10.4 “Terze forze”: democratico-liberali, repubblicani, radicali

Nell’Italia repubblicana, segnata dalla contrapposizione tra i blocchi ideologici della Guerra Fredda, le componenti laiche inseguirono vanamente la prospettiva di una “terza forza”. Era in fondo la versione pluralistica e aggiornata di quel “partito della democrazia” che era stato prospettato già da Bertani e Cavallotti nel secondo Ottocento, ridestato da Giovanni Amendola nel primo dopoguerra e che la breve vicenda del Partito d’azione aveva pure prefigurato negli anni della transizione postfascista. L’inserimento nelle compagini governative di centro egemonizzate dalla Dc non attenuò gli effetti della crisi politico-elettorale e organizzativa delle formazioni laiche – i repubblicani e i liberali, una volta dissoltosi il Partito democratico del lavoro di Meuccio Ruini –, rimaste sulla scena politica a rappresentare una longeva tradizione di origine ottocentesca che anche in Italia avrebbe richiesto capacità di rinnovamento.

Quando, nel maggio-giugno del 1942, si costituì il Partito d’azione, esso sorse come espressione di un movimento tendenzialmente sovra-partitico, volto a favorire l’unione delle forze antifasciste non comuniste e a fungere da luogo di incubazione di un’azione rivoluzionaria di marcata intonazione morale. Esso esprimeva la vitalità delle tradizioni etico-politiche sia di Giustizia e Libertà sia della più lontana ispirazione risorgimentale, mazziniana e repubblicana:

Il Partito d’Azione è un movimento politico nuovo ispirato al principio del nesso inscindibile fra la libertà politica e la giustizia sociale. [...] quelle aspirazioni [...] non possono realizzarsi nel quadro dei principi e metodi tradizionali dei vecchi partiti. [...] Caratteristica di questa lotta sarà l’intensa partecipazione delle masse popolari, dal cui intervento autonomo si esprimano nuovi ceti dirigenti e sorgano istituzioni di libertà che il popolo riconosca e difenda come proprie.21

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I «sedici punti», in “Italia libera”, 19 luglio 1944, in L. Parente, I partiti politici nell’Italia repubblicana, cit., pp. 19-20.

All’intransigenza antimonarchica si unì l’azione per un radicale rinnovo delle istituzioni e della classe dirigente. Il Pd’A divenne comunque una galassia di orientamenti programmatici e politici che spesso si sarebbero dimostrati poco componibili. Le formazioni militari di Giustizia e libertà, che comprendevano circa 35 000 partigiani – vale a dire il 20% circa delle forze resistenziali –, si organizzarono sotto il comando di Ferruccio Parri e portarono un contributo importante al progetto di un riformismo militante indirizzato alla realizzazione di una rivoluzione democratica. L’opposizione al governo Badoglio nella primavera del 1944 e alla scelta di un’unione nazionale senza preclusioni istituzionali vide il Pd’A attestarsi su una posizione di minoritaria intransigenza nell’ambito delle forze antifasciste.

Nel passaggio dalla guerra partigiana alla lotta politico-organizzativa richiesta dal ritorno alla vita democratica, i principi del liberalismo rivoluzionario ereditati da Piero Gobetti e il volontarismo morale degli intellettuali azionisti si dimostrarono ben presto inadeguati di fronte all’affermazione di forti identità classiste e ideologiche. Venendo meno la possibilità di assumere una funzione di coscienza critica tra le risorte formazioni partitiche della sinistra italiana, si determinò una forte conflittualità interna tra gli azionisti operanti nelle diverse aree geografiche del paese. Nel disincanto morale prima ancora che politico della stagione post-resistenziale, con lo svuotamento dei poteri dei Cln e un crescente peso delle forze moderate, tra il 1945 e il 1946 si consumarono sia l’azione di Ferruccio Parri come presidente del Consiglio sia il progetto di una rivoluzione democratica incentrata sul coinvolgimento dei ceti medi. Nel febbraio del 1946, al primo congresso nazionale, non si riuscì a evitare una lacerante scissione del partito, fortemente ridimensionato in ogni sua possibile ambizione dalla sconfitta registrata nel giugno seguente nelle elezioni per la Costituente. La disillusione e le recriminazioni resero insanabili le fratture tra le originarie componenti politiche e culturali, determinando la disgregazione del Pd’A. La parte maggioritaria, di ispirazione socialista, confluì nel Psi e in misura minore nel Partito socialista dei lavoratori italiani di Giuseppe Saragat. Parri e La Malfa diedero invece vita al Movimento per la democrazia repubblicana, culturalmente vivace per quanto di breve esistenza; i suoi seguaci avrebbero aderito al Pri.

