9.9 Orizzonte europeo, sogno americano e mito sovietico
Nel secondo dopoguerra la configurazione bipolare delle relazioni internazionali e la valenza ideologica della competizione tra mondo occidentale e mondo comunista condizionarono in modo profondo le identità delle culture politiche. La collocazione dei sistemi politici in una delle due sfere d’influenza prefigurava meccanismi di fedeltà a un modello preciso di civiltà e percorsi obbligati di legittimazione. Senza dimenticare l’influenza degli effetti indotti dal contraddittorio e lungo processo che si era aperto per l’integrazione sovranazionale nello spazio politico europeo.
Sogno americano e mito sovietico divennero i poli di attrazione o di repulsione, comunque di contrapposti sistemi di valori e universi simbolici. Fu nella duplice tensione di questi poli – sul piano internazionale e interno – che il nuovo orizzonte della nazione democratica si delineò. Nella sua costruzione inoltre il paradosso fu che i due principali protagonisti della scena politica repubblicana venissero da un passato in forte misura estraneo alle direttrici della storia dello Stato unitario, e che le loro culture politiche avessero fonti primarie di legittimazione diverse da quelle della cultura nazionale: la Chiesa e l’universalismo cristiano per i cattolici della Dc, l’Unione Sovietica e l’internazionalismo per i socialisti (almeno per un decennio ancora) e soprattutto per i comunisti.
Sogno e mito trovarono una loro competitiva declinazione proprio in quelle realtà dell’Europa occidentale – come l’Italia e la Francia – dove una presenza storicamente diffusa delle culture poli- tiche di sinistra avrebbe tenuto desto un acceso confronto di natura politico-ideologica. Ciò ebbe effetti sulla mancata legittimazione della sinistra laddove, come in Italia, essa vide i comunisti sopra- vanzare i socialisti, a differenza di altre realtà europee in cui invece la sinistra laburista o socialdemocratica (in Gran Bretagna e in Germania più tardi) poterono esercitare la funzione di governo. A proposito dei valori occidentali e del diverso grado di influenza esercitato dal fascino comunista, il leader repubblicano Ugo La Malfa imputò ai retaggi della tradizione demagogica l’incapacità della cultura laica e liberal-democratica – come nel mondo anglosassone – a opporsi al proselitismo comunista:
La verità è che è il mondo anglosassone che si contrappone al comunismo con la forza delle sue convinzioni democratiche e del suo vivere libero e umano. L’occidente è debole in noi: nell’Italia e nella Francia, nei paesi che non hanno saputo amare veramente né la libertà né la giustizia sociale, che vissero di egoismi, di paure e di chiacchiere demagogiche. Il comunismo non ha forza verso l’occidente: ha forza verso il falso occidente.36
In occasione delle elezioni italiane, in modo eclatante nel 1948 ma spesso anche in seguito e almeno fino agli anni Settanta, sarebbe ritornata la demonizzazione dell’avversario in ragione delle sue aderenze internazionali e delle prese di posizione che esse implicavano di fronte alle tragedie e alle guerre del mondo. Nelle campagne elettorali gli imperativi della propaganda enfatizzavano la retorica e la rappresentazione iconografica del “nemico interno” da smascherare e additare al biasimo dell’opinione pubblica.
Ambivalente e contraddittoria fu però la traduzione che dei “nemici per la pelle” si ebbe in Italia. Da una parte ci fu la scelta di campo della Dc a favore dell’occidente e dell’atlantismo guidati dagli Stati Uniti. Dall’altra, si ebbe la piena adesione del Pci alla cultura del comunismo internazionale e alla riproposizione in Italia dell’Urss come modello. Riflettendo in una riunione della direzione del Pci sulla prima campagna elettorale nella storia dell’Italia democratica, in occasione del voto amministrativo del marzo 1946, Togliatti lamentò lo scarso utilizzo del richiamo all’Urss: «un errore di impostazione politica dei nostri compagni e tale errore bisogna correggerlo».
Secondo me vi è un enorme deficienza politica per quello che riguarda la Russia: noi non facciamo propaganda per la Russia, abbiamo paura, ciò è sbagliato perché la gente diventa fredda e pensa che il nostro silenzio vuol dire che quegli altri hanno ragione. [...] Credo che su questo fatto vi debba essere una svolta anche nei quotidiani i quali debbono non solo controbattere in modo più forte contro le calunnie contro la Russia ma devono popolarizzare le sue conquiste, ciò che essa fa per i reduci, per la ricostruzione, ecc.37
Il paradosso fu dapprima che nell’identità dei comunisti, dietro l’ufficialità delle posizioni anti-statunitensi di leader e propaganda, la cultura popolare subì in modi diversi l’attrazione verso i modi di vita americani e il mito del benessere.38 Al contrario, il mondo cattolico guardò con diffidenza, se non in modo critico, ai valori dell’individualismo e del consumismo, che l’americanizzazione della cultura di massa (attraverso cinema, rotocalchi, musica rock, televisione) comportò anche per gli italiani negli anni del boom economico e delle trasformazioni dei costumi che ne conseguì.
