10.1 “Partito della nazione”: Democrazia cristiana, Chiesa e mondo cattolico
Grazie agli spazi di autonomia mantenuti dall’Azione Cattolica durante il regime mussoliniano, la Democrazia cristiana si presentò nelle condizioni migliori alla ripresa postfascista. Essa risultò dotata di una classe politica attrezzata sul piano culturale e beneficiò dell’opera svolta dalle strutture associative legate alla Chiesa. La costituzione del partito fu avviata nella seconda metà del 1942, con la confluenza di un gruppo milanese e di ex popolari degli anni prefascisti. Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1944, nel dare forma scritta al lavoro di un gruppo di intellettuali, De Gasperi evidenziò le linee programmatiche. Il nuovo partito sorgeva dall’incontro di due generazioni distinte. Chi erano i fondatori della Dc?
Siamo giovani e anziani, che si sono dati per mano per costruire un ponte fra due generazioni, tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso; la generazione che visse e combatté l’altra guerra e che, dopo la guerra, fece l’esperienza delle torbide lotte sociali; la generazione che tentò invano di sbarrare la via al fascismo totalitario, battendosi nelle fila del Partito Popolare Italiano per la libertà contro la dittatura; e intuì il disastro, senza riuscire, per disparità delle armi, a scongiurarlo.
L’altra generazione è quella dei giovani che attraversarono il ventennio fascista senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli al regime oppressore, stringendosi sui margini della torbida fiumana per non lasciarsi trascinare dalla corruzione e preparandosi in opere di cultura e di fraternità sociale ai giorni della immancabile ripresa.
L’incontro delle due generazioni avvenne nel richiamo alla tradizione della prima Democrazia cristiana sorta tra i due secoli, con particolare riguardo al lascito di Giuseppe Toniolo:
È questa una tradizione che a ogni svolta della storia si rinnova e si aggiorna, che tiene conto dell’esperienza sociale e cammina con essa, un’idea che si veste della realtà dinamica per dominarla, un fermento che, attingendo alla perennità delle sue fonti, dà vita a nuove forme sociali, diventa il lievito di una nuova economia e germina profondi rivolgimenti politici.4
La mancata ripresa della denominazione del primo dopoguerra era dovuta a questioni di opportunità e di sostanza. Nel primo caso, la generazione più anziana fu spinta dalla volontà di forgiare «uno strumento politico nuovo», il quale attirasse la nuova generazione, quei «giovani che non ricordano, perché non hanno visto, né vissuto il passato politico dei cattolici italiani» e che «hanno talvolta un’immagine inadeguata o turbata dalla propaganda avversaria». Rispetto al Ppi, inoltre, la Dc sorgeva con una scelta diversa a proposito del rapporto con la religione. Con i Patti del Laterano e con la definizione della sfera di attività dell’Azione Cattolica nel campo morale, scrisse De Gasperi, per «un partito che è strumento di lotta politica e parlamentare» il concorso delle coscienze religiose alla ricostruzione dell’Italia doveva essere un fattore ineludibile: «La questione dell’aconfessionalità, per esempio, intesa come tendenza a non impegnare in rivendicazioni di politica concreta l’autorità ecclesiastica, non ha più risonanza».5
Se infatti il recupero di una certa tradizione popolare risultò articolato, già con la differente indicazione del nome e nei caratteri del nuovo partito si prospettava un diverso orizzonte, sia sul piano politico sia nel decisivo rapporto con la Chiesa e con il mondo cattolico. Mentre il Ppi era sorto nel 1919 come partito di ispirazione cristiana ma aconfessionale, la Dc doveva rispondere a un’esigenza duplice. Da una parte, occorreva garantire il consenso della Chiesa alla nascente democrazia, a differenza di quanto era accaduto già negli anni di crisi dello Stato liberale. Dall’altra, la possibilità di svolgere una funzione preminente nella vita pubblica comportava la preservazione dell’unità politica dei cattolici; uno scopo solo in forme marginali minacciato dal Partito della Sinistra cristiana, creato nel settembre del 1944 ma sciolto nel dicembre del 1945, e dal Partito cristiano sociale, una piccola formazione che nel 1948 avrebbe aderito al Fronte popolare. Già in occasione delle elezioni del 2 giugno 1946, nonostante il pronunciamento a favore della repubblica della maggioranza dei delegati al primo congresso nazionale del partito, svoltosi a Roma nell’aprile, nel manifesto indirizzato agli italiani prevalse la preoccupazione di non dare seguito a una scelta che avrebbe allontanato gran parte dell’elettorato moderato. Nel porre il primato della religione come «elemento vitale nella ricostruzione morale e politica del Paese», l’invito ai cattolici era eloquente:
