11.6 Partito e antipartito: sulla parabola del sistema politico repubblicano
Indagando sui primi due decenni del secondo dopoguerra, si può ricomporre il mosaico della “Repubblica dei partiti” attraverso la correlazione tra avvenimenti, loro rappresentazioni e percezione che la pubblica opinione ne aveva; in primo luogo tramite i settimanali e i giornali. Emergono i linguaggi e la retorica politica dei protagonisti che animarono il discorso pubblico nell’Italia repubblicana. Se si evidenzia la presenza egemone dei partiti di ispirazione antifascista, ad essi si contrapposero altrettanto forti correnti antipartitiche, spesso come prolungamento del risentimento contro l’antifascismo. Ciò riguardò in primo luogo la cultura politica delle destre (qualunquista, monarchica, neofascista) e quindi ben oltre la forza elettorale del Msi. Aleggiarono a un certo punto gli echi della cosiddetta “maggioranza silenziosa” ovvero di quella “zona grigia” rappresentata prevalentemente dall’“Italia borghese”, critica della partitocrazia e dell’antifascismo militante. Ad essa assicurarono una rappresentanza politica soprattutto la Dc e anche il Msi, ma erano intellettuali e giornalisti a darle voce nei confronti della più ampia opinione pubblica. Una ricorrente critica verso la partitocrazia si riscontrò comunque anche tra gli eredi dell’azionismo e quindi tra i fautori di una possibile “terza forza” di ispirazione laica e democratica. Di altro tenore era invece la critica che da sinistra (i movimenti extraparlamentari) venne verso la forma del partito di massa, incarnata dal Pci, nel nome di una polemica verso quel modello (centralizzato, verticistico e burocratizzato, si diceva) e non tanto nel rifiuto delle forme di organizzazione e di partecipazione politica.
La prospettiva terzaforzista di alternativa laica e democratica prese corpo nei convegni indetti dagli Amici della rivista settimanale “Il Mondo” nella seconda metà degli anni cinquanta. Fondato e diretto da Mario Pannunzio, tra il 1949 e il 1966 “Il Mondo” risultò la rivista della sinistra democratico-liberale più importante sul piano nazionale. Essa si trovò non di rado a combattere battaglie all’indirizzo di Pci e Dc; sul tema della laicità dello Stato, per esempio, con il convegno svolto nell’aprile del 1957 sul tema “Stato e Chiesa”. Le reazioni da esso suscitate sia nel mondo cattolico sia nelle sinistre evidenziarono una volta di più l’orizzonte culturale e politico della terza forza democratica. Su “Taccuino”, la rubrica di commenti, si apostrofarono entrambi i fronti. Verso i “neri”:
Gli “Amici del Mondo” sono stati accusati di essere vecchi, superati, vieti, ancorati al passato. Nel merito, loro intenzione era di irridere al ritorno di una politica anticlericale che già un tempo fiorì [...]. Non stiamo a dire, ancora una volta, che se rinasce l’anticlericalismo, ciò si deve al fatto che si è ripresentato minaccioso il clericalismo [...]. Ciò altro non significa se non che stiamo – come stiamo di fatto – in una posizione permanente dello spirito libero.19
Verso i “rossi”:
Avere l’appoggio delle masse popolari potrebbe infatti costituire un pegno di vittoria nella battaglia che stiamo conducendo quasi da soli, quasi da poveri “untorelli”, contro il vero e primo pericolo che minaccia in Italia le libertà civili. [...] Si può affermare che è stato proprio per una forma di obnubilamento che i dirigenti del movimento proletario italiano, attratti dalla esclusiva considerazione di rivendicazioni materiali [...] hanno costantemente trascurato di tenere in conto quello che era il vero problema di fondo, la libertà dello spirito.20
Non era però solo questione di orientamenti ideali; ciò che colpiva l’opinione pubblica era la crescente e documentata invadenza dei maggiori partiti. C’era un rapporto stretto tra il potere da essi acquisito e la loro forza organizzativa, in quanto organismi dotati di apparati, funzionari e risorse da utilizzare nella propaganda; tali insomma da permettere di influenzare se non di controllare settori della società civile e delle istituzioni. La critica verso la funzione pervasiva dei partiti si allargò dopo che, nel 1957, in Senato, Luigi Sturzo aveva contestato la loro ingerenza e i rischi di un coinvolgimento dello stesso presidente della Repubblica nella formazione e nel funzionamento del governo;21 fece seguito una proposta di Sturzo intesa a promuovere una regolamentazione giuridica del partito politico. Era