10.3 Socialisti: la forza della tradizione

Mentre la costituzione della Dc e la rinascita del Pci avvennero con una capillare penetrazione nella vita politica dell’Italia democratica, la riorganizzazione delle forze socialiste si dimostrò più complessa. Essa avvenne nell’agosto del 1943 con la denominazione di Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup), sulla base della preesistenza di alcune forme organizzative clandestine (il Partito socialista italiano e il Movimento di unità proletaria, avente sede a Milano) e grazie all’opera congiunta di Giuseppe Romita e Lelio Basso. Nella dichiarazione programmatica si fondevano tradizione e progettualità del partito:

espressione ad un tempo della continuità della tradizione del movimento operaio, e delle esigenze della situazione, che fa del Socialismo il problema di oggi, e non la vaga aspirazione di un lontano avvenire. Per vent’anni la lotta socialista ha assunto il carattere di lotta essenzialmente antifascista; ma le ragioni profonde della lotta socialista precedono l’esistenza del fascismo e permangono dopo la sua eliminazione. Al popolo assetato di libertà indica quale soluzione positiva e concreta la lotta per la Repubblica Socialista dei Lavoratori.16

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Dichiarazione politica del Partito socialista italiano di unità proletaria, in “Avanti!”, 26 agosto 1943, anche in L. Parente, I partiti politici nell’Italia repubblicana, cit., pp. 37-38.

Nell’orizzonte rivendicato e prioritario della repubblica, riemersero i dilemmi legati alle due “anime” storiche del socialismo italiano, riformista e rivoluzionaria, da adattare alle esigenze mutate dell’azione politica e sociale, già accesamente discusse all’indomani della sconfitta di fronte al fascismo. Da una parte si poneva il problema del rapporto con le forze che sostenevano la democrazia liberale, mentre dall’altra era necessario riflettere sul significato dell’alleanza competitiva con il Pci, in relazione soprattutto al riallinearsi dei rapporti di forza che stava intervenendo nel vivo della lotta di Liberazione. Pur presente nelle file della Resistenza con le Brigate Matteotti e capace nel giro di due anni di vantare quasi 860 000 iscritti attorno alla rinata bandiera del quotidiano “Avanti!”, la configurazione del Psiup come partito di massa mal si addiceva alla debolezza della sua presenza organizzata nella società. Il partito sembrava beneficiare soprattutto della capacità di attrazione e di identità politica insita nei retaggi della tradizione socialista e nel fascino esercitato da alcuni suoi nuovi dirigenti. Era la generazione affermatasi nell’emigrazione e nella clandestinità che avrebbe guidato il partito nel secondo dopoguerra, di cui Pietro Nenni (nato nel 1891) fu il principale e popolare leader.

La forza della tradizione risultò quindi importante nell’assegnare anche al Psiup una connotazione di massa, ma un tale esito si sarebbe dimostrato insufficiente a garantire un’autonoma capacità d’azione. Inoltre, riemersero il radicato esclusivismo classista e i vecchi contrasti che avevano caratterizzato l’intera storia del movimento socialista italiano. Riprese la pratica delle correnti, che già negli anni prefascisti aveva minato l’operatività e l’influenza politica del Psi. I condizionamenti internazionali e la radicalità delle contrapposizioni originarono inoltre una profonda scissione organizzativa nel gennaio del 1947, quando i fautori dell’autonomia, separandosi dalla maggioranza di chi sosteneva l’unità d’azione con il Pci, diedero vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli). Lo guidava Giuseppe Saragat, intellettuale del socialismo riformista fattosi conoscere già nel mondo dell’emigrazione e nel secondo dopoguerra rimasto a lungo leader di quello che sarebbe diventato il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Una non marginale parte di quella tradizione che aveva permesso al Psiup di diventare la seconda forza politico-elettorale del paese si disgregò e si disperse già con le elezioni del 18 aprile 1948, con effetti duraturi di frammentazione del socialismo italiano. Gli osservatori guardavano ai socialisti come a un mondo in perenne crisi, attraversato da una sorta di spirito di autodistruzione. Cosa era accaduto, secondo il giornalista Mario Pannunzio?

