) non comportò una progettualità capace di sciogliere il dilemma di un pieno sviluppo democratico del comunismo in occidente in senso democratico.

Rispetto al venir meno di ogni spinta propulsiva dal mondo sovietico, fu grazie al processo di integrazione che si prefigurò invece una possibile confluenza delle formazioni della sinistra nella sfera di attività della famiglia politica del socialismo europeo. In Italia ciò avvenne sempre attraverso aspre contese egemoniche tra i comunisti di Enrico Berlinguer e socialisti Bettino Craxi; ovvero tra una idea di moralità della politica che faticava a confrontarsi con la modernità, e invece uno slancio senza remore verso le sfide che essa poneva. Furono necessarie la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss per fa maturare il processo di europeizzazione della sinistra.

Nel corso degli anni Ottanta la parabola del Pci si andò delineando. Un insieme di fattori ne aveva minato la forza e l’autorevolezza: l’isolamento politico, la disgregazione del consenso sociale, le sconfitte elettorali continue, il forte calo degli iscritti (soprattutto nel reclutamento dei giovani), la dispersione di una risorsa come la militanza diffusa (con il declino delle stesse feste dell’“Unità”, epicentro del sistema di solidarietà comunitaria), l’emergere di oramai strutturate correnti. Le difficoltà del Pci si riversarono nel sindacato della Cgil, soprattutto nella sua capacità di continuare a rappresentare la maggioranza del mondo del lavoro. Per quasi tutti gli anni Settanta il sindacato aveva affiancato se non anticipato il partito nelle scelte di politica nazionale. Era quanto Lama, «non soltanto un capo sindacale, ma un leader riformista» – secondo il ritratto che ne faceva il giornalista Giampaolo Pansa – si era prefisso. «Il sindacato come un super partito rinnovatore ma gradualista, un soggetto politico che tende al cambiamento sociale, però capace di muoversi con passo prudente e verso obiettivi ragionevoli».

Così Lama cresce come leader e costruisce la “sua” Cgil. Una forza che non corre più il rischio di isolarsi ma che cerca l’unità con Cisl e Uil. Un sindacato a maggioranza comunista, che però sceglie l’Occidente. Una casa dove la minoranza socialista può vivere senza sentirsi figliastra di nessuno. Una famiglia che impara ad ascoltare anche le verità amare. [...] Lama può permettersi questo e altro anche perché, fra il 1970 e il 1978, nel Pci è sempre più forte. Per la base del partito, è una specie di leader- ombra, in grado di avventurarsi su terreni ancora proibiti a Botteghe Oscure. [...] in quegli anni Lama spalanca porte chiuse da sempre e si conquista una popolarità fortissima.23

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G. Pansa, Il nobile Luciano e re Enrico, in “L’Espresso”, 15 novembre 1981.

I primi anni Ottanta segnarono invece un’inversione di tendenza e il partito riacquisì il suo ruolo preminente, sebbene non più come in passato. Quando, in seguito al varo, da parte del governo guidato da Craxi, di un decreto che riduceva di tre punti il conteggio dell’adeguamento delle retribuzioni alla crescita del costo della vita, nel giugno 1985 si andò a un referendum popolare, mentre Lama ne avrebbe fatto volentieri a meno, fu Berlinguer a voler andare alla prova di forza, lasciando poi al sindacato l’onere di scontare gli effetti dirompenti della sconfitta.

Nella crisi degli equilibri interni e delle prospettive del Pci molto influì la perdita di un leader carismatico come Berlinguer, la cui eredità è ancora oggetto di diverse valutazioni. A poche settimane dalla prematura scomparsa, il giornalista Giorgio Bocca tracciava un bilancio politico alquanto realistico della sua leadership.

Uomo di stile sobrio, di grande capacità organizzativa [...] si segnala per un moralismo non del tutto disprezzabile in un paese così “volage” [...]. è la sua storia intessuta di grandi pazienze e di clamorose illusioni; nel tentativo sofferto, faticato, di trovare un’altra politica, diversa da quella togliattiana, con grandi successi giornalistici, starei per dire “divistici”, ma con scarso costrutto politico.24

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G. Bocca, Cosa ha in testa Berlinguer?, in “L’Espresso”, 18 marzo 1984.

