1.4 Educazione e associazionismo
La teorica dell’associazione – o del socialismo mazziniano – avrebbe posto le fondamenta per la nascita dell’universo repubblicano (tra mutuo soccorso, cooperazione, banche popolari, consociazioni territoriali ecc.), epicentro del progetto educativo prospettato da Mazzini e dai suoi seguaci come via maestra per la conquista di una “patria repubblicana”. Egli raccolse nel 1860 i suoi scritti sulla questione sociale, in un volume presto noto e diffuso, intitolato Doveri dell’uomo. Il forte richiamo etico serviva a controbilanciare il liberalismo, l’egoismo individuale in politica e il liberismo in economia, senza trascurare la tematica dei diritti. L’associazionismo doveva essere la giusta sintesi tra diritti e doveri, sentimenti morali e bisogni spirituali. L’universo sociale ed economico di ascendenza mazziniana si costituì attorno alla formula “capitale e lavoro nelle stesse mani”; la tutela degli interessi economici non poteva costituire il fine, ma solo il mezzo per esercitare la prerogativa di essere uomini liberi. Lo scenario che si aprì dopo l’Unità, avvenuta nel segno moderato e filosabaudo, comportò per Mazzini una maggiore articolazione delle modalità organizzative. Persistevano formazioni clandestine, quali la Falange sacra (1862) e l’Alleanza repubblicana universale (1866), intese a mantenere vivi tanto lo stato di mobilitazione per l’unificazione nazionale che un transnazionale sentimento antimonarchico, con ulteriori messe a punto circa la forma dell’organizzazione. Si pensi solo a uno dei tratti principali delle moderne forme di organizzazione politica come la divisione dei compiti: «il segreto della potenza del lavoro» secondo Mazzini.11 Pur non introducendo ancora la democrazia del voto nella legittimazione e nel controllo di chi doveva esercitare funzioni direttive – scelto attraverso una cooptazione dall’alto –, egli avrebbe sottolineato la necessità per un partito che «abbia fede nel proprio avvenire» di considerarsi «un piccolo Stato destinato ad assimilarsi e trasformare lo Stato grande esistente».12 Nel movimento mazziniano del primo decennio postunitario l’organizzazione sociale andò assumendo un peso crescente. Già nel 1841, nell’esilio londinese, Mazzini aveva indicato le forme nuove dell’azione economica a vantaggio del mondo del lavoro, promuovendo l’Unione degli operai italiani, sorta nel quadro della ricostituita Giovine Italia. Dopo l’unificazione del Regno l’attivismo su questo piano fu continuo. Già al congresso nazionale delle società operaie, svoltosi a Firenze nel 1861, l’introduzione dell’impegno politico fece emergere la supremazia del mazzinianesimo, con l’uscita dall’organismo delle associazioni di ispirazione liberale e moderata. Negli anni successivi una tale egemonia si perfezionò dapprima attraverso un Atto di fratellanza (Napoli, 1864) e quindi con un vero e proprio Patto di solidarietà (Roma, 1871). Questo organismo consumò la sua vicenda ultraventennale (fino al 1893) non riuscendo a sciogliere l’ambiguità originaria di un’identità oscillante tra la funzione sociale e quella politica, lasciando spazio alle nascenti organizzazioni economiche e sindacali promosse dal movimento anarchico-socialista.
Dando seguito a una direttiva del Patto di Fratellanza, vennero invece costituite numerose “consociazioni” con dichiarato carattere “repubblicano”, di carattere federativo e regionale. Mettendo a frutto le eredità della cultura associativa mazziniana, attraverso una chiara scelta legale, nell’Italia della Monarchia esse rappresentavano l’ulteriore grado di formalizzazione dell’identità politica e culturale della “parte” – minoritaria e sconfitta – degli italiani che si richiamava alle idealità repubblicane. Chiara era la percezione dei tempi mutati in Aurelio Saffi, accorto regista di una difficile mediazione fra la tradizione mazziniana e il “partito” dei fautori della Repubblica, interprete sia del ruolo di notabile democratico nella sua terra (Forlì e la Romagna) sia delle ascendenze del radicalismo popolare anglosassone. Le radici si ritrovavano al di fuori del parlamento, dove si favoriva l’apprendistato dei cittadini sul piano della partecipazione elettorale dapprima alle competizioni locali e di seguito anche a quelle politiche, attraverso il superamento della pregiudiziale istituzionale repubblicana.