Era successo che ci si era accorti che il socialismo era uno stato d’animo: il comunismo, invece, un partito, una chiesa, un esercito. [...] Da quattro anni i socialisti non fanno che cambiare mazzo. La loro fisionomia, la loro stessa esistenza sono determinate dalla presenza soverchiante di questo partito misterioso e incontrollabile. Accanto ai comunisti i socialisti non hanno altra via che tentare successivi adeguamenti, retrocessioni, avanzate, finte, sondaggi, tregue. In questa lotta estenuante il socialismo va perdendo di giorno in giorno ogni sua ragione. [...] isolati, tra loro rivali, i socialisti sono per di più divisi dall’individualismo esasperato dei capi, che impedisce le durevoli intese e i programmi comuni. Delle due formazioni, il Psi e il Psdi, che si contendono oggi il primato, nessuna delle due, da sola, può aspirare a rappresentare il socialismo.17

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M. Pannunzio, Psi: un partito in crisi da 56 anni, in “L’Europeo”, n. 36, 1948.

Nell’immediato, da una posizione di debolezza, si consolidò l’alleanza tra i comunisti e i socialisti guidati da Nenni e Morandi, dando seguito alla politica prebellica del “frontismo”, vale a dire l’unione delle forze della sinistra sia sul piano elettorale e nella gestione delle associazioni di massa sia nel richiamo comune al mito sovietico e nella condivisione di un modello centralizzato di organizzazione partitica. Fungendo da acceleratore del processo di revisione che interessò il socialismo internazionale e mentre intervenne un altro motivo di contrasto circa l’avviato processo di integrazione europea, furono i fatti di Ungheria del 1956 a porre sostanzialmente fine alla stagione frontista. Furono rimessi in gioco gli equilibri interni al partito, sulla base di correnti che ritornavano ad essere visibili e operative. Su posizioni autonomiste dal Pci e maggioritarie tra le diverse correnti si ritrovò anche Nenni, impegnato a dar corpo alla politica di dialogo con la Dc. Nel dicembre del 1963 si arrivò alla partecipazione di rappresentanti socialisti nel governo nazionale; era la sanzione della nuova fase dei governi di centrosinistra. Finiva «l’epoca del socialismo all’opposizione».

È successo. La svolta è avvenuta venerdì pomeriggio all’Eur, davanti a 600 delegati, 300 giornalisti venuti ad ascoltare la relazione con cui Pietro Nenni ha aperto il 35° congresso del Psi e ha chiuso un’epoca storica [...]. Il vecchio leader ha ricordato gli errori e le colpe, il massimalismo, le occasioni mancate, il senso della storia smarrito per tanti anni, la sottovalutazione dell’avversario di classe [...] convincendo quattro milioni di socialisti ad entrare nella stanza dei bottoni.18

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M. Monicelli, La stanza dei bottoni, in “L’Europeo”, n. 44, 1963.

Una tale evoluzione politica comportò per il socialismo italiano un grande rimescolamento delle carte. La sinistra del partito infatti, non accettando quella scelta, provocò una nuova scissione (circa il 20% delle forze e ancor più nella componente socialista interna alla Cgil), ridando vita nel gennaio del 1964 all’originaria formazione postbellica del Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup), con alla guida Tullio Vecchietti e Dario Valori. Furono ribadite le tradizioni classiste e internazionaliste del socialismo italiano,19 le quali avrebbero trovato echi significativi nella stagione dei movimenti sociali e politici, oltre la breve esistenza del nuovo Psiup (scioltosi dopo le elezioni del 1972). Al contrario, se si determinarono le condizioni per una fusione di Psi e Psdi nel Partito socialista unitario (ottobre 1966), l’esito si rivelò fallimentare, traducendosi in un’ulteriore scissione già nel luglio del 1969, a causa delle differenze programmatiche e comportamentali ormai presenti tra i dirigenti e tra i militanti delle diverse “anime” del socialismo italiano. Del resto, mentre la leadership socialista avrebbe cominciato a richiedere “equilibri più avanzati” per il governo del paese (pensando al Pci), il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, presidente della Repubblica tra il 1964 e il 1971, continuava a rimanere convinto dell’inaffidabilità democratica dei comunisti.20

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Psiup, La Dichiarazione programmatica del partito, in “Rassegna socialista”, 10 maggio 1964, in L. Parente, I partiti politici nell’Italia repubblicana, cit., pp. 155-159.

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A. Wucher, Il Presidente torna in campo, in “L’Europeo”, n. 19, 1972.

L’implosione del centrosinistra assestò infine un colpo decisivo alle ambizioni di una formazione divisa nello scontro paralizzante tra le correnti, con una “partitizzazione” della stessa rappresentanza socialista presente nelle centrali sindacati della Cgil e della Uil. Ne conseguì un effetto importante per la configurazione del sistema politico italiano: la compressione di uno spazio di azione politica e sociale che, fra gli anni Sessanta e Settanta, sarebbe stato ricondotto a una crescente polarizzazione attorno alla Dc e al Pci, prima del tentativo di un suo superamento attraverso la nuova leadership di Bettino Craxi.