10.2 “Italia rossa”: i comunisti e il modello del partito di massa
Nella primavera del 1944, quando ritornò in Italia Palmiro Togliatti, segretario del partito e tra i massimi dirigenti della Terza Internazionale, i comunisti si apprestarono a mettere a frutto il lavoro organizzativo svolto nella clandestinità antifascista. Fu avviata una sorta di rifondazione del partito, nel vivo della lotta resistenziale, a cui i comunisti diedero l’apporto più consistente (il 50% circa delle forze): un titolo presentato come fonte di legittimazione del ruolo di primo piano rivendicato nella fondazione della democrazia.
Anche nel caso dei comunisti occorreva tenere insieme più generazioni. A differenza di quanto accadde nel caso dei cattolici, alla generazione “lunga” degli anni di fondazione del Pcd’I si aggiunse quella formatasi soprattutto nella Resistenza, il vero e proprio crogiolo nel quale avvenne il battesimo di un partito presentato come “nuovo”, in quanto nazionale e popolare. Lo prefigurava Togliatti il 3 ottobre 1944 a Firenze, in un discorso tenuto ai quadri, nella duplice necessità di guidare il passaggio dalla clandestinità alla vita pubblica e di contemperare l’originario modello bolscevico di quadri rivoluzionari con un partito votato alla mobilitazione di massa nella società democratica:
Noi non ammettiamo il membro di partito il quale ha soltanto la tessera e non fa niente per il partito. [...] Bisogna creare l’organizzazione di massa, bisogna creare i sindacati, le cooperative, le mutue, bisogna avere rapporti con i partiti alleati, con quello socialista [...], bisogna iniziare il lavoro verso l’organizzazione della Democrazia cristiana [...], bisogna prendere in mano, dove è possibile, l’amministrazione comunale [...]. Bisogna organizzare i giovani, bisogna fare un lavoro tra le donne [...]. Ma io desidero dirvi un’altra cosa: voi dovete riuscire a dare al nostro partito un carattere non chiuso in se stesso, come era il carattere che avevamo una volta, sia quando eravamo legali come pure sotto la persecuzione fascista. Dovete dargli un carattere molto ampio, in modo che tutto il popolo senta realmente, non soltanto che il partito esiste, ma senta che il partito si occupa dei suoi interessi e di tutte le cose che interessano il popolo in generale.9
Questo processo di rifondazione permise alla cultura politica dei comunisti italiani, pur nel richiamo al mito sovietico e nella fedeltà verso il sistema dei partiti comunisti guidato dall’Urss attraverso il Cominform (dal 1947), di essere più permeabile alla prassi della democrazia e più incline allo svolgimento di un ruolo attivo nella vita delle istituzioni. Il Pci seppe intanto ottenere un’adesione di massa: secondo stime ufficiali, erano oltre 1 770 000 gli iscritti nel 1945, divenuti due anni dopo circa 2 252 000. Sorgeva un partito di massa, composto, secondo dati relativi al 1948, prevalentemente di operai (il 43,8% degli iscritti), braccianti (il 18,7%) e mezzadri (il 15,7%).
Fu in quel contesto che i comunisti delinearono i loro caratteri identitari, attraverso una formazione chiamata ad assimilare le spinte rivoluzionarie di alcune frange di militanti e che intanto promuoveva una capillare rete di istanze associative e di partecipazione. Fu in relazione a queste tensioni che si profilò il dilemma di una sorta di “doppia lealtà”, tra un’ideologia internazionalista filosovietica e il patriottismo costituzionale, così come tra i costumi democratici e le residue tentazioni insurrezionali. Da una parte, si pensi alle “azioni coperte” contro il pericolo comunista promosse attraverso un intricato groviglio fra italiani zelanti e servizi segreti americani; come nel caso del Manuale di intelligenze per la propaganda occulta, allo scopo di creare allarme e diffondere voci false in grado di tenere desta la “paura comunista”.10 Dall’altra, basti rammentare la condizione di guerra civile strisciante sul terreno dell’ordine pubblico, quando il partito disponeva di depositi di armi e di proprie formazioni paramilitari di difesa e il vicesegretario del Pci, Pietro Secchia, dando voce alla minoranza interna e in contrasto con Togliatti, presentava progetti di azioni preventive di forza ai leader sovietici.11 Forte era l’influenza dell’Urss e del modello stalinista di educazione dei militanti sul Pci, con lo sviluppo di un rassicurante linguaggio politico (sentimenti e universi simbolici insieme) che appariva convenzionale e burocratizzato, con prevalenti scopi di agitazione e organizzazione.
