12.8 La tragedia repubblicana: il terrorismo e l’assassinio di Aldo Moro

Se anche altrove le sfide della modernizzazione in atto furono interpretate dai movimenti sociali e culturali (studentesco, operaio, femminile, pacifista, per i diritti civili ecc.), in Italia il dato peculiare fu la forte politicizzazione assunta dalla dinamica sociale, a tal punto da estendere la dialettica tra partiti in crisi e movimenti emergenti fino alla sfera dello Stato, contro il quale una radicale carica anti-istituzionale spinse alcune frange dell’antagonismo più radicale alla predicazione e alla messa in pratica di una diffusa violenza politica. Alla stagione dei movimenti seguiva una fase di polarizzazione fra Stato e terrorismo, tra democrazia e violenza armata.

Maturò allora la crisi degli equilibri del sistema repubblicano, minato dall’infittirsi delle trame occulte di alcune componenti deviate delle élites di potere e nel vivo di un malessere in cui si era innescata, in forme drammatiche, la spirale dapprima delle stragi terroristiche della destra neofascista e quindi del “partito armato” della sinistra rivoluzionaria. L’avvio di quella fase si ebbe con l’attentato alla Banca Nazionale del Lavoro il 12 dicembre 1969, per mano di esponenti del neofascismo veneto: ci furono 17 vittime e 88 feriti. Si denunciò una «strage di Stato» ovvero il coinvolgimento di corpi separati delle istituzioni. Fu considerato il primo atto terroristico di una “strategia della tensione” volta a corrodere le fondamenta della democrazia e della Repubblica. Fu soprattutto il giornale “Lotta continua” a denunciarla;15 quella strage rimane un momento di snodo nella storia italiana del secondo dopoguerra.

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La strage di stato. Controinchiesta, La Nuova Sinistra-Samonà e Savelli, Roma 1970.

Mentre la contestazione del Sessantotto ebbe il suo culmine nel 1972, lo scioglimento nel 1975 dell’organizzazione di Lotta continua nel movimento di massa segnava un altro spartiacque. Con il passaggio di alcune frange dei gruppi della sinistra extraparlamentare dalla violenza al terrorismo, si configurò appieno la stagione degli “anni di piombo”. La violenza neofascista registrò un salto di qualità con le stragi provocate nel 1974, dapprima il 28 maggio a Brescia (nel corso di una manifestazione sindacale) e quindi il 2 agosto sul treno Italicus, lungo la tratta tra Bologna e Firenze.16 Sull’altro versante, fu la scelta della Brigate rosse di un attacco al cuore delle istituzioni e dei suoi rappresentanti a segnare il cambio di passo.

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C. Incerti, Ecco la strategia del terrorismo nero, in “L’Europeo”, n. 33, 1974.

Nella seconda metà degli anni Settanta, l’emergenza terroristica coinvolse molti paesi europei: diversi fenomeni d’eversione – i terrorismi di destra e di sinistra, il terrorismo nazionalista e quello di matrice mediorientale – si sovrapposero, generando un diffuso e crescente allarme. Nella competizione tra servizi segreti di più potenze, in spazi euro-atlantici e medio-orientali, si ipotizzarono reti internazionali del terrorismo e si concertarono politiche di sicurezza (tra Germania e Italia per esempio). L’esigenza di un confronto su fenomeni violenti e “zone grige” di solidarietà (tra Italia e Francia, per fare un diverso esempio), per molti aspetti inediti, poneva scottanti problemi anche sul piano delle relazioni internazionali.

Nel corso del 1977 una seconda ondata di contestazione giovanile riesplose, creativa sul piano politico e della comunicazione, ma non immune dal circuito della violenza. L’introduzione di misure di ordine pubblico che davano maggiori poteri di intervento alle autorità fu intesa come limitazione delle libertà e spinse nuovi adepti a ingrossare le fila della rivolta armata. Nel febbraio il nuovo movimento studentesco fece il suo debutto all’Università La Sapienza di Roma, in occasione di scontri provocati da Autonomia operaia per impedire un comizio di Luciano Lama, leader della Cgil. In realtà c’era di più: si evidenziava la radicalità della frattura del mondo giovanile sia con il mondo sindacale sia con il Pci, dopo il susseguirsi di aperture e di repentine chiusure verso i protagonisti della contestazione. Scrisse il giornalista Paolo Mieli:

Giovedì 17 febbraio. Passerà alla storia come “quel giovedì grasso del ’77” in cui Luciano Lama, segretario del più grande sindacato comunista d’Europa, fu preso a sassate dagli studenti ultras e costretto a lasciare la cittadella universitaria romana. Quasi sicuramente gli storici che nei prossimi anni si occuperanno di questi fatti [...] si dedicheranno alla ricerca delle cause di quello che quasi all’unanimità e un po’ ingenerosamente è stato definito “l’errore di Lama”. E cosa diranno di questo errore? Che è stato generato dalla convinzione di poter riportare l’ordine in università con un misto di forza e di consenso...17

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P. Mieli, Il grande Lama e i piccoli indiani, in “L’Espresso”, 27 febbraio 1977.

