1.7 Estrema Sinistra in parlamento e nel paese
Alla morte di Mazzini i fautori del repubblicanesimo erano ormai distinguibili in quattro componenti: i mazziniani puri, antiparlamentari e intransigenti sia nei principi sia nelle forme d’azione politica; gli intransigenti come Alberto Mario, che però non si rinchiudevano nella difesa dei dogmi e non rimanevano estranei ai mutamenti della realtà sociale e politica; i “transigenti” come Agostino Bertani, convinti della necessità di partecipare alla vita politico-elettorale, con adeguati strumenti organizzativi e in forma coordinata in parlamento; i repubblicani sentimentali come Garibaldi, con uno spirito eclettico che guardava con simpatia anche al socialismo umanitario e che finì per convergere sugli scopi della democrazia radicale. Questa andò infatti assumendo una sua peculiare fisionomia, avendo proprio Garibaldi come nume tutelare e riconoscendosi sul piano politico-parlamentare nella leadership dapprima di Agostino Bertani e quindi di Felice Cavallotti. Si delineava un nuovo terreno di azione sociale e politica, individuabile nel rapporto fra costruzione dell’identità nazionale e perseguimento di una “rivoluzione democratica”. Nell’ottobre del 1873, quando in un piccolo collegio elettorato lombardo fu avanzata la candidatura di Cavallotti, già volontario garibaldino, la democrazia repubblicana si chiedeva ancora se fosse giusto o meno partecipare al voto. Già noto per la sua produzione poetica e per il suo acceso spirito repubblicano, Cavallotti venne candidato mentre subiva un processo per le sue idee politiche. Nella lettera agli elettori, egli scrisse, tra l’altro:
Sì, con voi da anni io credo che lo aspettare in silenzio, per combattere le battaglie della democrazia, il giorno ch’ella sia posta in possesso di tutte le sue armi e di tutti i suoi diritti, sia un circolo vizioso e funesto che si risolve nella abdicazione e nella impotenza; con voi io credo che la sovranità popolare è la sola base, la sola fonte del diritto: non vi è diritto contro di lei: non vi è potere legittimo sopra di lei.18
Palesando la sua fede nel principio della sovranità popolare e nel patto d’onore stipulato con gli elettori, moralmente superiore ai vincoli posti all’esercizio del mandato parlamentare dalle istituzioni monarchiche, egli prefigurava alcuni dei tratti che, nell’universo variegato dell’Estrema Sinistra radicale, ne avrebbero fatto un leader carismatico, erede e interprete della tradizione garibaldina, di spirito repubblicano ma convinto della necessità di un’azione politica sia nel paese sia in parlamento nelle istituzioni. Cavallotti fu dunque eletto in Parlamento quando anche in Italia i democratici guardavano con trasporto sia ai difficili esordi della III Repubblica francese sia alla nascita in Spagna della Repubblica. Se collocassimo pertanto la sua candidatura e la sua elezione nel quadro della democrazia radicale europea, comprenderemmo forse meglio il milieu culturale e politico di quegli anni, con i ‘dilemmi’ allora emergenti nel rapporto tra liberalismo e democrazia, in primo luogo in relazione alle forme della rappresentanza e dell’organizzazione della politica nonché del ruolo crescente dell’opinione pubblica.
In tal senso un ruolo importante venne assunto dalla stampa. Da una parte, dal 1865 il quotidiano milanese “Il Secolo” rappresentò il primo esempio di “giornale-partito” nel panorama politico italiano, concorrendo alla formazione di un’opinione pubblica democratica, laica e progressista. Dall’altra, furono allestite riviste di alto spessore culturale e intellettuale, intese a formare una nuova classe dirigente. Basti ricordare, tra il 1878 e il 1881, la “Rivista repubblicana”, una delle diverse iniziative promosse da un prolifico organizzatore culturale come Arcangelo Ghisleri; per non dire, più tardi, della “Rivista popolare, politica, economica, scientifica, letteraria e artistica” di Napoleone Colajanni, dal 1893 al primo dopoguerra risultata una delle pubblicazioni più aperte alla contestualizzazione sul piano europeo dei problemi della democrazia e della modernizzazione italiane.
