9.11 La ricezione della Repubblica nelle comunità italiane oltre oceano
Nel secondo dopoguerra le relazioni politiche e culturali transnazionali furono fortemente segnate dall’acquisizione dell’Italia al mondo occidentale a guida statunitense. Laddove erano presenti massicce comunità italiane – in primo luogo negli Stati Uniti e in Argentina si diresse la gran parte dei fuoriusciti fascisti, già esponenti dell’establishment politico e imprenditoriale, con un capillare inserimento nell’attività politica e pubblicistica. Se all’interno, con la costruzione dell’Italia democratica, furono i rituali civili (il 25 aprile e il 2 giugno, anniversari della Liberazione e della nascita della Repubblica) a rappresentare l’epicentro della religione repubblicana, oltre oceano l’“italianità” venne filtrata attraverso la storia e le istituzioni nazionali (i consolati, gli istituti culturali, le sezioni della Società Dante Alighieri, le rappresentanze religiose) ma soprattutto le associazioni (vecchie e nuove) delle stesse comunità emigrate con i loro discendenti.
Negli Stati Uniti, in primo luogo, la ricezione della nascente Repubblica corrispondeva alla collocazione della politica italiana nello spazio euro-atlantico, tra un paese che viveva l’imperativo della Ricostruzione e una comunità migratoria che ridefiniva il suo ruolo, dopo la mobilitazione nazionalistica promossa dai fasci statunitensi. Vivevano all’epoca quattro milioni e mezzo di italiani, di cui 600.000, dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini, furono considerati “stranieri ostili”, con l’internamento di circa 10.000 di essi (non tutti fascisti). La comunità italo-americana entrò in contrasto col presidente Franklin Delano Roosevelt, che solo dopo aver metabolizzato la demonizzazione del “nemico italiano” avrebbe rinnovato l’abituale consenso al Partito democratico. Continuò ad avere un ruolo essenziale un giornale come “Il Progresso Italo-Americano”, sempre guidato da Generoso Pope, già seguace del fascismo e personaggio chiave nel sostegno al nuovo presidente Henry Truman, nel quadro di un sentimento anticomunista che avrebbe accompagnato le tappe della nascente democrazia repubblicana in Italia. Oltre oceano si era creato un gruppo influente di esuli intellettuali antifascisti:42 tra i quali, Gaetano Salvemini e Carlo Sforza, Luigi Sturzo, Randolfo Pacciardi e Max Ascoli, nonché l’ex-direttore del “Corriere della Sera”, Alberto Tarchiani, ambasciatore italiano a Washington fino al 1955. Nel 1939 era stata costituita la Mazzini society, cui aderirono gli esponenti più significativi dall’antifascismo democratico e non comunista; le “Mazzini news” giungevano a circa 30.000 tra gli esuli più influenti, nelle Americhe e non solo. Del resto, se un ruolo ci fu dell’amministrazione statunitense nel “parto” della democrazia italiana, esso fu inteso, almeno dall’armistizio dell’8 settembre 1943, a indirizzare il Paese verso la possibilità di scegliere liberamente la forma dello Stato; nel senso che, contemplando da subito le libertà di associazione politica e sindacale, a differenza di quanto la Gran Bretagna perorava, si guardò senza entusiasmo al ristabilimento delle istituzioni monarchiche. Gli aiuti economici americani, promossi dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) e quindi tramite il Piano Marshall, dal 1947 rivolto a sostenere i paesi europei e a costruire un mercato euro-statunitense, furono un potente mezzo di influenza. Con la Ricostruzione in Italia e la crescita del benessere negli anni del boom economico, fu più facile l’organizzazione di viaggi per rivedere familiari e parenti dopo tanti anni di lontananza, soprattutto in occasione di eventi importanti (matrimoni in primo luogo).
