11.2 Cinema, consumi culturali e politica quotidiana
Nel corso degli anni Cinquanta si passò dall’aspirazione a una sopravvivenza dignitosa prevalente nel dopoguerra al sogno pubblicitario che alimentò la vita quotidiana, prima di divenire realtà del consumo di massa con gli anni Sessanta. Con la crescente circolazione di periodici illustrati e rotocalchi popolari, la fortuna del cinema e l’avvento della televisione, la società incontrava la politica nella quotidianità e ne mutava i linguaggi.
Il cinema divenne un medium capace di diffondere immagini e idee, slogan e modelli di comportamento, influenzando pubblici e società; una storia culturale della politica, intesa come storia sociale delle rappresentazioni, aiuta a comprenderne l’impatto nella raffigurazione di una «comunità immaginata», così come la “nazione repubblicana” si stava configurando. Esso fu intanto un veicolo di transfer culturali transnazionali; basti pensare all’influenza del cinema neorealista d’autore (De Sica, Rossellini, Visconti) nel rappresentare la società e il suo contributo alla costruzione dell’immaginario collettivo. Nell’“Italia democristiana” si produsse non a caso un clima di conformismo, con una sistema censorio che tutelava il “buon costume” e colpiva le pellicole cinematografiche più impegnate. Il cinema leggeva però la società anche attraverso la commedia cosiddetta all’italiana: Grande guerra, Resistenza, Ricostruzione e boom furono i temi principali. Era un cinema che si collocava nel solco della tradizione nazional-popolare; la commedia scopriva e rappresentava la storia sociale degli italiani, con l’occhio della cinepresa puntato sulla vita quotidiana e sui tratti più visibili della realtà del Paese.
Abbandonando le tematiche del neorealismo, il cinema italiano produsse molti film che, sotto un’apparenza ironica e leggera, coglievano le trasformazioni in atto nella società, svolgendo spesso una funzione di satira politico-sociale (nonché di critica nei confronti delle istituzioni e del potere) che fu importante anche per il successo di pubblico che ne conseguiva.
Esemplari e sorprendenti come rappresentazioni della dimensione sociale e pre-politica della “gente comune” furono numerose pellicole cinematografiche che avevano come protagonista l’attore Totò (Antonio De Curtis). La sua popolarità si dovette agli innumerevoli ruoli irriverenti verso la politica e insieme a una seducente ambiguità ideologica: insieme di destra e di sinistra, comunque attraverso la figura dell’oppositore: «Vostro onore, mi oppongo: mi oppongo a tutto, a priori!», declamava in un suo emblematico film.3 Totò diede voce ai desideri e ai bisogni degli Italiani, al primordiale istinto di sopravvivenza: la fame e la casa, anche con l’imbroglio e la beffa, la dissacrazione dei costumi (sessuali in primo luogo). Nella commedia neorealista Totò cerca casa (Mario Monicelli e Steno, 1949), Totò ridicolizza il potere istituzionale (del sindaco) e si appropria della parodia dei discorsi politici: popolo, «sfollati di tutto il mondo, unitevi!». Nel 1954, l’anno di esordio della televisione, la censura prese di mira il film Totò e Carolina, diretto da Mario Monicelli; molte battute e situazioni furono tagliate. Come quando l’attore Totò, nei panni di un questurino, superando un camion, gridava «Buttatevi a destra» a passeggeri che stavano cantando: nella versione censurata, Di qua e di là dal Piave, mentre nella versione originale intonavano Bandiera rossa, giustificando quindi l’effetto comico dei dialoghi originali.
La politica nella sua dimensione spettacolare – la campagna elettorale – venne portata sul grande schermo attraverso il filtro della televisione e della pubblicità. Già nel 1963, tre anni dopo l’avvio di Tribuna elettorale in televisione, il cinema enfatizzò quel decisivo passaggio mediatico nella comunicazione politica. Nel film Gli onorevoli, il regista Sergio Corbucci rifuse cinque storie di “strombature” di altrettanti candidati alle elezioni, tutti sedotti dalla modernità incalzante e dal miraggio del denaro: il monarchico (Totò), la democristiana (Franca Valeri), il liberale (Gino Cervi), il missino (Peppino De Filippo), l’intellettuale comunista (Aroldo Tieri). Si rappresentava una colorata campagna elettorale, tra comizi in piazza, manifesti e ridicole performance televisive. È la pellicola in cui tutti ricordiamo Totò, alias Antonio La Trippa, candidato del Partito Nazionale della Restaurazione, farsi una personale campagna elettorale con i condomini, al grido di «votantonio, votantonio!».