Il superamento della pregiudiziale repubblicana e l’accantonamento dell’astensionismo elettorale ebbero un riflesso importante nella vita parlamentare. Fin dal 1877, sotto la principale spinta di Agostino Bertani, fu costituito il gruppo di deputati dell’Estrema Sinistra, primo esempio di articolazione dell’assemblea parlamentare italiana sulla base di identità politico-ideologiche e non di sola natura notabilare o regionale. Fu su questo piano, anzi, con l’organizzazione del consenso elettorale a sostegno dei candidati democratici, che il radicalismo esercitò la sua principale spinta organizzativa. Non si ebbe invece alcun processo di disciplinamento sociale, malgrado la presenza di un’organizzazione e di istituzioni stabili. Su questo piano, le più significative esperienze, quali la Lega della democrazia (1879-1881) e il Fascio della democrazia (1882-1886), si caratterizzarono più per la sensibilizzazione e la capacità di mobilitazione che per le doti di organizzazione politica. Prevaleva una tipologia associativa differenziata sul piano territoriale, con un coordinamento in ambito regionale, ma senza gli organismi centrali capaci di inculcare agli aderenti i principi e la prassi dell’obbligazione politica. Erano le manifestazioni di quella “Italia antimoderata” sospesa tra romanticismo risorgimentale e ricezione propositiva delle spinte alla modernizzazione, in oggettiva e spesso fattuale convergenza con il liberalismo progressista.
Nelle associazioni popolari democratiche erano presenti le donne, a differenza di quanto accadeva nei circoli borghesi. Nel 1880 era nata la Lega promotrice degli interessi femminili, animata da Paolina Schiff e che vedeva l’attiva presenza di Anna Maria Mozzoni, antesignana portavoce delle istanze dell’emancipazione femminile. Si prospettava un programma per il «riconoscimento della personalità giuridica e politica della donna e della sua eguaglianza coll’uomo nella vita civile»19. Nelle società di mutuo soccorso inoltre stava mutando la tradizione di limitare il ruolo delle donne alla sfera domestica e familiare; ed erano proprio alcune di loro a farsene interpreti. Fu il caso di Angela Maffi, “madrina” della Fratellanza artigiana femminile creata a Milano nel 1884 nell’alveo del mondo democratico-radicale:
Una vittoria non l’abbiamo ancora conseguita, ma ci siamo procurate coll’associazione i mezzi di ottenerla. Siamo migliori di quanto non l’eravamo prima, perché abbiamo messo a servigio l’una dell’altra le nostre forze separate, le nostre modeste idee, le aspirazioni nostre. Entriamo infatti in un periodo nuovo della vita, perché da quest’oggi ci sentiamo sorrette da vincoli di una nuova famiglia, l’associazione, che diffonde nelle masse la tutela del debole. La donna, posta dalle leggi in inferiorità di rapporti sociali, e dalle consuetudini secolari considerata soggetta all’altro sesso, aspira a conseguire il posto che le conviene nel civile consorzio: da ciò la dottrina della emancipazione della donna [...]. Pari i sacrifici per l’esistenza, pari il lavoro, pari le emozioni delle domestiche vicende; pari i sentimenti innanzi alle sventure ed alle glorie della patria e dell’umanità, siano pari anche i diritti e le prerogative innanzi all’ente collettivo che regge la società.20
Maturò intanto una profonda divaricazione nella sinistra di tradizione risorgimentale: chi andò verso il radicalismo democratico di Cavallotti e chi invece fu attratto dal radicalismo di stampo nazional-patriottico di Francesco Crispi; «Sì la monarchia ci unisce e la repubblica ci dividerebbe»21, egli aveva già affermato nel 1865, superando prima di altri la pregiudiziale istituzionale. Nel campo della democrazia radicale, il Patto di Roma, definito nel maggio del 1890, fu il progetto più ambizioso messo in campo al fine di creare un effettivo “partito delle riforme”, capace di rappresentare gli interessi e le opinioni degli emergenti ceti della media borghesia urbana di orientamento progressista, nonché di strati di piccola proprietà e piccola imprenditoria rurale nelle regioni padane. Le elezioni politiche dell’autunno vanificarono sul nascere l’ambizioso progetto, privando la scena italiana di una formazione radicale popolare analoga a quelle presenti in Francia e in Gran Bretagna. Si dimostrò impraticabile la conciliazione del progetto di un “partito” della borghesia progressista con la preservazione della connotazione popolare assunta nel corso degli anni ottanta dalla democrazia radicale.