Le radici della crisi, i dilemmi del tempo presente
Nei decenni è mutato il nostro modo di “leggere il passato”. Attraverso un approccio di storia transnazionale e comparativo, è divenuta sempre più chiara la percezione che furono gli anni Settanta non solo a determinare il venir meno dell’“età gloriosa” dei primi trent’anni postbellici, ma anche a prefigurare la crisi della “via italiana” alla modernizzazione e alla democratizzazione. Di ciò si sarebbe avuta piena cognizione con la caduta del muro di Berlino nel 1989 ed in Italia nel biennio 1992-1994, un momento di cesura nella storia del secondo Novecento. Eppure è dalla la crisi economico-finanziaria e dai mutamenti geo-politici degli anni Settanta che occorre muovere.
Se la posizione dell’Italia nel contesto internazionale del II dopoguerra si era retta sui tre pilastri della politica estera (l’alleanza transatlantica, l’integrazione europea, il Mediterraneo come spazio allargato), gli anni Settanta furono una sorta di spartiacque tra due periodi distinti. Prima si erano avuti il consolidamento democratico del paese e la sua ascesa economica, nella rete di influenza dell’“impero americano”. Sul piano internazionale si produsse una grave crisi economica dopo il “trauma petrolifero” del 1973 – nel quadro del processo di decolonizzazione -, con la messa in discussione dell’assetto socio-politico cosiddetto “fordista”, legato al modo di produzione capitalistico ed industriale. Esso segnò la fine di un’epoca, con l’esaurimento della fase dei «miracoli economici» postbellici. Il dilemma per i paesi sviluppati divenne la scarsità di risorse (in primo luogo energetiche). Da allora si aprì un lungo periodo di incertezze economiche, con fasi alterne, nell’orizzonte di una “nuova” globalizzazione, con una minor capacità della classe politica nel governare i processi di crisi ciclica e delle democrazie nell’esercizio della sovranità popolare, nelle forme della tradizionale rappresentanza. Sono fenomeni che produssero un largo impatto sulla opinione pubblica e sulla cultura di massa, sottoposta ai cambiamenti del fattore tecnologico, in particolare nel campo delle comunicazioni e di una crescente mediatizzazione della sfera politica.
Negli anni di fine Novecento si ebbe la dissoluzione delle «grandi narrazioni» nazionali di carattere politico-ideologico che avevano letto e interpretato il “lungo dopoguerra”. Parve affermarsi il «modello europeo» di società sovranazionale, con il passaggio dalla Comunità Economica Europea (sorta nel 1957) all’Unione Europea (costituita nel 1992); le stesse culture politiche tradizionali novecentesche furono indotte ad acquisire valori e linguaggi propri di una pervasiva transnazionalità. Una nuova narrazione permette di superare la visione ottimistica del secondo dopoguerra europeo, quando le riforme e le nuove istituzioni sociali (scuola e sanità, assistenza e pensioni, ecc.) poterono compensare le pesanti eredità della guerra. Con gli effetti della crisi finanziaria globale del 2008 emerse la crisi dell’Unione Europea e con essa del Welfare State nella sua declinazione nazionale; in Italia ancor più profonda che altrove, con il biennio 2011-2013 come nuovo momento di cesura nella storia nazionale. La caduta del sistema bipolare legato alla Guerra Fredda e le emergenti questioni geopolitiche (la crisi del multilateralismo internazionale, l’immigrazione extracomunitaria di massa, il terrorismo internazionale, i fondamentalismi religiosi) investirono in modo dirompente l’Italia repubblicana: il suo ruolo nel mondo occidentale e nel mutato assetto internazionale, la crisi delle culture politiche “figlie” del Novecento nella incompiuta transizione dalla “Repubblica dei partiti” alla “Repubblica dei cittadini”.