Negli anni di fondazione della democrazia, per cause analoghe a quell’elitismo che aveva minato le prospettive politiche degli azionisti, si consumò anche il tramonto di una classe politica liberale avente una prioritaria funzione di governo. Risultò decisiva l’incapacità di rapportarsi a una società di massa che la forma di organizzazione fascista dello Stato aveva comunque affermato e di uscire pertanto da una logica elitaria sia nella scelta della classe politica sia nelle forme di articolazione del consenso. Nel caso del Pli, solidale con la monarchia nella crisi di transizione, un ruolo preminente svolsero ancora personaggi prestigiosi degli anni prefascisti come Vittorio Emanuele Orlando e Benedetto Croce.

Ad alcune figure spettò una funzione di rilievo nella Ricostruzione: tra gli altri, Epicarno Corbino come ministro del Tesoro, Luigi Einaudi come ministro del Bilancio e quindi nella qualità di primo presidente elettivo della Repubblica. Furono però anche gli anni in cui la tradizione liberal-democratica di Giovanni Amendola fu rifusa nell’idea di un “nuovo liberalismo”,22 attraverso il movimento politico interno al partito promosso da Niccolò Carandini e tramite i periodici diretti da Mario Pannunzio, dapprima “Risorgimento liberale” e quindi “Il Mondo”; energie e risorse intellettuali che fuoriuscirono in seguito dal Pli, alimentando l’alveo del nuovo radicalismo democratico. Diretto da Giovanni Malagodi per oltre quindici anni (dal 1954 al 1972) su posizioni di prevalente conservazione sociale ed economica, in uno stretto rapporto con le aspettative del mondo imprenditoriale della Confindustria, il Pli concorse alla formazione dei governi centristi; fino a quando, di fronte alle sfide della modernizzazione della società, non sarebbe maturata l’apertura a sinistra, proprio a discapito della presenza nel governo del Pli, animatore di una forte polemica con la Dc e contro il centrosinistra, rientrata solo all’inizio degli anni Settanta. Sarebbe perdurata comunque quell’intrinseca debolezza del partito che gli osservatori non mancavano di ribadire. Come si fece in occasione del voto del 1972 a proposito della campagna elettorale del leader Malagodi in occasione di un suo comizio a Milano:

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Sul rapporto fra anni prefascisti e rifondazione liberale, cfr. Il Partito Liberale liberale nel secondo dopoguerra, Guida alle fonti archivistiche per la storia del Pli. Atti dei Congressi e Consigli Nazionali, Statuti del Pli, 1922-1992, a c. di G. Orsina, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004.

Il comizio dimostra la debolezza e le possibilità dei liberali in Europa. Manca l’“esprit de corps” d’un grande partito, basato sull’unità e la lotta di classe o su una diffusa tradizione cristiana. I liberali, come individualisti, hanno difficoltà a ricreare un largo terreno comune.23

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T. Wieser, Al centro del centro, in “L’Europeo”, n. 17, 1972.

Nel solco della tradizione mazziniana e repubblicana si contraddistinse invece la rinascita del Pri di Randolfo Pacciardi e Giovanni Conti, la cui forte polemica nei confronti sia della monarchia sia del carattere partitico assunto dai Cln aveva offerto l’occasione per ridare nuovo slancio ai valori prefascisti. Mantenuta una propria identità nell’emigrazione, in un continuo confronto tra eredità e fermenti innovatori, nel dopoguerra la conquista della Repubblica aveva aperto un forte problema di identità nelle file di un partito che, una volta raggiunto il principale dei suoi fini (la nuova forma istituzionale), andò perdendo consensi elettorali e dinamismo politico, smarrendo una propria capacità progettuale, al contrario manifestatasi anche alla Costituente con le proposte federalistiche presentate da Oliviero Zuccarini. Furono anni in cui il Pri, nonostante il ruolo nazionale assicurato dall’accesso all’area di governo, causa anche una presenza organizzativa non omogenea sul piano nazionale, si affidò all’autonomia delle istanze locali, peraltro assai differenziate quanto a potenzialità e comunque impari rispetto all’unica area regionale – la Romagna – dove la tradizionale e rinverdita capillarità dell’insediamento amministrativo e sociale continuava a gratificare il partito di una dimensione di massa.

A partire dall’inizio degli anni Quaranta fu Ugo La Malfa a farsi interprete delle aspirazioni e dei valori dell’Italia democratica e laica, con funzioni di primo piano nei governi nazionali, tanto per il consolidamento della democrazia repubblicana quanto per la modernizzazione economica del paese. Fu quanto avvenne già negli anni di consolidamento della Repubblica e dei primi governi di centro guidati da Alcide De Gasperi, quando a La Malfa e a esponenti repubblicani (Carlo Sforza agli Esteri, Randolfo Pacciardi alla Difesa, Alberto Tarchiani come ambasciatore negli Stati Uniti) toccò la gestione delle relazioni internazionali della nuova Italia e il suo inserimento nel sistema delle alleanze politico-militari occidentali. Inoltre, proprio con La Malfa, venne una forte spinta, intellettuale e politica allo stesso tempo,24 a favore di un intervento dello Stato nell’attività di sostegno allo sviluppo economico nonché, alla testa del ministero del Commercio estero, nella promozione di una liberalizzazione degli scambi che favorisse la partecipazione italiana all’avviato processo di integrazione europea.