La sconfitta elettorale del 18 aprile 1948 comportò per il Pci la messa a punto di una strategia intesa a fare dell’organizzazione e dell’ideologia le principali risorse, allo scopo di tutelare un autonomo spazio sociale e di perpetuare l’identità di militanti sottoposti a pressioni su vari piani: su quello religioso e morale, in seguito alla scomunica decretata nel luglio 1949 da papa Pio XII, sul terreno sociale causa le discriminazioni subite nei luoghi di lavoro e per la militanza sindacale, sulla vita di partito in ragione delle restrizioni di agibilità a cui furono sottoposte le case del popolo.
Il senso di appartenenza e di identità fu coltivato con particolare attenzione ai fattori simbolici e rituali, attraverso una peculiare forma di religione politica. Si apriva una competizione sia con la «tradizione confessionale» sia con quella «patriottica». Occorreva muoversi in due direzioni. Da una parte, esortavano i propagandisti, «arrecando elementi nuovi sia d’organizzazione che di forma e di iniziativa» alle feste tradizionali di carattere folclorico-religioso. Dall’altra parte, allo scopo di «promuovere nuove feste popolari, che forti di tutta la tradizione formale di quelle già esistenti si riferiscano a un contenuto nuovo e sulla base di queste elaborino anche nuove forme». Ecco allora che si prefigurava un campo d’azione assai ampio per la sfera simbolica e rituale dei comunisti: «le tradizioni del movimento operaio italiano», «la rivalutazione delle tradizioni nazionali del Risorgimento», «la persecuzione fascista», «la lotta partigiana».12 Fu su questi diversi piani che l’articolata politica culturale del Pci prese consistenza. La vocazione nazionale dei comunisti si espresse con maggiori riscontri sul piano della politica culturale. Si presentò infatti la storia del paese come una fonte di identità, attraverso alcuni capisaldi: l’aggancio del Pci al contenuto sociale del Risorgimento, l’iscrizione di Antonio Gramsci fra i “grandi italiani”, la coniugazione tra la ridestata missione del popolo italiano e il patriottismo repubblicano. Si definì anche un modello di organizzazione della socialità popolare, a cui anche altre formazioni politiche si sarebbero rifatte.13 L’epicentro divennero le feste costruite attorno al quotidiano “l’Unità”. «Una festa in ogni sezione, ogni festa una sagra popolare»: fu questa la direttiva emanata dal comitato centrale del Pci il 30 luglio 1949. Mentre allora il “festival nazionale” dell’“Unità” compendiava le complessive istanze di autorappresentazione dell’identità comunista, sul piano locale si ingaggiava un’accanita contesa tra la sezione del partito e la parrocchia, tra la federazione e la diocesi. Se però nelle regioni centrosettentrionali la ritualità comunista poté scalzare non di rado il primato delle tradizionali cerimonie religiose e comunitarie, nelle aree meridionali ciò risultò sempre assai più difficile e possibile solo in alcune realtà. Si radicavano comunque peculiari culture politiche territoriali lungo la penisola.
