9.7 Il consolidamento della Repubblica (1948-1953)
La traduzione dei linguaggi della guerra fredda ebbe in Italia risvolti precoci e un’accelerazione nella primavera del 1947 – l’“anno della svolta” – in occasione della scelta di Alcide De Gasperi di escludere Psi e Pci dal nuovo governo; quando nel discorso pubblico furono immessi i linguaggi propagandistici intesi a rappresentare in modo persuasivo le allettanti promesse del Piano Marshall, con cui gli Stati Uniti proponevano aiuti massicci per ricostruire l’Europa, prefigurando la loro egemonia nell’area atlantica. Un confronto tra le campagne elettorali che si svolsero tra il 1948 e il 1953 permette di osservare come si andarono definendo i quadri mentali e politici. Fu rappresentata la dialettica tra antifascismo e anticomunismo, con la paradossale circostanza che la Repubblica era sorta sotto il segno del primo e si sarebbe consolidata sotto l’egida del secondo.
Avvenuta la separazione tra le sinistre e la Dc, alla guida del governo con i partiti laici, le prime elezioni politiche del 18 aprile 1948 furono fortemente influenzate dall’avvio della guerra fredda a livello internazionale. Eccezionali furono anche gli esiti del voto, dal quale, nell’estrema contrapposizione fra due idee di civiltà, le sinistre unite nel Fronte popolare uscirono apertamente sconfitte, con solo il 31% dei voti e con il Pci rivelatosi ormai primo partito. La Dc risultò vincitrice con il 48,5% dei suffragi e la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, acquisendo la legittimità a divenire il perno delle formazioni di governo. Alcuni attori partitici si ritrassero presto, altri confluirono in formazioni contigue, qualcuno disgiunse la propria via da quella originaria. Il responso delle urne, squarciato il velo dell’unanimismo di facciata propagandato dal regime fascista, evidenziava ancora la profonda frammentazione sociale e territoriale del paese. La politicizzazione e l’organizzazione dei partiti di massa si dimostravano inoltre deboli nella gran parte delle regioni meridionali, confermando una linea di continuità con il primo dopoguerra, ribadita anche dalla perdurante valenza localistica e notabilare della vita politica.
Facciamo un primo confronto tra le campagne elettorali che si svolsero nel giro di due anni, in occasione degli appuntamenti del 2 giugno 1946 e del 18 aprile 1948. Esse ebbero un forte carattere di mobilitazione, grazie all’eco maggiore dato dai nuovi mezzi di comunicazione (la radio, il cinema) accanto a quelli più tradizionali (i manifesti, i giornali e gli opuscoli, i comizi), già utilizzati dal regime fascista nella costruzione del consenso ma ora fruibili da parte dei contendenti in modo competitivo. La valenza principale di quelle elezioni fu la dirompente partecipazione politica degli italiani e delle italiane. Il segretario del Psi, Pietro Nenni, penalizzato doppiamente nella sconfitta del Fronte popolare tra le forze di sinistra, causa l’esiguo numero di candidati risultati eletti rispetto a quelli comunisti, pur recriminando sull’esito del voto, colse l’eccezionalità della mobilitazione che il mondo cattolico e moderato aveva saputo promuovere:
[È] con le armi della dannazione perpetua e dell’affollamento che al Fronte sono stati sottratti due dei dieci milioni di voti sui quali ragionevolmente le nostre organizzazioni contavano, e che, a beneficio della Democrazia Cristiana, sono stati strappati dalle case, dai conventi, dagli ospizi, due altri milioni di elettori normalmente indifferenti alle competizioni politiche.19
La Dc guidata da De Gasperi seppe compendiare con accortezza le nuove speranze e le paure antiche. Ciò avvenne anche attraverso la messa in campo sia di un’efficace retorica della storia sia di un universo di mobilitanti risorse simboliche; si pensi alla reviviscenza della devozione religiosa a Maria e all’immagine itinerante della Madonna, opposte a quella di Garibaldi privilegiata dal Fronte popolare. Fu il terreno su cui puntò la martellante propaganda dei Comitati civici, espliciti laddove invece la Dc mostrava più cautele. Creati da Luigi Gedda e ispirati dal Vaticano per insegnare ai cattolici come votare bene, i Comitati civici adottarono il contagioso modello della propaganda “contro”; in particolare, contro l’astensionismo e contro il comunismo. Nella difesa della “civiltà italiana”, il “voto cristiano” doveva proteggere la famiglia, soprattutto contro divorzio e libero amore, che secondo un manifesto dei Comitati civici la vittoria del Fronte democratico popolare avrebbe comportato.20 Il risultato fu il coinvolgimento di fasce di elettori che erano rimaste al margine della partecipazione politica, garantendo altresì la riconquista cattolica della società italiana. I comizi infuocati di padre Riccardo Lombardi, nelle piazze amplificate dai microfoni, presentavano l’alternativa tra una società integralmente cristiana e la denuncia della minacciata barbarie comunista. La singolarità del personaggio e del cambio di fase fu subito colta dagli osservatori del tempo: «In ordine di interesse giornalistico i cattolici hanno preso nella vita italiana il primo posto, tenuto fino al 18 aprile dai comunisti»,21 scrisse Vittorio Gorresio sul periodico popolare l’“Europeo”. Era il principale e più accreditato settimanale del dopoguerra, fondato da Arrigo Benedetti, con un formato eguale a quello dei quotidiani, con grandi fotografie e reportage sul campo affidati a giornalisti e scrittori di vaglia, capaci di raccontare e spesso di cogliere il “momento” a futura memoria.