Sul piano internazionale la leadership di governo, con Alcide De Gasperi, si diede il duplice obiettivo di portare l’Italia nell’alleanza atlantica (nel 1949) e di renderla parte integrante del gruppo di paesi che avviò il processo di integrazione europea. De Gasperi svolse un ruolo trainante, dando concretezza alla visione sovranazionale e multiculturale maturata negli anni della giovinezza (era nato nel 1881), in Trentino e nel parlamento di Vienna (prima del 1918). Rispetto ai partiti di sinistra, inizialmente ostili al processo di integrazione europea, ritenuto troppo condizionato dagli interessi statunitensi, egli ebbe anche una funzione di stimolo. Significativo fu quanto De Gasperi affermò il 29 novembre 1953 in un discorso in cui si interrogava sulla riluttanza di una parte almeno del movimento operaio, nonostante la tradizione internazionalista, a condividere il processo di costruzione europea:
Ora è vero che l’efficacia dell’internazionalismo è venuta a mancare proprio nei momenti in cui avrebbe dovuto operare, cioè alla vigilia dello scoppio delle guerre e durante l’elaborazione dei trattati di pace; ma le ragioni di tale impotenza sono così evidenti, che il fatto non sorprende. Sorprende invece che tale inefficienza si dimostri anche sul terreno propriamente internazionale, quale è quello della unificazione europea. [...] Ma quando viene il periodo della ricostruzione, sono proprio i cristiani che si trovano in prima fila, quasi senza darsi previo appuntamento, nello schieramento europeista. Non vi mancano certo anche i rappresentanti del socialismo democratico [...].Ma ben più incisamente influì l’internazionale comunista che, nell’interesse dello stato-guida moscovita, deviò il movimento operaio dalla marcia verso l’Unione europea.39
Negli anni successivi alla morte di De Gasperi (avvenuta il 19 agosto 1954), la collocazione dell’Italia sul piano internazionale registrò importanti sviluppi, una volta risolta la questione dell’italianità di Trieste (1954) e ottenuto il seggio all’Onu (1955). Nel marzo 1957 l’Italia fu tra i firmatari dei trattati di Roma sulla cui base sorse la Comunità economica europea; da allora lo scenario continentale e l’europeismo divennero un banco di prova e di legittimazione sia per la classe dirigente sia per le opposizioni di sinistra. Fu in quel contesto che anche il socialismo italiano si aprì alla prospettiva dell’integrazione europea. Nella sinistra comunista invece, mentre durante la crisi d’Ungheria del 1956 era stata ribadita la scelta di campo con l’Urss, si ebbe comunque una vivace discussione tra partito e sindacato. Fu l’avvio di un ripensamento nei confronti dell’Europa, nel caso della Cgil con la prefigurazione di un europeismo e di un riformismo che, una volta intrapreso il processo di autonomia e quindi di effettiva diversificazione rispetto al mondo sovietico, non avrebbero mancato di investire l’identità del Pci e di tutta la sinistra italiana.
L’acquisizione di un’autonomia dal mondo comunista e sovietico in particolare si rivelò per il Pci lenta e contraddittoria, in realtà senza mai compiersi in modo definitivo. Essa fu segnata da due eventi simbolici. Da una parte, nel 1968, i comunisti espressero il loro dissenso aperto verso l’invasione della Cecoslovacchia a opera dell’esercito e dei carri armati dell’Unione Sovietica. L’anno dopo una delegazione del Pci entrava per la prima volta nel parlamento europeo avente sede a Strasburgo, perseguendo dall’interno delle istituzioni comunitarie la definizione di un progetto europeista teso ad accreditare anche sul piano internazionale la volontà di acquisire una legittimità di governo. Sempre nel febbraio 1969, al XII congresso nazionale, Enrico Berlinguer diventava vicesegretario del Pci, prefigurando l’ascesa al vertice di una nuova generazione (era nato nel 1922). Gli osservatori colsero subito il segno della discontinuità che si prospettava rispetto al passato con l’arrivo di Berlinguer:
è un uomo che, a quarantasette anni, non ha conosciuto le crudeli lotte interne dei primi venti anni del movimento comunista [...] con Berlinguer e i suoi coetanei, sta arrivando alla guida del comunismo italiano una generazione per la quale l’indipendenza da Mosca è una realtà psicologica prima che una scelta politica e che sembra decisa ad affrontare con originalità, al di là degli schemi precedenti, il problema della trasformazione sociale dell’Occidente.40
Pochi mesi dopo, andando a Mosca, Berlinguer avrebbe ribadito la condanna dell’invasione cecoslovacca e il principio dell’autonomia: «Noi respingiamo il concetto che possa esserci un modello di società socialista comunque valido per tutte le situazioni».41 Solo dalla seconda metà degli anni settanta però, in previsione delle prime elezioni dirette del parlamento europeo (nel 1979), il processo di integrazione continentale cominciò a imporsi con maggiore eco all’attenzione dei partiti italiani. Fu anche il caso del Pci, impegnato in un complesso ripensamento del suo atteggiamento verso la costruzione dell’Europa unita, nel quadro di un progetto di “eurocomunismo” (tra i paesi euro-mediterranei), prospettato per quanto rivelatosi privo di sviluppi concreti. Nel dicembre 1981, in occasione del colpo di Stato militare nella Polonia comunista, si sarebbe avuta la presa d’atto, sempre con Berlinguer, dell’esaurirsi ormai di una qualsiasi «spinta propulsiva» proveniente dalla rivoluzione bolscevica del 1917.