Un paese latino-americano dove l’emigrazione italiana era stata massiccia fu senz’altro l’Argentina. La nascita della Repubblica italiana avvenne quando il paese era impegnato in una difficile transizione da un regime civico-militare al primo governo costituzionale di Juan Domingo Perón, entrato in carica come presidente della Repubblica argentina, due giorni dopo il referendum italiano del 2 giugno. Dalla fine dell’Ottocento in Argentina erano arrivati tre milioni e mezzo di emigrati italiani, dei quali circa 500 mila nella capitale Buenos Aires. Durante gli anni Trenta, nonostante le politiche nazionalistiche promosse dai fasci, si era consolidato il processo di integrazione delle comunità italiane emigrate nella società argentina, grazie anche a numerosi periodici in lingua italiana. Era presente un largo movimento antifascista, comprendente i militanti repubblicani e anarchico-socialisti arrivati già con la prima emigrazione (e insediati soprattutto nel territorio di Río de la Plata). L’industriale di origine molisana Torcuato di Tella aveva fondato “Italia libera”, una istituzione assimilabile alla statunitense Mazzini society, con la quale nell’agosto 1942 fu organizzato a Montevideo il Congresso dell’antifascismo delle due Americhe. L’Argentina non ruppe mai le relazioni con il Regno d’Italia e solo nell’autunno 1944 prese una posizione a favore dell’alleanza anglo-americana, senza aver dichiarato guerra all’Italia. Anzi, tramite il Banco di Napoli, essa inviò ingenti aiuti di grano nella fase di maggiore recrudescenza della carestia alimentare. Mentre l’Argentina intraprese il processo di fuoriuscita dall’isolamento rispetto agli altri paesi latini (riuniti nella Conferenza interamericana di Chapultepec), con l’Italia maturò uno stretto rapporto di collaborazione. Agli occhi della classe politica chiamata a costruire la democrazia repubblicana, i paesi latinoamericani rappresentavano interlocutori privilegiati allo scopo di ottenere una “pace giusta” e rilegittimare il ruolo internazionale dell’Italia. Carlo Sforza, già animatore del congresso di Montevideo e di lì a poco ministro degli esteri, nell’estate del 1946 svolse un lungo viaggio nelle diverse capitali latinoamericane, inviato dalla neonata Repubblica anche per ottenere aiuti alimentari a vantaggio della popolazione italiana. Si convenne la riapertura delle rotte migratorie; in pochi anni, dopo il blocco totale nel periodo della guerra, 300.000 lavoratori si aggiunsero alla già numerosa comunità italiana. Fu inoltre con il rilancio dell’emigrazione che, sulla base degli accordi bilaterali, si sarebbe registrato un profondo mutamento nel radicamento delle associazioni tra emigrati di nuova generazione; con riflessi visibili anche nello stesso calendario civile argentino.43
Se negli anni postbellici l’immagine della Repubblica fu costruita attraverso una prassi che comportò un progressivo allargamento delle funzioni civili e pedagogiche del Capo dello Stato (da Enrico De Nicola a Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi e Antonio Segni), tra queste attività presidenziali un particolare rilievo ebbero i suoi viaggi all’estero.44 Era una rappresentazione dell’immagine della Repubblica che si traduceva non solo nell’azione diplomatica e negli incontri con le massime autorità dei Paesi visitati, ma che si manifestava attraverso una fitta rete di relazioni con le espressioni socio-economiche e politico-culturali delle comunità di emigrati italiani. I primi presidenti (De Nicola ed Einaudi) non intrapresero missioni all’estero per una scelta di opportunità: assegnare all’Italia un profilo di sobrietà nelle relazioni internazionali, in conseguenza delle gravose condizioni imposte al Paese con il trattato di pace e alla necessità di un processo graduale di rilegittimazione del ruolo italiano. Fu Giovanni Gronchi il primo presidente a compiere visite ufficiali all’estero (undici tra il 1955 e il 1962), cercando di attribuire ad esse un significato politico. Una larga eco ebbero soprattutto alcuni viaggi: negli Stati Uniti (26 febbraio-14 marzo 1956), in Brasile (3-14 settembre 1958) e in America latina (7-19 aprile 1961), dove si registrò un’accoglienza entusiastica da parte delle comunità di emigrati italiani. L’immagine e la percezione della “Repubblica degli Italiani” ebbero dunque proprio nelle comunità italiane all’estero un riconoscimento importante, consolidando il suo processo di legittimazione popolare su un piano transnazionale.