Forza e consenso del sindacato (e del Pci) si dimostrarono labili rispetto all’ostilità delle componenti studentesche radicali. Era in discussione l’immagine di “due società” confittuali (i produttori e i consumatori) che la sinistra storica diceva di voler tutelare e che invece gli studenti denunciavano, opponendo una società alternativa (i “senza lavoro”). Fu soprattutto l’uccisione, l’11 marzo a Bologna, dello studente Pier Francesco Lorusso, ad accendere la miccia del “movimento del ’77”, con centinaia di giovani disposti a passare alla lotta armata contro un potere visto come sordo e ostile.18

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Si veda l’inchiesta a più mani sulla Guerra in piazza, in “L’Europeo”, nn. 11-12-13, 1978.

L’apice del terrorismo fu raggiunto nel 1978, quando le Brigate Rosse il 16 marzo rapirono e il 9 maggio assassinarono Aldo Moro (1916-1978). Era il leader della Dc, deciso a promuovere una “terza fase” nella storia repubblicana (dopo quelle del centrismo e del centrosinistra). Era in fondo quanto auspicava anche il leader repubblicano Ugo La Malfa, impegnato in un’offensiva politica e culturale volta a mettere le «energie morali» dei comunisti,19 una volta che si fossero emancipati del tutto dai legami con l’Urss, al servizio di un processo di rilegittimazione della Repubblica. La creazione di un governo di solidarietà nazionale guidato dalla Dc ma a cui, per la prima volta dal 1947, parteciparono i comunisti come forza di maggioranza parlamentare, corrispose alla drammaticità della crisi ma parve dissimulare le molteplici domande di rinnovamento che erano venute dai movimenti della società civile all’indirizzo delle istituzioni e che il voto del biennio 1975-1976 aveva rimarcato.

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U. La Malfa, Intervista sul non-governo, a c. di A. Ronchey, Laterza, Roma-Bari 1977, pp. 31-32.

All’indomani del rapimento di Moro e l’uccisione dei cinque uomini della sua scorta, i sindacati indissero uno sciopero generale. A Roma, in Piazza San Giovanni, ci fu una imponente manifestazione, con circa duecento mila persone. I giornali sottolinearono la presenza di comunisti e democristiani insieme, con le bandiere bianche dello scudo crociato accanto alle bandiere rosse con falce e martello.

Era uno spettacolo assai insolito vedere […] nell’immensa piazza di S. Giovanni in Laterano, a Roma, un mare di bandiere rosse e un mare di bandiere bianche democristiane sventolare insieme. Questi accostamenti non sono mai soltanto scenici, prova ne sia che fino a quel giorno una scenografia del genere non l’avevamo mai vista.20

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Queste ore tristissime, «la Repubblica», 18 marzo 1978.

L’immagine condensava un messaggio forte: impedire che i conflitti di memoria e le diverse ideologie potessero ostacolare una collaborazione sui valori repubblicani nella lotta al terrorismo. Permanevano del resto profonde divisioni sulla sua natura, che emersero del tutto in un aspro dibattito pubblico. Fu un momento drammatico per la vita della Repubblica; con il presidente democristiano sottoposto al processo di un sedicente “tribunale del popolo”, mentre il Paese era paralizzato dalle polemiche tra i fautori di una trattativa per salvare la vita di Moro e i propugnatori invece delle necessità che lo Stato si dimostrasse indisponibile a ogni compromesso.

Sul piano politico e simbolico, l’evento fu un passaggio dirompente nella storia della Repubblica e del suo “vissuto”. Il “memoriale” di Moro (fu ritrovato in fotocopia nel 1990) e le sue lettere a familiari ed esponenti del mondo politico, scritti nel corso dei “55 giorni”,21 compendiano il senso e i dilemmi della Repubblica nei suoi primi trent’anni di vita. Consapevole del proprio destino, Moro ebbe la forza e il proposito di raccontare la tragedia che stava vivendo. Fin dalla solidarietà alla famiglia che allora si ebbe,22 essa è discussa ancora oggi (libri, memorie, films, commissioni parlamentari di inchiesta ecc.) e continua a interrogare la coscienza civile e politica del Paese.

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Il memoriale di Aldo Moro (1978). Edizione critica, coord. M. di Sivo, De Luca editori d’arte, Roma 2019. Quindi M. Mastrogregori, La lettera blu. Le brigate Rosse, il sequestro Moro e la costruzione dell’ostaggio, Ediesse, Roma 2018.

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U. Gentiloni, Il giorno più lungo della Repubblica. Un Paese ferito nelle lettere a casa Moro durante il sequestro, Mondadori, Milano 2016.