Causa il forte vincolo con l’Urss e l’aderenza all’ideologia stalinista (almeno fino agli anni Cinquanta), contraddittoria sul piano della politica internazionale risultò la pur rivendicata vocazione nazionale del Pci. Si pensi anche alla questione relativa all’italianità di Trieste e al rapporto con la confinante Iugoslavia comunista. Illusioni e utopie produssero drammi e odissee infinite. Non ci fu solo l’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia verso la penisola, per altro accompagnato da silenzi e imbarazzo; ci furono anche i “viaggi della speranza” e del riscatto all’incontrario, verso quella che si pensava fosse la panacea del comunismo. Un cronista raccontò di un viaggio da Monfalcone verso Fiume, intanto svuotatasi degli italiani un tempo residenti:
Negli ultimi mesi del 1947 e al principio del 1948, circa 2500 operai italiani comunisti passarono clandestinamente in quella parte dell’Istria che è occupata dalle truppe iugoslave e si stabilirono poi a Fiume, con le loro famiglie. [...] Erano sinceri e in buona fede. Ed erano tutti comunisti convinti. A spingerli a quel passo non era stata tanto la promessa di un grosso premio di ingaggio, quanto le lusinghe di un vero regime comunista.14
Le condizioni di lavoro e di vita si rivelarono ben diverse da quelle immaginate, prima che, con la condanna del comunismo iugoslavo da parte dell’Urss e del Cominform, ricadessero sui comunisti italiani il sospetto e le ingiunzioni della richiesta fedeltà al regime di Tito. Carcere e deportazione per i riottosi trasformarono in dramma la vicenda di uomini e famiglie, di ciò che voleva essere un viaggio verso la felicità.
Nonostante la frattura intervenuta nel 1956, causa la diversa valutazione sull’intervento armato dell’Unione Sovietica per reprimere la rivolta ungherese, il rapporto di alleanza del Pci con il Psi nelle associazioni di massa fu preservato. Basti pensare alla capillarità di quell’“universo”: nella ripresa della tradizione socialista (la Cgil e la Lega delle cooperative), dando forma alle spinte della Resistenza (l’Associazione nazionale dei partigiani, l’Unione delle donne italiane, la Federazione giovanile), nel corrispondere alle parole d’ordine dell’internazionalismo sovietico (il movimento dei Partigiani della pace, costituito nel 1949), nell’adattamento dell’eredità fascista (l’Unione italiana per lo sport popolare, sorta nel 1948, e la successiva Associazione ricreativa culturale italiana, costituita nel 1957); senza dimenticare associazioni sorte a tutela di precisi interessi come la Confederazione nazionale dell’artigianato e l’Alleanza dei contadini (1955). Si trattava di un mondo dotato di un forte senso di appartenenza; vigevano inoltre efficienti sistemi di protezione sociale e di solidarietà comunitarie capaci di assicurare la coesione culturale e la riproduzione di identità politiche omogenee nello scorrere delle generazioni e nell’adattamento ai profondi processi di trasformazione maturati tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La ricerca di un “mondo nuovo” era anteriore alla mitizzazione sovietica, fonte ispiratrice e acriticamente idealizzata di una società “materiale” la cui trasformazione, nelle città e nelle nascenti “regioni rosse” (tra Emilia e Romagna, Toscana e Umbria), stava avvenendo con una forte aderenza alle storie comunitarie e territoriali prefasciste, legate alla diffusione delle idee socialiste.