ciò che in fondo adombrava anche l’articolo 49 della Costituzione alludendo a un suo funzionamento secondo il «metodo democratico». Fu quanto il giurista e politologo Giuseppe Maranini denunciò come la causa della trasformazione in atto del sistema politico italiano da una democrazia liberale a un “regime”, in cui oligarchie partitiche (e sindacali) potevano risultare estranee a processi di controllo e di legittimazione democratici. Si puntò l’attenzione verso l’abnorme bisogno di risorse finanziarie e l’elefantiasi burocratica, tali da inaridire idee e progetti. Il problema delle risorse e del loro reperimento indusse Maranini a porre domande preveggenti:
Se le direzioni dei partiti, freneticamente bisognose di denaro per necessità della propaganda, si inducono ad accettare contributi di società commerciali, di organizzazioni sindacali, di enti pubblici, e magari di pubblici poteri, e perfino di potenze straniere, come si potrà impedire il dilagare della corruzione politica, come si potrà arginare la compravendita del potere politico? E cosa potrà capire il povero elettore in un gioco politico complicato da invisibili, ma decisivi fattori di tale natura?22
Alcune circostanze valevano per il Pci (le società commerciali per i traffici con l’Est europeo), altre per la Dc (le industrie e le holding di proprietà statale), mentre riguardavano entrambi il sostegno sindacale e i finanziamenti dalle potenze estere. Il Pci poteva sommare le quote della sottoscrizione dei tanti iscritti e gli introiti delle feste dell’“Unità”, insieme alla forte autotassazione dei deputati e dei propri rappresentanti nelle amministrazioni locali, ma sicuramente ciò non sarebbe bastato a gestire la macchina del partito, del quotidiano e delle organizzazioni collaterali. Quando la Dc di Fanfani andò assumendo un’effettiva struttura partitica, la chiusura del cerchio parve possibile tramite le risorse degli enti pubblici, in particolare attraverso l’Ente nazionale degli idrocarburi (Eni) di Enrico Mattei o la Federconsorzi;23 a vantaggio della Dc ma anche dei partiti di governo del centrosinistra. Fu in tal modo che nella pubblica amministrazione cominciò a dilagare la corruzione politica, negli anni fattasi sempre più allarmante e pervasiva.
Riscontrando nella realtà italiana del dopoguerra quanto osservato da Mosca e Michels già all’inizio del Novecento circa il carattere oligarchico della classe politica e la burocratizzazione dei partiti socialisti di massa, fu Mario Pannunzio invece a rilevare gli effetti della stabilizzazione dei partiti (grandi e non solo) dopo l’intensa mobilitazione degli anni della Liberazione e gli esordi della Repubblica. La figura centrale era divenuta nel frattempo quella del “funzionario”.
Occorrevano uomini, uffici, giornali, una disciplina, una propaganda. Così, accanto ai “leader” e ai dirigenti medi, si andarono formando i dirigenti minori, i “quadri” dei partiti, gli apparati burocratici, nazionali e locali, che assicuravano, sì, iniziativa, stabilità e continuità al lavoro organizzativo, ma nello stesso tempo promettevano fedeltà ai capi, e una specie di attiva e permanente obbedienza alle oligarchie politiche già organizzate. Era nato il “funzionario”, la figura più caratteristica e ambigua del partito moderno, detentore di poteri vastissimi, capace sotto certi aspetti di determinare, coi suoi legami, le sue manovre segrete, i suoi veti, il suo conformismo, il corso stesso politico del partito.24
I critici della partitocrazia pensavano soprattutto ai due grandi partiti (Dc e Pci) ma era tutto il sistema partitico ad essere messo sotto la lente di indagine circa i canali delle risorse finanziarie.25 Emergevano le prime proposte di un finanziamento pubblico dei partiti, giunte a maturazione legislativa solo nel decennio successivo. Le influenze del mondo giornalistico furono importanti nel concorrere a costruire un “senso comune” nei confronti dei partiti, così come delle forme della partecipazione ovvero del suo rifiuto. Si pensi a figure, in molte cose speculari, capaci di interpretare una certa idea d’Italia, come Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari. Montanelli (1909-2001) fu l’alfiere dell’Italia moderata e anticomunista. Di lui si potrebbero ricordare tanti articoli sarcastici e taglienti. In una risposta al leader democristiano Aldo Moro, a proposito dell’esclusione dei liberali dall’area di governo, emergeva un frammento della sua indole.