All’indomani del 13 giugno 1984, la sua morte, a seguito di un malore insorto nel corso di un comizio a Padova, trasformò quella vicenda drammatica nel primo “media evento” della politica italiana, concluso con la ripresa televisiva in diretta dei funerali a Roma, in Piazza San Giovanni. In anni in cui la corruzione e gli scandali stavano investendo la “partitocrazia”, Berlinguer legò la sua immagine alla “questione morale”, su cui egli aveva costruito la sua popolarità come leadership. Essa fuoriusciva dall’universo comunista; anche perché il voto europeo di pochi giorni seguenti non poté essere dimenticato, con il sorpasso (mai più ripetuto) sulla Dc. In realtà, si andava consumando la fase ultima del Pci, senza slanci e iniziativa politica, se non nella difesa di spazi sempre più erosi e privi di vitalità.

Tra 1978 e 1984 l’Italia democratica chiuse una sua prima fase: dapprima le esequie ufficiali di Moro (con le istituzioni e senza il corpo dell’estinto) e quindi di Berlinguer (in una liturgia che da comunista diventava “nazionale”), seppur fossero leader tanto diversi, rappresentarono una sorta di “funerali della Repubblica”, così come era stata costruita tra la Liberazione e la modernizzazione degli anni Sessanta e Settanta.

Furono anni in cui il Pci scontava un nuovo periodo di isolamento nella politica nazionale e invece fruiva di un momento di dinamismo sul piano europeo. Si definiva un percorso lungo e complesso. Se già nel 1964 il leader Togliatti aveva lasciato al Pci come eredità politica e culturale il Memoriale di Yalta e la strategia di un policentrismo nel comunismo internazionale, era stato Berlinguer a svilupparla in chiave europea negli anni dell’incontro con il federalismo di Altiero Spinelli25 e del dialogo con la sinistra socialista continentale.26 Muovendo dal rapporto tra partito e sindacato e dall’ingresso della Cgil nel 1973 nella Confederazione europea dei sindacati (Ces), l’evoluzione europeista ebbe un interprete autorevole nella riflessione e nell’azione di Giorgio Napolitano nella politica estera del comunismo italiano. Il futuro presidente della Repubblica prefigurò un percorso politico “dal comunismo italiano al socialismo europeo”,27 seguendo da vicino il gruppo dei deputati del Pci al Parlamento europeo e i rapporti tra i partiti della sinistra socialista. Se alla scomparsa di Berlinguer rimasero da sciogliere diversi nodi circa l’identità comunista, si andò verso l’approdo delle culture politiche riformatrici presenti nel comunismo italiano nell’alveo della famiglia del socialismo europeo.

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A. Spinelli, Europeismo. Per un’Europa libera e unita (1977), con un saggio di G. Amato, Teccani, Roma 2019: Id., Diario europeo, c. di E. Paolini, 3 voll., il Mulino, Bologna 1989-1992.

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E. Berlinguer, Discorso al Parlamento europeo, 13 settembre 1983, in L’Europa da Togliatti a Berlinguer. Testimonianze e documenti 1945-1984, a c. di M. Maggiorani e P. Ferrari, il Mulino, Bologna 2005, pp. 325-328.

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G. Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Laterza, Roma-Bari 2006.

Per il Pci si aprì una fase di declino in qualche misura inarrestabile; causa le occasioni perdute di rinnovamento effettivo, mancate negli anni della segreteria di Alessandro Natta, e nonostante la decisa torsione verso l’Europa e il socialismo continentale. I fattori di malessere divennero dirompenti con la caduta del muro di Berlino, l’evento internazionale che, nel 1989, sancendo sul piano simbolico la disgregazione del blocco dei paesi comunisti dell’Europa orientale, segnò anche in Italia il definitivo incrinarsi delle identità politico-ideologiche legate agli anni della Guerra Fredda. Achille Occhetto, nuovo segretario del Pci, tra il 1989 e il 1990 condusse una difficile transizione verso la costruzione di un nuovo partito, conclusasi nel febbraio del 1991 con la nascita di due formazioni, il Partito democratico della sinistra (Pds) e il Partito della rifondazione comunista (Prc). Il Pds era qualcosa in più e di diverso rispetto al Pci, anche come insediamento sociale e territoriale:

È un soggetto politico nuovo [...]. Il Pds si dichiara [...] forza socialista, riformista e democratica. [...] In una concezione dell’alternativa che non è più un punto di ritorno, ma alternanza tra forze politiche e schieramenti egualmente legittimati ad assumere ruoli di governo, la Dc risulta insieme lontana e non più demonizzata. [...] Se il Pci nacque come “partito della classe operaia”, il Pds nasce come partito dei lavoratori dipendenti in tutte le sue molteplici articolazioni. [...] la sezione territoriale non è più l’unità politica di base. Essa è sostituta dall’unione comunale [...]. È prevalsa, così, l’idea di un partito nazionale, ma fortemente regionalizzato.28

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F. De Vito, La vita comincia a settant’anni, in “L’Espresso”, 10 febbraio 1991.

