Nella definizione delle culture politiche interagirono fattori diversi: tradizioni ideali e culturali, progetti di società e aderenze a distinti universi simbolici transnazionali. L’eredità del ventennio fascista influì al di là della consapevolezza che ne ebbero spesso i leader politici. Pur negando la libertà e promuovendo una mobilitazione tendenzialmente totalitaria, il fascismo aveva ingiunto una partecipazione di massa. Con questo lascito, con la mentalità e con la pratica associativa che ne derivarono, dovettero fare i conti i soggetti politici e sociali dell’Italia democratica. Già nei mesi della transizione post-fascista e istituzionale si delineò una corsa all’organizzazione, ideologicamente connotata, con una tacita rivisitazione di quei modelli associativi; in particolare verso le donne e i giovani, la solidarietà sociale, lo sport e il tempo libero, ma anche nella ripresa di un autonomo corredo di simboli e riti grazie a cui alimentare le passioni dei militanti.
La democrazia repubblicana si costruì sull’asse Dc-Pci, contrapposti e avversari sul piano ideologico quanto complementari e reciprocamente condizionanti nel garantire un equilibrio al sistema politico, almeno fino agli anni Settanta. Fu un’interrelazione che venne mostrandosi nell’intreccio tra politica interna e condizionamenti internazionali. Un ruolo particolare occorre attribuire ad alcune coppie di leader, protagonisti delle diverse fasi della storia repubblicana: negli anni della fondazione della repubblica ad Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti,1 così come nella crisi degli anni Settanta ad Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Occorreva ridefinire intanto il discorso politico, nel senso di renderlo libero e svincolato dall’eredità del conformismo del passato regime fascista. L’addensarsi di vecchi e nuovi mezzi di comunicazione avrebbe favorito la circolazione di un lessico politico repubblicano, sebbene tra indubbie rimozioni e camuffamenti. Sulla scorta della prima campagna elettorale del 1946, Luigi Einaudi, autorevole esponente del mondo liberale e primo presidente eletto della Repubblica, invitò proprio a ricostruire il «vocabolario» pubblico e con esso il costume politico, in quanto precondizione di un buon governo del paese.
Il quasi venticinquennio di dominazione e di ricordi fascistici ha bruttato, fra le tante cose, anche il vocabolario italiano. Se un governo ha un significato, ciò accade esclusivamente e tutto perché esso sia sinonimo di governo di discussione. [...] Perciò, nei regimi autocratici, la critica, che per definizione è libera ed è mossa dal pubblicista anonimo inteso a servire i lettori e la propria parte politica contro le avverse fazioni, non esiste. [...] Nulla deve essere ed è così grato all’uomo di governo in un regime democratico quanto la critica.2
Le lotte fra simboli e colori partitici erano a tutto campo. Autorappresentazione e demonizzazione dell’avversario concorrevano a rendere capillare la propaganda politica dei partiti di massa, soprattutto a ridosso di qualche competizione elettorale. Propaganda di partito e linguaggi della comunicazione cominciarono a intrecciarsi già dagli anni Cinquanta, soprattutto dopo l’avvento della televisione (nel 1954). I filmati di propaganda politica guardavano al linguaggio spettacolare: dalla Fantasia musicale allestita dalla Dc come parodia elettorale del fortunato programma televisivo Lascia o raddoppia?, al Carosello elettorale prodotto dal Pci sul modello pubblicitario di Carosello (in onda nelle serate Rai tra 1957 e 1977), laddove si metteva in scena il cliente-elettore che rifiutava gli oggetti contrassegnati con simboli partitici che non fossero quello comunista della falce e martello.3 La politica era e sarebbe divenuta sempre più capacità di comunicare attraverso i diversi linguaggi.