12.4 Il referendum sul divorzio e la società civile
Gli anni Settanta furono lo snodo periodizzante tra una prima fase di consolidamento e di sviluppo della democrazia repubblicana e una seconda di emergenza della crisi del sistema partitico. Tra il 1972 e il 1979 furono indette per tre volte elezioni anticipate rispetto alle normali scadenze parlamentari. Il fatto è che il decennio accomunò luci e ombre in forme radicali: furono gli “anni di piombo” della violenza terroristica ma anche un periodo di importanti conquiste civili e di un appassionato impegno politico per molti, soprattutto donne e giovani.
Le sfide del cambiamento si erano manifestate in ben altro modo, investendo i più consolidati modelli socioculturali. L’approvazione nel 1970 della legge sul divorzio aveva posto la famiglia al centro delle identità individuali e collettive, segnando anche un mutamento antropologico nella storia delle culture politiche italiane. Rispetto alle posizioni nette del mondo laico e radical-socialista, il Pci era giunto con molte preoccupazioni al voto sulla legge (approvata nel dicembre 1970). Il timore era di immettere un cuneo nel dialogo con la Dc e con il mondo cattolico; una grande parte degli iscritti al Pci del resto si professava di religione cattolica. Aveva osservato Nilde Iotti, già costituente nel 1946 e quindi “madre della Repubblica”:
Noi ci apprestiamo al voto senza trionfalismi [...] consapevoli che questo voto tocca, nel consenso e nel dissenso, l’intera popolazione del nostro paese e che esso apre un discorso – peraltro noi riteniamo di democrazia e di civiltà – con le grandi masse di convinzione cattolica, che pone a noi dei problemi verso queste masse; consapevoli soprattutto che esso apre un discorso con voi [...] su questioni che sono parte grande, e noi lo sappiamo, delle vostre posizioni ideali. Siamo consapevoli di tutto questo e sentiamo tutta la serietà dei problemi che si aprono dopo questo voto nel pieno e nel vivo della vita sociale e politica del nostro Paese.5
Del resto, gli effetti del Concilio Vaticano II scossero l’associazionismo cattolico, avviato, pur in modo contrastato, a rivendicare una propria autonomia rispetto al tradizionale collateralismo con la Dc. La visione conciliare della Chiesa italiana e gli orientamenti a sinistra dei cattolici del dissenso misero in discussione quell’assetto tra Chiesa e Dc che era durato per vent’anni.
La campagna in favore del divorzio era stata avviata già nel 1966 con la costituzione della Lega italiana per l’istituzione del divorzio (Lid), il primo movimento aderente alla struttura federalistica del Partito radicale. In seguito al varo, nel maggio del 1970, della legge di attuazione del referendum, oltre vent’anni dopo quanto previsto dall’articolo 75 della Costituzione, i cittadini furono chiamati a esprimersi. Occorreva scegliere tra la soppressione o meno di una legge la cui approvazione aveva suscitato nell’opinione pubblica forti contrapposizioni, culturali e morali ancor prima che politiche. Come nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 e a riprova del ridestato clima di scontro di civiltà, in vista della consultazione che si sarebbe svolta nei giorni 12-13 maggio del 1974, ritornarono protagonisti i Comitati civici clericali, i quali sostennero la richiesta del referendum abrogativo con la raccolta di oltre 1 370 000 firme. L’evento e gli esiti della prima prova di democrazia diretta a cui l’Italia repubblicana si accingeva manifestarono appieno il senso dei mutamenti in atto rispetto alle forme tradizionali dell’organizzazione del consenso promosse fino ad allora dai partiti. Il responso delle urne evidenziò in che misura poteva essere dirompente l’immissione di un tale istituto della democrazia diretta nel sistema politico rappresentativo. La larga opposizione all’abrogazione della legge sul divorzio (il 59,3% dei voti), maggiore rispetto a quanto era avvenuto nel varo della legge in parlamento e con un’alta percentuale di partecipazione (l’87,7%), sorprese un po’ tutti. Ne diede testimonianza la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci. L’atmosfera generale era tale da far presupporre ben altro risultato:
Perché io ero certa che avremmo perso. Io da settimane, da mesi, mi battevo con la rabbia di chi conosce l’inutilità del suo battersi e spera soltanto di morire bene. [...] E raccontavo a me stessa che era infantile cullarsi nelle illusioni: non appartenevo forse a un popolo di baciapile, un popolo da Controriforma? E questo non lo pensavano forse gli stessi che conducevano la campagna per il “No”? Dai comunisti ai liberali, dai socialisti ai repubblicani.
Nelle attese, troppe circostanze parevano congiurare per una vittoria dei “Sì” all’abrogazione della legge. A partire dal temuto esito delle “mogli degli emigrati” ovvero dei traumi familiari che accompagnavano il massiccio esodo di manodopera italiana tra Europa, Americhe e Australia. “La Chiesa è troppo forte, poi c’è il Sud. E poi ci sono le donne. Le mogli degli emigrati, per esempio. Cinque milioni di emigrati, quindi cinque milioni di mogli con la paura che il marito le pianti per sposarsi la straniera. Le donne voteranno “Sì””. E invece dal voto era uscito tutt’altro risultato, a tal punto da dover essere grati ai promotori del referendum per aver messo alla prova il Paese:
vorrei ringraziare Fanfani. Vorrei ringraziare Almirante. Vorrei ringraziare padre Lombardi, i Comitati civici, l’alto episcopato, i missini, tutti quelli che vollero il referendum. Senza di essi non avremmo saputo che siamo cresciuti. Non avremmo saputo che gli italiani sono capaci di fare qualsiasi cosa: perfino di scegliere l’Europa, perfino di mostrarsi razionali, perfino di spoliticizzare una lotta o di politicizzarla nel modo giusto e nella misura giusta.6
Sulla stessa falsariga fu il commento di Livio Zanetti per il settimanale “L’Espresso”, laddove si parlava di un «test etico-politico», che aveva confermato il processo di secolarizzazione in atto:
Non sembri un paradosso od un espediente polemico per irridere chi ha perduto. Sta di fatto che gli alleati devono essere grati, all’indomani della prova elettorale del 12 maggio, alla DC, al suo capo, alla Conferenza Episcopale e a quei leader del cattolicesimo confessionale che hanno voluto e imposto al paese una prova assurda, e tuttavia non inutile. Mai un test etico-politico era approdato a un risultato più confortante. Se la parola “fierezza” non fosse stata oggetto di una delle tante rapine effettuate dal fascismo nel dizionario nazionale, si potrebbe usare questa parola per sintetizzare lo stato d’animo del paese in questo momento.7
Il referendum ebbe un ruolo decisivo nell’affermare modi e linguaggi nuovi nella costruzione e nella mobilitazione del consenso. Esso aprì un ventennio nel quale la pratica dei referendum, sotto la principale spinta dei radicali, introdusse a una più larga democrazia partecipativa che andava ben oltre il canonico appuntamento elettorale. Si susseguirono accese campagne verso l’opinione pubblica attorno ai temi dei diritti civili; movimenti e associazioni, più che i partiti, con una forte eco nella stampa di opinione, conquistarono la ribalta della politica. La natura della competizione (sì o no) e la necessità di un’informazione mirata e persuasiva su singole tematiche indussero la propaganda a confrontarsi in modo non estemporaneo con le tecniche della comunicazione e della pubblicità: semplificazione del tema mobilitante, cattura delle emozioni e reiterazione dello slogan a effetto, personalizzazione del testimonial e spettacolarizzazione del messaggio.