9.8 Nazione, antifascismo e anticomunismo

Negli anni di fondazione e di legittimazione dei nuovi assetti istituzionali postbellici, nel quadro delle sfere di influenza americana e sovietica, un aspro conflitto ideologico e simbolico insorse tra le idee dell’antifascismo, nel cui segno l’Europa usciva dalla guerra, e le idee dell’anticomunismo, nel cui nome invece le democrazie occidentali avrebbero ridefinito la loro identità nazionale. Si pose anche per l’Italia il dilemma di un passato, quale quello fascista, che si voleva rimuovere e che pure registrò le riconversioni antifasciste di tanti italiani, anche di figure note del mondo intellettuale. Tra la Liberazione del 25 aprile 1945 e la vittoria della Dc nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 il senso comune della maggioranza degli italiani slittò da un iniziale antifascismo a un pervasivo anticomunismo. Negli anni successivi, tra raffreddamenti e ritorni di interesse, le memorie del fascismo e dell’antifascismo,26 così come la contrapposizione tra comunismo e anticomunismo, sarebbero divenute oggetto di accese controversie politiche e culturali.

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Per un’utile antologia di fonti, cfr. F. Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2005.

La Costituzione fu l’espressione dell’antifascismo, che aveva accomunato nella Resistenza gli oppositori al regime di Mussolini. Essa divenne l’effettiva fonte di legittimazione di un’idea della patria repubblicana legata alla difesa dei valori costituzionali, rivelatasi vitale nei momenti di crisi: negli anni di radicale contrapposizione durante la guerra fredda così come lungo gli anni Settanta di fronte all’attacco terroristico alla democrazia. Eppure, nella traduzione della Costituzione nella prassi politica e nella legittimazione del governo del paese, fu l’anticomunismo a rappresentare il sistema di valori su cui costruire l’immagine di una repubblica “moderata” e “protetta”, da preservare all’interno dell’alleanza atlantica. L’anticomunismo divenne il vero collante di un’idea di nazione che potesse far riacquisire alla democrazia quei ceti medi borghesi che già avevano costituito il nerbo del consenso al regime fascista e che in maggioranza continuarono a diffidare dell’antifascismo e della Resistenza. Era un’idea di nazione che, allo stesso tempo, coniugava il sogno americano del benessere e i valori di una società italiana che ritornava a rispecchiarsi nei caratteri dell’egemone “nazione cattolica”. In ogni caso, furono questi i fattori culturali che connotarono l’antropologia politica degli italiani nei primi decenni della repubblica, congelando comportamenti esclusivistici e contrapposti modelli ideologici, alimentati da memorie divise che non si riusciva a collocare in una storia comune.

L’anticomunismo ebbe diverse declinazioni. Dal 1945 al 1961 fu pubblicata la rivista “Candido”, diretta da Giovanni Guareschi, in prima fila nella contrapposizione del 1948 al Fronte popolare, anche con caricature e disegni satirici che fecero scalpore.27 Conservatore prima che anticomunista, già rinchiuso in un lager tedesco, egli fu interprete di una fortunata “vulgata” anti-antifascista e anticomunista, dimostrandosi un giornalista abile e versatile. Al “Candido” – insieme al Msi e ai Comitati civici – si dovette un’accanita campagna di stampa per denunciare le vittime delle vendette dei “rossi” dopo il 25 aprile, in particolare in Emilia, indicate in modo fantasioso in circa 300 000. In realtà, secondo fonti ufficiali del ministro degli Interni, al novembre del 1946 le stime parlavano di 8197 «persone uccise, perché politicamente compromesse» e di 1167 «per lo stesso motivo, prelevate e presumibilmente soppresse».28 A Guareschi si dovette nel 1948 anche il romanzo Mondo piccolo,29 gratificato da un enorme successo, fino a diventare una serie di film e a tributargli un’inattesa popolarità.

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Per una raccolta di illustrazioni dal “Candido” del 1948, cfr. “Comunista sarà lei”, a c. di C. Bibolotti e F. Calotti, Fondazione Città Forte dei Marmi, Forte dei Marmi 2004.

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Il documento, datato 4 novembre 1946, conservato all’ACS, Min. Interni, Gabinetto 1950-1952, b. 33, fasc. 11.430/16, è pubblicato da M. Dondi, L’Italia repubblicana: dalle origini alla crisi degli anni settanta, Archetipolibri, Bologna 2007, pp. 160-161.

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G. Guareschi, Mondo piccolo. Don Camillo (1948), Fabbri, Milano 1994.

Quando aveva cominciato a scrivere Mondo piccolo non aveva certo immaginato quello che ne sarebbe seguito: dieci edizioni in Italia, 300 000 copie negli Stati Uniti, cinque edizioni in Francia, e persino una traduzione in finlandese. Poi gli autografi, le conferenze, i viaggi a Parigi e a Salisburgo per firmare le prime copie, infine anche l’offerta di diventare un divo del cinema.30

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E il regista telegrafò: ecco il paese che cercavo, in “L’Europeo”, n. 38, 1951.

