11.3 La ribalta di giovani e nuove generazioni

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta anche le identità partitiche subirono i contraccolpi del riassetto socioeconomico del capitalismo e delle forme di lavoro, con il mutamento dei modelli di integrazione sociale e di legittimazione politica indotti dalla società dei consumi. Furono quelli gli anni nei quali i giovani si andarono definendo come soggetto generazionale, non solo economico, in quanto consumatori (dall’abbigliamento alla musica rock), ma anche sociale e politico. Di fronte uno straordinario dinamismo della società, causa l’incapacità delle istituzioni e dei partiti tradizionali a corrispondere alla modernizzazione dei costumi e degli stili di vita, emersero radicali movimenti di contestazione: gli operai, ma anche i giovani e le donne. Le discontinuità nella storia politica dell’Italia repubblicana si osservano del resto se si privilegiano i fattori generazionali e le identità di genere (donne e uomini).

Il diverso passo del paese, tra società e politica, emerse anche nelle mancate risposte alle domande di partecipazione provenienti dalle nuove leve giovanili cresciute nelle associazioni universitarie – tra partiti di riferimento e rivendicata autonomia –,4 come effetto delle discontinuità, sul piano internazionale e nazionale, che erano maturate intorno alla metà degli anni Cinquanta. Emerse allora una terza generazione di élite politiche rispetto a quelle che erano transitate dal primo al secondo dopoguerra. Il crogiolo dell’emergente classe politica fu l’università, in anni nei quali circa 200 000 erano gli studenti e le loro associazioni gravitavano già nel raggio di influenza dei partiti. L’associazione maggioritaria (circa il 40%) era l’Unione goliardica, con simpatie per i partiti laici tra gli aderenti e però senza vincoli formali. Era una forza analoga a quella delle diverse associazioni del mondo cattolico, unite nell’Intesa; raccoglievano solo il 15% i neofascisti del Fuan e ancor meno, il 7% circa, i comunisti. Gli studenti universitari degli anni Cinquanta restituivano una precisa immagine. «Non basta dire che gli universitari di oggi non sono fascisti e tanto meno comunisti: bisogna aggiungere che, in grandissima maggioranza, sono anticomunisti e ancor più antifascisti».5

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Sulle associazioni universitarie e sulle pulsioni antipartitiche, si può vedere F.E. Roccella, L’Unione Goliardica nell’ora presente, in “Critica liberale”, n. 3-4, gennaio- febbraio 1954, che si cita da La sconfitta del “Moderno Principe”, cit., pp. 63-67.

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N. Adelfi, La democrazia sale in cattedra, in “L’Europeo”, n. 15, 1953.

Sulla scena pubblica i giovani si videro soprattutto nel luglio del 1960, quando a Genova, città con solide radici antifasciste, scesero in piazza per protestare contro lo svolgimento del congresso nazionale del Msi. Portavano magliette a strisce, adottate come simbolo identitario nei giorni successivi da quanti li imitarono in altre città italiane, nel corso di sanguinosi incidenti con le forze dell’ordine. «Protagonista della protesta – scrisse il giornalista Andrea Barbato –, è la gioventù. A Roma, a Reggio-Emilia, a Palermo e Catania vittime della violenza di Stato sono ragazzi con maglietta a strisce».6 Si scriveva proprio di «violenza di Stato», incolpando il ministro degli Interni di aver «voluto prendere la sua rivincita» «dopo l’umiliazione subita a Genova». Sebbene, sottolineò un protagonista come il sindacalista Vittorio Foa, l’antifascismo dei giovani del luglio 1960 fosse solo in parte «un richiamo a una memoria storica», essendo in realtà «rivolto al futuro, alla ricerca di spazi di libertà».7 Si andò ricomponendo una sorta di unità generazionale oltre le distinzioni classiste e socio-culturali, con un progressivo abbattimento delle barriere tra gioventù studentesca e gioventù operaia, tra gli eleganti abiti grigi degli studenti universitari anni Cinquanta e le tute blu dei giovani operai.

