12.1 Relazioni internazionali, politica estera e integrazione europea
Il passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta fu decisivo nella storia internazionale: si infittirono le connessioni tra la globalizzazione del capitalismo, la transizione post-industriale dell’Occidente, gli effetti della decolonizzazione (il terzo mondo rispetto all’asse est-ovest della Guerra Fredda), il rilancio dell’integrazione economica europea e la crisi dei regimi comunisti legati all’Urss. Ne derivarono profondi mutamenti sociali e culturali, con la trasformazione degli equilibri fuoriusciti dalla Seconda Guerra Mondiale.
Occorre superare l’enfasi ricorrente circa l’“eccezionalità” del caso italiano rispetto alle altre democrazie occidentali. Più che la polarizzazione del ruolo dell’Italia tra la subordinazione a potenze esterne e l’“eccezionalità” di un percorso del tutto autonomo, aiuta un’indagine sulla interdipendenza tra alleati – in area atlantica ed europea – e sulle connessioni legate a reciprocità di influenze e relazioni transnazionali. Fu nel corso degli anni Settanta, per esempio, che si definì – con gli accordi di Osimo (10 novembre 1975) – il problema del confine tra Italia e Iugoslavia, risalente al primo dopoguerra e ancora segnato dai traumi del “dopo 1945”; la “cortina di ferro” che divideva l’Europa in due scendeva da Stettino sul mar Baltico a Trieste sul mar Adriatico. L’azione italiana concorse a legittimare ancor più l’autonomia della Iugoslavia comunista dalla sfera di influenza sovietica.
Nel contesto della Guerra Fredda, per l’Italia la scelta europea, promossa dalla classe dirigente democristiana e laica, fu parte di una opzione atlantica e di contenimento dell’espansionismo comunista. L’inserimento nel sistema europeo-occidentale permise al paese di superare la condizione di “minorità” dovuta agli esiti della II guerra mondiale e di ricollocarsi nel contesto euro-atlantico. L’europeismo forniva una connotazione peculiare all’impegno internazionale italiano e alla sua centralità nello spazio mediterraneo. Esso ebbe un’accelerazione tra il 1955 e il 1957, che condusse alla firma dei Trattati di Roma e alla nascita della Comunità Economica Europea, permettendo all’Italia di promuovere un collegamento fra integrazione europea, sviluppo nazionale e superamento degli squilibri regionali. Si prefigurò l’avvio di una politica sociale europea e soprattutto di una politica regionale della Comunità, in sintonia con i problemi di divario presenti tra Nord e Sud del Paese. Nel frattempo, tra anni Cinquanta e Settanta, andò allargandosi il fronte europeista interno; dapprima con il coinvolgimento del Partito socialista (già in occasione del voto sui Trattati di Roma), più tardi con il Pci e la modifica dell’originario giudizio negativo sull’integrazione europea.
Fu invece con gli anni Settanta che il processo di integrazione cambiò di segno. Allentandosi il legame con gli USA e perdendo l’Europa una sua centralità geopolitica, gli effetti della crisi economica coinvolsero tutto il continente. Le relazioni geopolitiche registravano una maggiore distensione fra Est e Ovest e si profilava l’emergente questione del rapporto fra Nord e Sud del mondo. L’Europa rappresentò per l’Italia un ancoraggio e un terreno di verifica per i possibili nuovi equilibri anche sul piano politico. Il 1978 segnò l’inizio della ripresa economica e della ricerca di un nuovo ruolo sullo scenario internazionale; nello spazio atlantico con la decisione a favore dello schieramento degli “euromissili”, seguita alla ripresa della Guerra Fredda tra Urss e Stati Uniti; sul piano europeo con l’adesione al Sistema monetario continentale, la quale confermò la “scelta occidentale” con cui la classe dirigente italiana inaugurò la tendenza a un utilizzo del “vincolo esterno” come strumento per favorire l’accettazione di impopolari misure economiche di risanamento e di austerità.