Ora, caro Onorevole, qui parla un iscritto a nulla: io il mio voto lo do a Giuseppe Saragat, fautore del centrosinistra. E sono pronto ad ammette- re che il centrosinistra debba escludere i liberali. Ma non sono altrettanto pronto ad ammettere che i liberali vengano posti sullo stesso piano dei comunisti, com’è stato fatto da molti esponenti democristiani.26
Era lo stesso Montanelli che alcuni anni dopo, nel 1976, dopo aver lasciato il “Corriere della Sera” e aver fondato un proprio quotidiano, “Il Giornale”, al fine di porre un argine a quella che si profilava come una dirompente ascesa elettorale del Pci, avrebbe invitato a «turarsi il naso ma a votare Dc». Dava voce anch’egli a una oramai visibile “maggioranza silenziosa”, avente la propria roccaforte politica a Milano, centro nevralgico dell’intreccio tra politica, affari e informazione. Penna graffiante quanto abile divulgatore di temi storici, egli fu anche l’autore della popolare serie in più volumi sulla Storia d’Italia;27 si potrebbe aggiungere, almeno per l’età contemporanea, a uso dei perplessi, vale a dire degli italiani che non si riconoscevano in una lettura della storia nazionale secondo la sequenza di alcuni suoi momenti alti (Resistenza-Costituzione), così come nei riti e nei simboli dei partiti antifascisti.
Portavoce dell’Italia progressista e democratica fu invece Scalfari, attento osservatore dei costumi italiani, prima alla direzione de “L’Espresso” (che usciva dal 1955) e più tardi de “la Repubblica” (fondata nel 1976). Nel seguire le fasi della modernizzazione del paese tra gli anni Cinquanta e Sessanta, fra aspettative e delusioni, Scalfari colse l’addensarsi nel corso del 1968 di eventi e tendenze che lo avrebbero indotto a scrivere, in fase di bilancio, di un «anno inquieto e drammatico». Mentre si prospettavano fenomeni di protesta attraverso la scheda bianca al momento del voto, a monte si indicava un problema di fondo: «la gente ha sfiducia nei partiti, nella classe politica, nello Stato». La frattura tra l’evoluzione della società civile e l’immobilismo della politica stava divenendo insostenibile: nella scuola laddove montava la protesta studentesca, nel sindacato anchilosato dalla burocrazia e dal perduto rapporto con gli operai, nei partiti investiti dall’apatia. «La politica appassiona forse più di prima, i partiti no». Se l’Italia era andata indubbiamente avanti sul piano sociale ed economico,
per l’uomo politico è accaduto invece il contrario: la macchina dello Stato, del partito, del sindacato, è rimasta ad un livello arretrato, è ferma, a dir poco, agli anni Cinquanta. E come se ciò non bastasse, questa macchina invecchiata intoppa, con la sua bassa produttività e con la sua scarsa moralità, il funzionamento di tutto il sistema. Invece d’essere per la società uno stimolo di progresso, finisce per pesarle addosso e rallentarne l’ascesa.28
Nel 1969 Scalfari pubblicava L’autunno della Repubblica,29 un libro ammonitore, a partire dal titolo, in cui si percepiva un mutamento di fase nella vita della democrazia repubblicana, causa la frammentazione corporativa del potere e il mancato rinnovamento della leadership politica.