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A. Barbato, Dovunque magliette a strisce, in “L’Espresso”, 17 luglio 1960.

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V. Foa, Questo Novecento, Einaudi, Torino 1996, p. 266.

Nel novembre 1966 la mobilitazione dei giovani scattò una prima volta per salvare i libri e i tesori dell’arte italiana minacciati a Firenze dall’alluvione; gli “angeli del fango” provenivano dalle maggiori città italiane, precorrendo le sfide e le contraddizioni della gioventù italiana. Pure il contesto internazionale induceva i giovani alla mobilitazione, nel nome della campagna pacifista contro la guerra americana in Vietnam. Manifesti e magliette annunciavano l’emergere della figura del “contestatore” (contro la società consumistica e industriale) ovvero del “giovane impegnato” (per una “religione dell’umanità”, la rivoluzione sociale, ecc.), con il superamento delle distinzioni di genere e la presenza di tante ragazze; così come, in una chiave transnazionale, stava avvenendo altrove, in molti paesi europei, sul modello dei loro coetanei statunitensi.

Sospinti dal “miracolo economico” al centro della scena pubblica, i giovani concorsero in modo significativo nel ridefinire le forme della vita politica. Attraverso la dialettica tra le istanze collettivistiche e libertarie dei movimenti e le propensioni individualistiche del consumismo ingenerato dalle migliori condizioni di vita, si corrodevano le appartenenze politiche e le solidarietà sociali mutuate dai partiti di massa. Vennero rivendicati i diritti civili come nuova frontiera della cittadinanza democratica, nel nome dei valori individuali e della differenza di genere. Alla critica della forma-partito e dei suoi luoghi tradizionali, nei movimenti politico-culturali degli anni sessanta corrisposero uno stile e linguaggi nuovi. L’esplosione della protesta giovanile nelle università8 e operaia nelle fabbriche segnò uno snodo decisivo nel manifestare le tensioni tra le “vecchie” identità (di classe e ideologiche) e le nuove aggregazioni (generazionali, di genere, di ceto). Gli anni 1968-1969 rappresentarono una sorta di secondo “biennio rosso” nella storia italiana,9 riproponendo il dilemma storico dell’ancora mancata integrazione del mondo del lavoro nella comunità nazionale e allargando la questione alla società nei suoi gangli vitali.

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G. Viale, Contro l’Università, in “Quaderni piacentini”, n. 33, febbraio 1968, che si cita da L. Parente, I partiti politici nell’Italia repubblicana, cit., pp. 194-201.

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Si può vedere la testimonianza di un sindacalista che visse da protagonista quegli anni: B. Trentin, Autunno caldo. Il secondo biennio rosso 1968-1969, intervista di G. Liguori, Editori Riuniti, Roma 1999.

Con l’esplosione del Sessantotto (studentesco e operaio) la “bandiera gialla” dei giovani del “miracolo” fu sostituita dalle bandiere dei giovani arrabbiati e rivoluzionari; rosse ma non solo, data la polivalenza delle spinte e dei contributi (sociali, ideologici, religiosi, intellettuali), nonché la policromia delle manifestazioni. Tutta una parte del movimento rifiutò qualsiasi colore politico, avendo come simbolo comune i raggi arcobaleno evocati da una tra le più popolari canzoni dei Beatles (Lucy in the sky with diamonds). Del resto la colonna sonora del ‘68 fu la canzone Azzurro, scritta da Paolo Conte e interpretata da Adriano Celentano. Erano gli anni declinanti del boom; un testo poetico diventava canzone popolare, in cui la dimensione privata si sovrapponeva alla vita pubblica.

[…] testo da poesia crepuscolare intima e privata nel Sessantotto rosso […] Azzurro nutre delle radici più autentiche della provincia nostrana la rappresentazione poetica del contrasto, italianissimo, fra la potenza dell’immaginazione e la tendenza alla disillusione, fra fantasticheria e scetticismo, fra spazio della memoria e speranza nel futuro.10

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F. Canessa, Azzurro. Conte, Celentano, un pomeriggio..., Donzelli, Roma 2008, pp. 98-99.