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Ugo La Malfa. Appunti riservati (1950-1979), in “Annali della Fondazione Ugo La Malfa”, XVII, 2002.

Riconducibile alla famiglia delle forze democratico-liberali fu la nascita del “nuovo” Partito radicale (Pr), costituito nel 1955 e frutto del concorso di diverse esperienze politico-culturali: correnti di sinistra uscite dal Partito liberale italiano per l’opposizione alla linea di aperto sostegno alla Confindustria e ai grandi interessi economici, con personaggi come Leone Cattani, Bruno Villabruna e Mario Paggi; esponenti, come Leone Piccardi, del movimento di Unità popolare, creato nel 1953 per contrastare la legge elettorale maggioritaria; ex azionisti come Leo Valiani e Guido Calogero; intellettuali e giornalisti di area laica come Ernesto Rossi, gravitanti attorno a periodici come “Il Mondo” di Mario Pannunzio e “L’Espresso” di Arrigo Benedetti; giovani universitari aderenti all’Unione goliardica italiana e a organismi rappresentativi accademici come l’Unione nazionale degli universitari italiani. La nascita del Pr fu accompagnata da una riflessione sulla storia e sulla tradizione del primissimo radicalismo italiano; un ponte gettato verso il passato, ma caratterizzato da una valenza più culturale che politica. La ribadita aspirazione “terzaforzista” collocava il Pr sul terreno di una decisa opposizione sia ai governi guidati dalla Dc sia all’ideologia comunista.

La formazione di un leader nuovo: Marco Pannella

Lo scompaginarsi delle iniziali forze intellettuali spinse la giovane componente guidata da Marco Pannella (1930-2016) a una sorta di ricostituzione del partito. Con il ricambio generazionale del gruppo dirigente, maturato nel 1962, si venne a delineare la peculiarità di un originale partito-movimento, con un’attiva e volontaria militanza politica, a fianco di una piccola schiera di intellettuali e uomini di cultura. La scelta dei radicali fu quella di puntare non tanto al coinvolgimento nei tradizionali meccanismi degli equilibri partitici e governativi, quanto alla promozione di campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica sui temi propri di una moderna concezione della società e delle istituzioni. Si ritornava a parlare di “rivoluzione democratica” e venne ribadita l’importanza del nesso tra “primato della politica” ed esigenza dell’azione diretta. Attraverso il rifiuto della forma di organizzazione partitica, furono sperimentate pratiche innovative di mobilitazione in merito alle battaglie per i diritti civili, divenute il contenuto di un progetto riformatore e laicista che privilegiava consultazioni referendarie a cui chiamare tutti i cittadini.

A una rifondazione della cultura politica dei democratico-repubblicani si dedicò il nuovo gruppo dirigente del partito che si formò attorno a Ugo La Malfa, in seguito al distacco nel 1964 della componente legata a Pacciardi, fautore in Italia di una riforma in senso presidenzialista sul modello della V Repubblica promossa in Francia da Charles De Gaulle. Se la lontana ispirazione mazziniana non era negata, un sempre minore spazio rimaneva per le nostalgie della tradizione. Il proposito di dar vita a un “partito della democrazia” che fosse anche il “partito delle riforme”, culturalmente attrezzato e fulcro politico dell’opinione pubblica laica e progressista, si coniugava con il rilancio di una forma organizzativa che non si reggeva tanto sul senso di appartenenza degli iscritti – possibile del resto in limitate aree locali e oggetto di una progressiva meridionalizzazione – quanto sulla condivisione di finalità programmatiche da parte degli elettori di un ceto medio prevalentemente urbano. Si proponeva insomma un modello di moderno partito d’opinione, aperto alle domande dei ceti medi borghesi per una maggiore efficienza dello Stato e una rinnovata moralità nella vita pubblica. Stava inoltre crescendo in La Malfa la convinzione che dovesse un giorno verificarsi un incontro tra la sinistra democratica e la sinistra comunista: «La sola discussione seria un giorno l’avremo con loro»,25 una volta caduto il legame con l’Urss, andava ripetendo.

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J. Neuvecelle, La Cassandra vuole agire, in “L’Europeo”, n. 19, 1972.

La parabola del centrosinistra non assecondò le aspettative delle “terze forze”. I deludenti riscontri elettorali non deponevano del resto a loro vantaggio. Fu anche il caso delle alleanze elettorali trasversali, promosse dai radicali dapprima con il Pri e quindi con il Psi. Rimase un progetto velleitario e destinato a non concretizzarsi.