Tra gli anni Sessanta e Settanta si determinarono invece alcuni mutamenti importanti nella vita del Pci. Si vennero affermando dei principi e una prassi più pluralistici, all’interno del partito così co- me nei rapporti, sempre più difficili, tra il Pci e il movimento comunista internazionale. A mettere in discussione le originarie identità e il bacino di consenso del Pci fu soprattutto la spinta dei movimenti sociali che, sul finire degli anni sessanta, con studenti e operai guadagnarono il centro della scena politica. Pci e sindacati cercarono di incanalare questi fenomeni verso il sostegno a un programma di riforme, ma nondimeno si assistette alla prima comparsa di gruppi e organizzazioni extraparlamentari a fianco dei tradizionali partiti di sinistra. Si trattò di una galassia di movimenti mossi da una forte spinta generazionale e capaci – soprattutto nel caso di Lotta continua, Potere operaio e Avanguardia operaia – di crearsi aree di consenso tra studenti e proletari urbani, con dirompenti forme d’azione collettiva (“Prendiamoci la città” fu la campagna lanciata nel 1971 da Lotta continua) e in aperto antagonismo con il Pci e i sindacati. Per dare uno sbocco alla spinta di massa della protesta sociale, non mancò un approdo politico e parlamentare. In primo luogo ciò avvenne grazie al ruolo esercitato da quanti provenivano dal gruppo del “Manifesto”, il periodico fondato nel giugno 1969 e diretto da Rossana Rossanda e Lucio Magri. Il gruppo fu espulso dal Pci per le sue posizioni di dissenso nei confronti della linea ufficiale del partito, sia riguardo al regime sovietico sia per l’atteggiamento verso i movimenti di studenti e operai. Prese avvio il processo di costruzione di una formazione politica nuova, anticentralistica e animatrice della militanza giovanile, rispetto alla rigida tradizione organizzativa del Pci. Scrisse Luigi Pintor nel gennaio del 1970:
abbiamo proposto [...] un lavoro comune, collettivo, un lavoro di massa che si applichi a ogni livello della società, e che faccia crescere un’alternativa al sistema come forza politico-sociale, non come disegno intellettuale o atto di volontà o frutto provvidenziale di esperienze separate. [...] la formazione di un nucleo politico, che non pretenda alcuna «egemonia» e neppure mutui dalle forze tradizionali il vizio della «centralizzazione», ma assuma comunque una fisionomia precisa.15
Nel 1972, con la lista del Manifesto, per la prima volta si presentò alle elezioni politiche una formazione alla sinistra del Pci, candidando l’anarchico Pietro Valpreda, a suo tempo accusato ingiustamente per l’attentato terroristico del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale del Lavoro. Era in atto una “strategia della tensione”, intesa ad arrestare e contrastare il processo di democratizzazione del paese, anche attraverso l’infiltrazione di pezzi dei servizi segreti nei mondi contrapposti della sinistra e della destra estreme. Nonostante il limitato peso elettorale e parlamentare, formazioni come il Partito democratico di unità proletaria (costituito nell’estate del 1974 e confluito nel Pci nel 1984) e Democrazia proletaria furono comunque in grado di condizionare l’egemonia elettorale e politica del Pci nella sinistra italiana. Intanto dal 1968, su iniziativa di Ferruccio Parri, era stato costituito il gruppo parlamentare della Sinistra indipendente, composto da personalità laiche e cattoliche elette nelle liste del Pci; a riprova del tentativo di un allargamento del proprio bacino di consenso.
Rimasta senza adeguate risposte sul piano istituzionale l’ondata di contestazione, una frangia dei protagonisti di quelle proteste avviò la stagione del terrorismo. Per il Pci si aprì un orizzonte politico gravitante tra i governi di solidarietà nazionale e un nuovo “compromesso storico” tra le principali forze politiche del paese, prospettato dal nuovo leader Enrico Berlinguer sotto l’effetto del colpo di Stato militare perpetuato in Cile nel settembre 1973 a danno di un governo di sinistra democraticamente eletto e guidato da Salvador Allende. Sull’idea di “popolo” e sulla sua sovranità (sancita dalla Costituzione) i comunisti promossero una strategia intesa a promuovere la legittimazione di una Repubblica rifondata sui valori antifascisti originari. L’indicazione di una tale strategia – pur con una chiara opzione in favore di un accordo tra Pci e Dc – voleva togliere i comunisti da una condizione di isolamento. I successi organizzativi ed elettorali non riuscirono però a sovvertire i più consolidati equilibri del potere democristiano. Mentre era in atto una trasformazione in senso più interclassista del Pci, l’impatto dirompente dell’assassinio del leader democristiano Aldo Moro nella crisi complessiva della Repubblica avrebbe comportato anche l’avvio di un crescente declino partitico.