Lo strumento efficiente del pensiero cattolico sul terreno politico è, oggi, la Democrazia Cristiana, e in questa battaglia decisiva della Costituente il cattolico consapevole – cattolico, prima che monarchico o repubblicano – sente il dovere dell’unità e vota per la Democrazia Cristiana.6
La Chiesa fu molto presente nell’azione di pedagogia civile e politica. L’Azione Cattolica rimarcava il nesso tra identità morale, religione e politica. La visione di papa Pio XII, di fronte alle concomitanti elezioni per la Costituente in Italia e per il plebiscito in Francia, era tale da far pensare a uno scontro di civiltà. In un discorso tenuto il giorno prima del voto referendario al Sacro Collegio, Pio XII ebbe modo di dire:
Domani stesso i cittadini di due grandi nazioni accorreranno in folla compatta alle urne elettorali. [...] queste due sorelle latine, di ultra-millenaria civiltà cristiana, continueranno ad appoggiarsi sulla millenaria roccia del cristianesimo, sul riconoscimento di un Dio personale, sulla credenza nella dignità personale e nell’eterno destino dell’uomo, o invece vorranno rimettere le sorti del loro avvenire all’impassibile onnipotenza di uno Stato materialista, senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio. Di questi due casi si avvarrà l’uno o l’altro, secondo che dalle urne usciranno vittoriosi i nomi dei campioni ovvero dei distruttori della civiltà cristiana.7
L’investitura della Chiesa e il supporto delle associazioni laicali – l’Azione Cattolica e le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli) – convogliarono a vantaggio della Dc un largo ventaglio di energie umane e morali, emerse dal vissuto dei tanti italiani che, nel fronteggiare le privazioni causate dalla guerra, vennero a contatto con il clero, che non di rado simpatizzava con gli ideali di giustizia e di pace perseguiti dalla Resistenza, e con le strutture della Chiesa, fonte di assistenza materiale e spirituale. Grazie a quel supporto la Dc poté fare inizialmente a meno di una propria consistente organizzazione ma non di un organismo dedito alla promozione della propaganda; un compito affidato alla Sezione propagandistica del partito (Spes), promossa nel 1945 da Giuseppe Dossetti. Non fu facile mantenere un equilibrio tra l’autonomia del partito e la preservazione dal rischio confessionale insito nel sostegno proveniente dalla Chiesa; una giusta misura mantenuta grazie alla forte leadership di De Gasperi. Eppure le frizioni non mancarono, soprattutto quando Luigi Gedda, nel 1952, dopo aver guidato i Comitati civici, fu nominato presidente dell’Azione Cattolica da Pio XII:
poteva significare che il papa attribuiva la vittoria anticomunista più che al capo della Dc ai Comitati civici, cioè a Luigi Gedda, [mentre] De Gasperi si considerava investito dal paese dell’incarico di debellare il comunismo, come uomo di governo più che come democristiano, e si attribuiva la vittoria.8
Agli osservatori parve di cogliere una tensione tra l’immagine dello Stato laico, tutelata da De Gasperi, e la proiezione della crociata anticomunista oltre la soglia della scelta spirituale, fino a invadere la sfera pubblica e quindi contravvenire al dettato del Concordato del 1929 circa il divieto del clero a intervenire nella vita politica (art. 43). Fu una distinzione di sfere e di ruoli a cui De Gasperi non volle, da statista lungimirante, venire meno. Ciò nonostante, di quell’Italia moderata e benpensante, in larga parte, come riflesso della guerra fredda e delle scelte di campo che si facevano sempre più stringenti, furono anche i Comitati civici e l’Azione Cattolica a farsi interpreti, permettendo alla Dc, partito popolare e interclassista, di diventare il punto di riferimento di un composito spettro di ceti e umori sociali.
La leadership di De Gasperi, alla testa dei governi nazionali per un lungo periodo (dal 1946 al 1953), si spese su vari piani. In quel periodo il paese fu impegnato nell’opera di ricostruzione e di reinserimento nel contesto internazionale. Sul piano interno, nel quadro dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti, il leader democristiano seppe contemperare le esigenze dell’alleanza con la tutela degli interessi nazionali, a vantaggio di una politica economica tesa a sostenere lo sviluppo, in particolare con la promozione della Cassa per il Mezzogiorno e della riforma agraria. Essa fu la più importante riforma dei governi centristi, volta a mettere a frutto lo stimolo a intraprendere una politica di intervento sociale che proveniva dagli aiuti del Piano Marshall; senza però dimenticare che ciò serviva anche per contrastare la conflittualità e le rivendicazioni del mondo contadino assecondate dal Pci e dal sindacato della Cgil.