La politicizzazione aveva intanto coinvolto il mondo sindacale, comportando la formazione di definite correnti di ispirazione ideologica, come se la militanza nell’organizzazione dei lavoratori fosse un prolungamento di quella partitica; nella sfera di influenza transnazionale propria ormai della Guerra Fredda tra Urss e Stati Uniti. Allo stesso modo in cui la Cgil era stata creata, una volta venute meno le ragioni della solidarietà antifascista e dell’iniziale mobilitazione a sostegno delle nascenti istituzioni repubblicane, l’organismo unitario si divise secondo coordinate politico-ideologiche. Furono infatti essenzialmente queste le motivazioni della rottura della Cgil: l’opposizione della componente cattolica allo sciopero generale decretato dal gruppo dirigente comunista (la cui rappresentanza vantava poco meno del 58% dei delegati congressuali ed esprimeva il segretario generale con Giuseppe Di Vittorio) in occasione dell’attentato alla vita di Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), leader del Pci. Dal contrasto sortì una prima scissione, approdata poco dopo nella costituzione della Libera confederazione generale italiana del lavoro (Lcgil). Su questo esito influirono anche le diverse affiliazioni alle centrali sindacali internazionali e le spinte – soprattutto di parte statunitense – affinché le componenti minoritarie della Cgil si sottraessero all’egemonia comunista. Osteggiando l’adesione della Cgil alla Federazione sindacale mondiale (di ispirazione sovietica), il 4 giugno 1949 repubblicani e socialdemocratici dettero infatti vita alla Federazione italiana del lavoro (Fil). La confluenza di Lcgil e Fil nella Confederazione italiana dei sindacati dei lavoratori (Cisl, il 1° maggio 1950) e la nascita quasi contemporanea dell’Unione italiana del lavoro (Uil) tra gruppi di repubblicani e socialisti democratici posero infine un sigillo al processo di riallineamento delle centrali sindacali nazionali secondo la suddivisione postbellica delle principali culture politiche. Ad essa corrisposero la frammentazione e la debolezza del sindacato nelle fabbriche e nelle relazioni industriali, almeno fino agli anni Sessanta.
Un assetto definitivo del sistema politico e dei partiti repubblicani si ebbe solo in occasione delle elezioni politiche del 1953, indette sulla base di una legge volta a modificare la rappresentanza parlamentare in senso maggioritario. Le opposizioni di sinistra la etichettarono come “legge truffa”, causa il forte premio di maggioranza previsto per chi avesse preso almeno un voto al di sopra del 50% dei consensi. Proprio per tale motivo, essi la contrastarono con l’ostruzionismo in parlamento e con una massiccia mobilitazione in campagna elettorale. Famoso fu quel manifesto comunista che adottava il modello della locandina cinematografica: titolo L’ultima truffa e regia di un allusivo De Gasperi (alias «Aspide de Capperi»), con la raffigurazione di un ladro che stringeva come refurtiva il premio di maggioranza e con una manchette che ammoniva «Vietato a tutte le persone oneste».22 La sconfitta della proposta, tendente ad assicurare per via legislativa una governabilità messa in discussione dall’erosione del consenso alla Dc, sancì la centralità del parlamento e quindi della rappresentanza proporzionale; ciò che, secondo i fautori della legge maggioritaria, avrebbe finito con il cristallizzare una democrazia destinata a scivolare nel consociativismo e nella partitocrazia. In realtà, il progetto di riforma elettorale risultò un’operazione difensiva intentata dalla Democrazia cristiana e dai partiti della coalizione centrista di governo; un espediente inteso a “bloccare” la democrazia repubblicana rispetto all’influenza delle opposizioni (di sinistra e di destra), con una forzatura se non con un’operazione malaccorta di ingegneria istituzionale.23 Il progetto parve contraddire lo spirito della Costituzione e fu inteso come una minaccia al ruolo delle opposizioni, trovando una larga contrarietà anche nel mondo intellettuale e culturale. Arrigo Benedetti, dopo il voto, commentò con un qualche sollievo lo scampato pericolo di «un rinnovato Stato pontificio»: «Gente che in buona fede aveva sostenuto, fino allora, la riforma elettorale diventò nel pomeriggio del 9 giugno proporzionalista per disperazione».24 «Legge truffa non era», ma certamente «legge infelice», con l’altrettanto «infelice artificio di un premio di maggioranza», scrisse anche Giuseppe Maranini,25 in quegli anni tra i più accreditati critici del proporzionalismo e tra i primi intellettuali a denunciare l’incipiente “partitocrazia”.