11.5 Una “comunità immaginata”: televisione e politica

Erano gli anni dei primi festival della canzone italiana a Sanremo e delle dirette televisive che fermavano il Paese, diffondendo l’immagine di una nazione che si riconosceva attraverso il rito laico del video e dell’ascolto catodici. Immediato fu l’adattamento dei motivi canori più popolari nella propaganda politica. Come accadeva nel corso delle elezioni politiche del 1958 in un manifesto (e volantino) del Pci. Nel contrasto tra sfondo azzurro e rosso acceso delle scritte, in cima a una scala stava il leader democristiano, il piccolo (di statura) Amintore Fanfani. Lo slogan scandiva: «Troppo in alto. Dal blu dipinto di blu facciamolo scendere giù»;14 era la parodia della già famosa canzone Nel blu dipinto di blu ovvero «Volare» di Domenico Modugno, fresco vincitore al festival (con Jonnhy Dorelli).

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Troppo in alto, manifesto del Pci, 1958: da E. Novelli, C’era una volta il Pci…, cit., p. 149. Nel retro del formato volantino era riportato il testo della parodia della canzone di Modugno («Sloggiare» invece che «Volare», rivolto ai democristiani): ibidem, p. 150. Anche www.manifestipolitici.it.

Nel corso degli anni Sessanta la televisione “reinventò” la sfera pubblica, i costumi degli italiani e lo scenario della politica. Fu proprio in occasione di un’elezione amministrativa, nel 1960, che la politica fece il suo esordio televisivo. «Tribuna elettorale alla tv ha avuto un grosso successo», scrisse il giornalista e scrittore Achille Campanile sull’“Europeo”, osservando indici di ascolto pari a quelli del Musichiere, un noto programma di intrattenimento. Stava cambiando l’antropologia della politica e con essa la sfera dei luoghi di sociabilità. Quando nei paesi di provincia, laddove «la politica è sempre stata al primo piano dell’interessamento pubblico» e in cui «nel piccolo caffè del luogo non c’era altro svago che parlare di politica», «un bel giorno arrivò [...] la televisione, [...] fu un fiero colpo per la politica [...]; si riunirono non più per discutere di politica, ma per vedere la tv». Con la politica in televisione tutto si ricomponeva. Essa era attraente non solo per i temi trattati ma soprattutto per «il fatto di vedere sul teleschermo i protagonisti della nostra vita politica impegnati in conferenze stampa spesso spregiudicate e fatti segno a domande polemiche, che in molti casi interpretano stati d’animo diffusi»15. «Nenni a tribuna elettorale. In ogni casa la voce del Psi»,16 titolava un manifesto socialista, affisso presumibilmente presso le sezioni e in luoghi di passaggio, preannunciando la presenza del proprio leader in televisione.

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A. Campanile, Politica e tv: Perry Nenni show, in “L’Europeo”, n. 44, 1960

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Nenni a tribuna elettorale, manifesto, 1963, www.manifestipolitici.it.

Aprendosi a tutti i leader di partito, la tribuna elettorale poteva rispondere quindi a una domanda sociale di conoscenza. L’elettorato italiano era meno istruito rispetto a quello di altri paesi occidentali, e quindi il linguaggio audiovisivo incontrava un pubblico ben più ampio rispetto alla parola stampata di giornali e opuscoli. Leader di grandi e ora anche di piccoli partiti avevano un eguale diritto di tribuna. E però presto si capì che non tutti i leader erano in grado di mettere a frutto la ribalta televisiva e di diffondere messaggi capaci di emozionare. Per esempio, il leader democristiano Amintore Fanfani, seguito dal cronista nel corso della sua campagna elettorale nel 1963 – la prima campagna anche televisiva – si mostrò assai più a suo agio non nelle apparizioni televisive e nelle grandi manifestazioni, ma nei piccoli comizi:

dove il discorso è sempre improvvisato, sullo spunto di un’interruzione o di un manifesto avversario. Allora si scopre un Fanfani insolito, quasi sempre efficace e arguto, con i riflessi pronti, quasi umano. Magari c’è la scivolata demagogica, ma i concetti sono sempre chiari e concreti, di presa immediata.17

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N. Minuzzo, Fanfani, profeta del centrosinistra, in “L’Europeo”, n. 16, 1963. Sulle tecniche di persuasione in voga negli Stati Uniti e sulla loro traduzione (poco fortunata) ad opera della Dc, si veda L. Barzini, I persuasori sconfitti, in “L’Europeo”, n. 14, 1963.

La televisione fece presagire i possibili sviluppi dell’incontro tra propaganda politica e comunicazione elettorale. Accadde quando, in occasione delle elezioni del 1968, furono trasmessi momenti di un comizio del leader socialista Pietro Nenni, presenti anche noti personaggi del cinema come Sofia Loren, Carlo Ponti e Vittorio De Sica. Ancora il giornalista e scrittore Achille Campanile previde un’evoluzione in senso spettacolare e mondano delle campagne elettorali; poteva apparire avveniristico, ma in realtà non lo sarebbe stato:

il sistema farà sì che i partiti mietano aderenti in campi solitamente estranei alla politica, e soprattutto nel campo della mondanità. Il comizio di Nenni è stato una festa della mondanità. E dell’eleganza. Non c’è dubbio che, se il sistema attacca, le cronache politiche dovranno essere affidate ai cronisti mondani.18

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A. Campanile, Comizi elettorali a colpi di dive, in “L’Europeo”, n. 18, 1968.

La fortuna della politica in televisione e del video grazie ad essa erano da ricondurre agli effetti dello sviluppo economico e alle trasformazioni dei costumi. Il boom richiese un governo dello sviluppo, secondo scelte di intervento pubblico non condivise né dai partiti di opposizione né da settori della cultura economica, al punto tale che gli obiettivi della programmazione e della “politica dei redditi” che caratterizzarono il progetto del centrosinistra rimasero in larga parte sulla carta; una scelta del resto maturata con seri contrasti all’interno del mondo cattolico. Più che un rafforzamento delle istituzioni repubblicane, vi fu il consolidamento del ruolo dei partiti. Fu una centralità che la capillare penetrazione degli enti pubblici rese ancor più evidente. Era una democrazia di partiti ancora forti nel controllo sociale, che garantivano l’assetto del sistema politico, nonostante l’instabilità dei governi; a differenza di quanto accadde – si potrebbe dire in termini comparati – con la crisi della Francia della Quarta Repubblica nel 1958, laddove a un’analoga instabilità dei governi si aggiungeva la debolezza strutturale della gran parte delle forze politiche. Si allargava in modo ulteriore la dissociazione tra la vitalità della società e la burocratizzazione del sistema partitico.