La trasformazione del Pci in Partito democratico della sinistra comportò una minore presenza nel territorio e una profonda rivisitazione degli aspetti simbolico-rituali. Il vecchio Pci sepolto da una quercia, titolò il principale quotidiano nazionale l’11 ottobre 1990;29 il giorno prima Occhetto aveva presentato la «dichiarazione di intenti con nome e simbolo del nuovo partito». Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1991, al congresso di Rimini, fu sancita la transizione al nuovo partito; un vero trauma emotivo e psicologico per i tanti militanti e dirigenti che ancora guardavano ai simboli della tradizione comunista. La falce e il martello erano in uso nelle insegne comuniste dal 1921. Nella mozione congressuale maggioritaria l’adozione del nuovo simbolo della quercia (con alle radici l’originaria immagine della falce e del martello) e il nuovo equilibrio cromatico (meno rosso e più verde) vennero presentati come un innesto dei temi ambientalisti sul tronco della tradizione del mondo del lavoro.

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Il vecchio Pci sepolto da una quercia, in “Corriere della Sera”, 11 ottobre 1990. In seguito il Pds avrebbe sostituito falce e martello con la rosa nel pugno, il simbolo del socialismo europeo.

Il nuovo simbolo vuole raffigurare accanto agli antichi strumenti del lavoro, che rappresentano la funzione storica del movimento operaio, la dimensione che assume, nell’impegno del nuovo partito, il rapporto con la natura e con l’obiettivo di una umanità pacificata con sé e con l’insieme del mondo naturale. Il verde che si unisce al rosso vuole trasmettere un messaggio di vita, di speranza e di lotta per il futuro.30

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Si cita da L. Einaudi, La simbologia dei partiti politici dal 1919 al 1994, in “Mezzo secolo”, 11 (1994-1996), pp. 264-265.

Le elezioni del 1992 comprovarono le dimensioni di partenza dei due partiti usciti dal Pci: il Pds conquistò il 16,1 % dei voti, mentre il Prc si attestò al 5,6 %, con un complesso di consensi inferiore di circa il 5% rispetto a quanto ottenuto dal Pci nel 1987. L’epoca postcomunista poteva dirsi aperta anche in Italia. Quattro anni dopo, come esito delle nuove elezioni politiche del marzo 1996, i post- comunisti del Pds sarebbero invece giunti alla guida del governo; oramai nell’ambito di un’alleanza politico-elettorale, quale quella del centrosinistra, formatasi sotto le insegne simboliche dell’Ulivo e la guida di un cattolico democratico come Romano Prodi (già protagonista della Lega democratica, creata nel 1975 dopo la mobilitazione dei «cattolici per il «no»» contro l’abrogazione della legge sul divorzio). Tra gli eredi del Pci invece – dapprima il Partito della rifondazione comunista e dal 1998 anche il Partito dei comunisti italiani – si assistette a una competizione per disputarsi il simbolo, comunque ancora redditizio nel mercato elettorale per chi voleva rivendicare una qualche continuità politica e morale con il passato. Il distacco dalla tradizione comunista si rifletteva anche all’interno della Cgil, con il superamento delle correnti partitiche; alla tradizionale centralità della classe operaia corrispose inoltre la prospettiva di un “sindacato dei diritti”,31 propugnato dal leader Bruno Trentin; nella fase più critica della crisi della “Repubblica dei partiti” i nuovi orizzonti dell’azione sindacale coniugavano i diritti individuali del lavoratore e del cittadino, attraverso la riscoperta di una “sinistra diversa”, libertaria e antistatalista, utopica persino. Essa fu sviluppata negli anni passati da Trentin al parlamento europeo (1999-2004), l’approdo di un percorso intellettuale sempre attento alle trasformazioni del mondo del lavoro e alla dimensione sovrannazionale dei processi politici, economici e sociali.

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B. Trentin, Diari 1988-1994, a c. di I. Ariemma, Ediesse, Roma 2017; Id, La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo (1997), c. di I. Ariemma, Firenze U. P., Firenze 2014 (II ed.).