I film sarebbero stati più di uno, dato il successo incontrato anche nelle sale cinematografiche. Protagonisti della saga paesana, nel comune emiliano di Brescello, erano il sindaco comunista Peppone e il prete don Camillo, esacerbati nelle contrapposizioni ideologiche ma in fondo capaci di convenire sul bene della comunità e di ricondurre quei furori al primato del buon senso. Guareschi fu umorista e prolifico giornalista-scrittore.31 Egli raffigurò l’Italia del tempo tramite la vignetta di un omone in «camicia nera, fazzoletto rosso, basco verde e, non si sa mai, pantaloni azzurri», che esclamava con enfasi: «guardami con rispetto, figlio mio: io sono la storia d’Italia!».32 Guareschi fu il principale e popolare animatore di una sorta di anti-mito della Resistenza. Interprete e fustigatore dell’“Italia provvisoria” postbellica, egli prefigurò la rappresentazione della “maggioranza silenziosa” degli anni a venire.

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Un Candido nell’Italia provvisoria. Giovannino Guareschi e l’Italia del “mondo piccolo”, a c. di G. Parlato, Fondazione Ugo Spirito, Roma 2002. Quindi A. & C. Guareschi, Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia di Giovannino Guareschi (dalle sue carte, riordinate dai figli), Rizzoli, Milano 1993.

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G. Guareschi, Mondo candido, 1948-1951, Rizzoli, Milano 2003, 26 settembre 1948 e 13 febbraio 1949, pp. 98 e 188.

Sussisteva inoltre un anticomunismo democratico, riconducibile al mondo intellettuale e culturale gravitante attorno alle “terze forze” laiche. Si univa un certo “disincanto” critico verso la democrazia repubblicana appena nata, sulla base di un originario sentimento antifascista che si coniugava a un altrettanto esplicito sentimento anticomunista. In tal senso, esemplare fu il carteggio che, negli anni nell’immediato dopoguerra, si scambiarono due intellettuali come Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini. Quando però, negli anni 1953-1954, tra alcuni oltranzisti italiani e l’ambasciatrice statunitense in Italia Claire Boothe Luce,33 dando forma all’idea di una democrazia che andava protetta dal pericolo comunista, venne prospettata la messa fuori legge del Pci, Rossi e Salvemini esplicitarono il loro dissenso. La contrarietà al comunismo non era tale da avallare una discriminazione politica. Scrisse Rossi all’amico il 12 dicembre 1954: «Nella attuale situazione italiana, mettere fuori legge i comunisti, vuol dire abolire la libertà di stampa, sciogliere i sindacati e fare le elezioni addomesticate, come le faceva Mussolini». E scrisse ancora il 16 gennaio 1955, a proposito di chi si trovava ad essere “compagno di strada” dei comunisti, come gli ex azionisti Ferruccio Parri e Piero Calamandrei:

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M. Del Pero, Anticomunismo d’assalto. Lettere di Indro Montanelli all’ambasciatrice Claire Boothe Luce, in “Italia contemporanea”, n. 212, settembre 1998, pp. 633-641.

La nostra non è una posizione di intolleranza: è una diversa posizione politica. Parri e Calamandrei sostengono che quando piove dobbiamo metterci sotto l’ombrello con i comunisti. Noi invece diciamo: camminare divisi e battere uniti. [...] Noi non diamo ostracismi a nessuno. Desideriamo solo mantenere una posizione chiara, comprensibile da tutti, nei confronti dei comunisti.34

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E. Rossi, G. Salvemini, Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, a c. di M. Franzinelli, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 752 e 765 per le due citazioni.

Gaetano Salvemini sarebbe ritornato sull’argomento, esplicitando ancor meglio l’atteggiamento verso i comunisti. Si imputava loro un «complesso pontificale», in quanto convinti di «possedere la verità assoluta» e quindi «in permanente stato di guerra contro il mondo capitalista in blocco», in attesa del «dies irae imminente». Emergeva un identitario sentimento antifascista e anticlericale:

Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati già dieci anni. Se passano altri dieci anni senza che avvenga la catastrofe, è lecito sperare che i comunisti guariranno della loro psicosi bellicistica e pontificale. Allora verrà anche per noi il tempo di abbandonare verso di essi una opposizione che ci pesa assai. Perché la nostra ostilità è permanente contro i fascisti e i clerico-fascisti e non contro i comunisti. Frattanto ognuno al suo posto: colpire uniti quando è il caso, marciare divisi sempre.35

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G. Salvemini, Complesso pontificale, in “Il Mondo”, 17 maggio 1955, che si cita da «Il Mondo». Antologia di una rivista scomoda, a c. di G. Carocci, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 232.