12.7 Le riforme e la tentata rilegittimazione della democrazia italiana
La coniugazione tra i fattori nazionale e internazionale aiuta a comprendere il passaggio degli anni Settanta nel contesto delle reti transnazionali europee e atlantiche e di un sistema geo-politico in via di trasformazione. Ecco allora i dilemmi di quella complessa transizione: i mutati costumi di una società tutt’altro che immobile, il temuto accesso dei comunisti nella sfera di governo con la crisi egemonica della Dc e lo scoprimento del fianco sud euro-mediterraneo dell’alleanza atlantica. La secolarizzazione della società accomunava la caduta di influenza tanto delle ideologie che delle fedi religiose; si susseguivano i segni dei mutamenti in atto e della fine di una certa idea di “Italia cattolica”.
La frattura tra società civile e istituzioni politiche nasceva dai mutamenti dei costumi e degli stili di vita. Già nel dicembre 1973, per affrontare le conseguenze della crisi petrolifera, il governo italiano, come in altri paesi europei, adottò misure di austerità volte alla riduzione forzata dei consumi energetici che modificarono, seppur momentaneamente, le abitudini dei cittadini e resero l’opinione pubblica consapevole della fine di un lungo ciclo di espansione economica. La dissociazione tra domande socioculturali e risposte politiche coinvolse in modo diretto anche i partiti di sinistra e i sindacati, come evidenziò la vicenda delle formazioni extra-parlamentari e dei percorsi generazionali ed esistenziali di tanti militanti.
Eppure, tra gli anni Sessanta e Settanta, anche in Italia i governi di centro-sinistra attivarono il ciclo del Welfare State, con riforme che resero il paese più moderno: dall’introduzione della scuola media (1962) all’impianto del sistema sanitario nazionale (1978). Dello Statuto dei lavoratori e del referendum sul divorzio si è detto. Basti ricordare altre principali riforme: l’istituzione delle regioni a statuto ordinario, la riforma fiscale, il voto ai diciottenni, il finanziamento pubblico dei partiti, la riforma urbanistica e quella sul diritto di famiglia, la scala mobile nelle retribuzioni salariali, la gestione della scuola e della Rai, i comitati di quartieri nell’autogoverno cittadino.
Gli effetti del “lungo Sessantotto” e delle trasformazioni socio-culturali, sull’onda del voto referendario sul divorzio, produssero uno scongelamento dei comportamenti elettorali. Nelle elezioni amministrative del 1975 emerse la realtà delle “regioni rosse” soprattutto nell’Italia centrale (tra Emilia e Romagna, Toscana, Umbria e Marche) ma non solo (anche in Piemonte e Lazio). Veniva valorizzata una feconda eredità di tradizioni civiche e culture politiche territoriali, risalenti agli anni prefascisti e radicatesi nel secondo dopoguerra. Nel 1976 invece, nel voto politico, i comunisti giunsero a ridosso dei democristiani nel computo dei consensi raccolti, con il 34,4% dei voti, che avvicinava la Dc (38,7%).14 Era un’Italia “bianca e rossa” quella che il voto popolare parve largamente legittimare.
Ritornata sugli scudi dopo le sconfitte del biennio 1974-1975, la Dc si era affidata alla guida di un galantuomo come Benigno Zaccagnini, scelto attraverso l’elezione diretta. Era un voto con due vincitori, la Dc e il Pci, il quale rivendicava una svolta nel rinnovamento delle forme della politica e nel governo del paese. Si aprì la fase della “solidarietà nazionale”, una condizione che rinviava agli anni della transizione post-fascista. Il governo fu guidato da Giulio Andreotti, deputato alla Costituente dal 1946 e interprete della longevità tanto del leader politico (era nato nel 1919) quanto del potere democristiano. Se quindi sul piano transnazionale e globale la crisi si era aperta nel 1973, in Italia almeno fino al 1976 la “Repubblica dei partiti” pareva apparentemente forte e l’economia ancora in moderata espansione. Il punto di rottura del ciclo sociale e politico si ebbe a partire dal 1977 e con epicentro il biennio 1978-1979, quando si manifestarono i diversi fattori di una e vera propria crisi del sistema repubblicano.
Nella serrata dialettica tra nuovi movimenti e partiti tradizionali rifulse ancor più la natura consociativa della democrazia italiana; attraverso un rapporto tra istituzioni e cittadini mediato dai partiti nella vita parlamentare. Erano caratteri che le analisi più critiche imputarono alla Costituzione e al “compromesso” politico intervenuto tra i maggiori partiti in sede di Assemblea costituente. In realtà, l’attribuzione dell’Italia alla sfera atlantica e statunitense precludeva alla sinistra comunista ogni legittimazione politica a governare in modo alternativo al blocco di forze riunito intorno alla Dc. Inoltre, era la “circolarità” del processo decisionale (con Camera e Senato dotati degli stessi poteri legislativi) a inficiare la legittimità istituzionale del parlamento, essendo la sua principale finalità quella di assicurare un largo consenso ma senza riuscire a consolidare una cultura istituzionale fondata sulle distinte responsabilità di maggioranza e minoranza; con la conseguenza ulteriore di favorire la cronica instabilità dei governi costruiti sulla centralità del “partito di maggioranza” (sempre la Dc) e il carattere partitico – se non correntizio – delle crisi politiche (generalmente esterne al parlamento).