1.2 Martiri della libertà e luoghi di memoria
Nell’Italia dell’Ottocento, nel quadro della memoria dei caduti nel corso dei moti patriottici e delle guerre di indipendenza, ricorrente fu l’invocazione di quelle figure, individuali o collettive, le quali, in forza del sacrificio della vita in circostanze eccezionali, vennero additate come simboli delle virtù migliori di un popolo che si poteva riconoscere nell’orizzonte di un comune sentimento nazionale. Nel racconto risorgimentale la storia dei vincitori e la “contro-storia” dei “vinti” di parte democratica e repubblicana rinviano ad una distinta cultura della guerra nazionale; su un versante, a quella dell’esercito regio, sull’altro e soprattutto a quella del volontariato patriottico.
Tra i “vinti” del “Risorgimento democratico” dobbiamo ricordare Carlo Cattaneo (1801-1869), il quale vide inascoltati i suoi progetti federalisti e la sua idea di libertà. Intellettuale laico e razionalista, repubblicano e autonomista, egli non mancò l’incontro, nel 1848, con il popolo delle Cinque Giornate di Milano, forse il massimo momento epico del nostro Risorgimento e delle rivoluzioni democratiche nell’Europa del tempo. L’opera di Cattaneo induce a riconoscere che quella indicata e rappresentata dal direttore del «Politecnico» fu l’alternativa possibile e incompiuta, tanto per una libertà non limitata e concessa dall’alto, quanto dell’inserimento e della partecipazione dell’Italia al processo evolutivo europeo. Ripensando la sua opera dobbiamo ricordare che a Cattaneo si deve la definizione dell’esilio come «istituzione italiana»; costretto a un lungo espatrio in Svizzera dopo il 1848, egli riconobbe al poeta Ugo Foscolo un ruolo di profeta della nuova Italia, introducendo l’immagine poi divenuta paradigmatica: «e così Ugo Foscolo diede all’Italia una nuova istituzione: l’esilio»”.5 Quando invece ripensiamo al diffuso clima di romanticismo culturale e di forti passioni sentimentali, l’avvio di un possibile pantheon democratico di martiri dell’idea nazionale rinvia invece a Giuseppe Mazzini. Lo spunto gli venne dalla tragica conclusione del moto organizzato nell’estate del 1844 in Calabria dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera. Per l’occasione, nell’esilio londinese, Mazzini diede alle stampe un libro contenente un corpo di lettere dei due giovani. Corrispondendo a una sensibilità foscoliana verso il culto dei morti e mutuando aspetti del linguaggio agiografico cristiano, si evocava una sorta di “religione del sacrificio”. Il testo esordiva con dedica alla memoria di Jacopo Ruffini, l’amico prediletto degli anni giovanili, morto suicida in carcere nel 1833. Onorando, con i fratelli Bandiera e i loro seguaci, i «nuovi martiri» della «fede italiana», Mazzini prefigurava un lessico e un’etica del martirio patriottico che avrebbero fatto scuola. La fede nella libertà italiana andava alimentata di esempi virtuosi e di ricordi, grazie a cui corroborare l’apostolato e la militanza patriottici. Ecco allora l’invocazione del martire eroico, come espiazione dell’indolenza antica del popolo italiano e riprova altresì della nuova tensione ideale verso la conquista della libertà, come esempio di coraggio e come testimonianza di una vita virtuosa, non contaminata dalla macchia più insopportabile, quella del tradimento. Mazzini ricordava anche la moglie di Attilio Bandiera: «donna rara, al dir di chi la conobbe, per cuore, per intelletto e per bellezza di forme, vittima anch’essa, come Teresa Confalonieri, Enrichetta Castiglioni e tant’altre ignote a tutti fuorché ai pochissimi che rimangono a piangerle, della fatale condizione dei tempi che non concede in Italia esercizio di virtù cittadine senza il doppio martirio di sé stessi e di chi più s’ama».6 Il martirio eroico coniugava la dimensione etica e patriottica con quella privata e familiare, laddove emergevano anche esemplari figure di donne, sebbene però nel prevalente ruolo di mogli solidali e madri caritatevoli.
La costruzione di una prima galleria di biografie esemplari, volte a infervorare gli animi e a commuovere i lettori patriottici, si dovette a un libro pubblicato da Atto Vannucci nel 1848: I martiri della libertà italiana.7 Il libro andò presto esaurito e si dovette ristamparlo, così come sarebbe accaduto più volte negli anni successivi.8 Riflettendo le convinzioni repubblicane dell’autore – formatosi in seminario e che proprio nel 1848 abbandonò il sacerdozio – , il libro fissava nella rivoluzione francese e nella sua “traduzione” nella penisola italiana il momento di partenza del cammino verso la libertà; a partire dai giacobini di fine Settecento e senza soluzione di continuità rispetto ai patrioti carbonari e mazziniani. Come la chiesa di Cristo si era affermata attraverso il sacrificio e il sangue dei suoi martiri, allo stesso modo la libertà italiana nasceva attraverso il martirio eroico di più generazioni; uomini e donne, ma soprattutto tanti giovani, con memorie e ideali trasmessi dai padri ai figli.
I martiri della religione cristiana dicevano ai loro carnefici: Voi volete distruggerci, e non avete forza né modo di venire a capo del vostro disegno. Noi coltiviamo i vostri campi, sediamo nei vostri tribunali e nei vostri consigli, noi combattiamo nei vostri eserciti, noi popoliamo le vostre città e le vostre campagne: noi siamo legioni. Lo stesso potevano dire e hanno detto in Italia i Martiri della libertà: essi erano in tutte le classi, in tutte le condizioni sociali: erano fra i magistrati, fra i sacerdoti: erano nei palazzi e nelle capanne: e dappertutto combattevano strenuamente per lo stesso principio, e confermavano l’ardente fede col sangue.9
Il racconto di Vannucci si fermava al 1848, nel clima effervescente dei proclami al popolo e delle barricate delle Cinque Giornate di Milano. Il successo del libro al suo apparire e la persistente attualità delle lotte nazionali almeno fino al 1870, garantirono ad esso una duratura fortuna. La disponibilità inoltre di nuovi documenti e ulteriori approfondimenti avrebbero indotto l’autore a promuovere riedizioni di volta in volta implementate con aggiunte e correzioni. Si raccontavano cinquant’anni di vicende e di figure esemplari, nel nome della libertà dallo straniero e contro i sovrani dispotici; storie che andavano divulgate, per rinnovare il significato di quelle testimonianze e farle diventare patrimonio di una più larga memoria pubblica, così come per suffragare le motivazioni etiche e politiche del rivendicato riscatto nazionale.