La Dc fu presto attraversata dal confronto tra posizioni politiche e culturali assai divergenti, le quali portarono alla formazione di correnti organizzate. Oltre al “partito romano”, espressione degli ambienti vaticani e collocato alla destra della Dc, ebbero un proprio spazio la sinistra sociale che si riconosceva in Giovanni Gronchi (ex leader popolare di origini sindacaliste) e soprattutto in Giuseppe Dossetti (leader del gruppo che esprimeva la rivista “Cronache sociali”). Si evidenziarono le difficoltà nei rapporti tra i democristiani di formazione sturziana e popolare e la cosiddetta “seconda generazione”, rappresentata dal gruppo di intellettuali riuniti attorno a Dossetti. Tra questi si trovavano alcuni degli uomini maggiormente impegnati nella stesura della Costituzione, convinti della necessità di affermare un’azione politica fondata su forti valori etici e morali. Il ritiro dalla politica di Dossetti nel 1951 e l’uscita di scena di De Gasperi morto nell’agosto nel 1954 avrebbero comportato un forte ricambio generazionale alla guida del partito.
Sebbene la Dc non riassumesse tutto il mondo cattolico tramite le sue correnti, con movimenti e culture che cercarono interlocutori ora guardando al Pci (la sinistra cristiana) ora alle destre (il “partito romano” clerico-moderato in sintonia con le attese del Vaticano), essa compendiava le grandi fratture ideologiche degli anni della guerra fredda (l’antifascismo e l’anticomunismo). La sua leadership professava un anticomunismo di matrice democratica, ma essa continuò – almeno tramite Alcide De Gasperi e i suoi eredi più conseguenti – a promuovere gli ideali tanto di un peculiare antifascismo (morale più che politico, come nel caso della sinistra) quanto di un temperato costituzionalismo repubblicano (di carattere pragmatico).
Nel giugno del 1954, al congresso nazionale di Napoli, con l’elezione alla segreteria di Amintore Fanfani, gli equilibri interni alla Dc disegnarono una nuova e più articolata mappa di correnti. Non si trattò comunque solo di un cambio generazionale e di classe dirigente. Fanfani infatti dotò il partito di una reale struttura organizzativa, rendendosi più autonomo dalle associazioni cattoliche e prefigurando un processo, pur contraddittorio, di superamento dell’originario collateralismo tra esse e la Dc. Nel caso delle associazioni laiche dei cattolici, questo processo di acquisita autonomia trasse impulsi morali e sociali anche dal Concilio Vaticano II; fu il caso delle Acli alla fine degli anni Sessanta. Nel caso invece delle associazioni economiche, nel quadro di una compenetrazione sempre più stretta tra guida del governo e industria di Stato, la Dc prese una certa distanza dagli imprenditori privati rappresentati dalla Confindustria. La Dc tendeva insomma ad affermarsi come “partito della nazione”, interprete unitario degli interessi molteplici della società italiana e delle differenti opzioni politico-ideologiche, al fine di garantirsi aree di consenso tali da presidiare il centro del sistema politico. vNe era una riprova la natura interclassista degli aderenti (oltre 1 500 000 all’inizio degli anni Sessanta), tra i quali emergeva anche una forte presenza femminile, con indici oscillanti attorno al 35%, decisamente più alti rispetto a quelli analoghi del Pci (con medie nazionali del 23-26%).
La commistione con le industrie statali e con gli enti pubblici, allo scopo di procacciare risorse al partito, accentuò la suddivisione della Dc in diverse e strutturate correnti; nel marzo del 1959 da Iniziativa democratica sortirono sia la corrente dei “dorotei”, alla guida del partito lungo gli anni Sessanta e dalle cui fila proveniva un leader di grande prestigio come Aldo Moro, sia la corrente di “Cronache nuove” guidata da Fanfani. Questa trasformazione organizzativa fece della Dc un arcipelago di gruppi in lotta per l’egemonia interna, bisognosi di forme autonome di sostentamento finanziario ed espressione di interessi sociali ed economici corporativi, nel senso di una commistione tra amministrazioni statali e interessi organizzati dotati di funzioni pubbliche, dalla Coldiretti alla Federconsorzi, tanto per parlare delle campagne e del mondo contadino, bacino collettore di un largo consenso elettorale a favore della Dc. L’occupazione da parte della classe politica dei posti di potere nelle amministrazioni pubbliche avveniva nella proclamazione del principio secondo il quale la legittimazione elettorale e rappresentativa conferiva titoli per sostituirsi alla classe dirigente già insediata nei gangli istituzionali al tempo del regime fascista. Il peso crescente delle correnti nella gestione dei governi (in alleanza con i partiti laici) espose pertanto la Dc, a diffuse pratiche di clientelismo e lottizzazione.