1.1 Dalla Giovine Italia alla Giovine Europa, Mazzini e la visione transnazionale della politica

Se la dimensione internazionale aiuta a comprendere le rotte del pensiero politico dell’Ottocento, Mazzini ne fu un effettivo agente di trasmissione. La propaganda mazziniana fu un autentico vettore transnazionale di cultura politica: nazionalità e repubblicanesimo, rivoluzione e pace democratica furono i principali concetti messi in circolo attraverso le reti dell’esilio, della cospirazione, del dibattito intellettuale. In tal senso un ruolo essenziale svolsero Londra (come una delle capitali dell’esilio; Mazzini vi rimase dal 1837 alla fine degli anni Sessanta) e la Gran Bretagna (come centro di irradiazione una cultura politica liberale).

Già durante il Risorgimento nel mondo democratico si erano delineati i principi e le forme attraverso cui avrebbe preso corpo una moderna cultura dell’organizzazione politica. Con Mazzini, muovendo dalla traduzione critica delle eredità della Rivoluzione dell’89 e delle sette carbonare, fin dagli anni trenta il pensiero politico democratico italiano aveva messo in campo una propria capacità progettuale e organizzativa rispetto alle idee del liberalismo, assurgendo a una circolazione e a una dimensione europea. Nel declinare la sua azione politica attraverso i linguaggi artistico-letterari propri dell’età romantica, nelle sue Note autobiografiche Mazzini avrebbe del resto condensato, attraverso immagini e simboli colorati, quella che fu forse la sua prima «emozione politica». Era una domenica dell’aprile 1821, quando egli, sedicenne, passeggiando nel porto di Genova, incontrò gli esuli dopo «l’insurrezione piemontese», «erranti in cerca d’aiuto per recarsi nella Spagna dove la Rivoluzione era tuttora trionfante».1 Fu rispetto tanto alla tradizione settaria carbonara che al localismo dei falliti moti del 1831 – tra Marche, Romagne ed Emilia – che Mazzini, sul piano politico, rimodulò i simboli colorati del patriottismo in un orizzonte nazionale; ormai declinandolo in chiave anche repubblicana e quindi disgiungendo il primo da un necessario – e anzi scongiurato – approdo a uno stato unitario con forma di governo monarchica.

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G. Mazzini, Note autobiografiche [1861-1866], in Id., Scritti editi e inediti, Galeati, Imola 1938.

Nell’estate del 1831, con la fondazione a Marsiglia della Giovine Italia, Mazzini passò dal recupero della policromia repubblicana francese alla costruzione di una simbologia e di una iconografia autonome, repubblicane e italiane. Al tricolore nazionale egli abbinò la bandiera rossa come simbolo della parte più militante del repubblicanesimo e pronta al sacrificio della vita; secondo un indirizzo ideale a cui, prima che la sua immagine vermiglia fosse influenzata dal significato di rivoluzione sociale ad essa attribuito dal socialismo, egli sarebbe rimasto fedele per circa un ventennio. «I colori della Giovine Italia sono: il bianco, il rosso, il verde», recitava l’articolo VI dell’indirizzo programmatico dell’associazione. «La bandiera rossa del sangue di Cristo, trasmessa da Lutero alla Convenzione perché la piantasse sui cadaveri di venti battaglie di popoli, è sacra conquista per tutti noi. Nessuno oserà toccarla», avrebbe scritto Mazzini quattro anni dopo su «Fede e Avvenire».2 Sebbene non si ritrovino affermazioni più dettagliate circa il segno cromatico, non indifferente al colore verde si sarebbe dimostrata la scelta del ramoscello di cipresso come simbolo della Giovine Italia e soprattutto dell’edera come simbolo, nel 1834, della Giovine Europa. Se nel primo caso si poteva scorgere un adattamento della tradizione rivoluzionaria (l’albero della libertà) secondo la giovanile sensibilità letteraria, nel secondo caso invece era l’impronta politica a primeggiare, allo scopo di fare della foglia d’edera un segno di riconoscimento per i militanti che aderivano all’organizzazione transnazionale.

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G. Mazzini, Fede Avvenire (1835), in Id, Scritti editi e inediti (SEI), vol. V, Daelli, Milano 1863, p. 176.

Fu muovendo da una realtà, quale quella italiana, laddove alla mancanza di un’agibilità politica si univa la frammentazione territoriale del paese, che a Mazzini riuscì il vero e proprio capolavoro di affermare la centralità della nazione politica contestualmente alla promozione di uno strumento associativo grazie a cui organizzare e chiamare alla militanza una nuova leva di giovani rivoluzionari. Come osservò, prima di altri, Carlo Morandi, autore di un classico studio sui partiti politici italiani in prospettiva europea, Mazzini comprese l’opportunità e la necessità (dato il forzato esilio dei patrioti) di elevare la causa nazionale e l’apprendistato politico democratico a una dimensione sovranazionale.

[…] nel 1834, con la nascita della Giovine Europa, il problema italiano venne saldamente inserito nel più vasto moto delle nazionalità oppresse; e, più tardi, l’esperienza del cartismo inglese, congiunta nella mente del ligure con i primitivi influssi sansimoniani, accrebbe il movimento di un contenuto sociale destinato ad accentuarsi con gli anni, e a infondergli attraverso il principio associazionistico e cooperativistico dei lavoratori un inconfondibile carattere.3

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C. Morandi, I partiti politici nella storia d’Italia, Firenze, Le Monnier, 1974 (1ª ed. 1945), pp. 11-12.

In primo luogo, facendo proprio un concetto che ascendeva al socialismo utopico di Claude-Henry de Saint-Simon, Mazzini considerava l’associazione come valore in sé, uno strumento grazie a cui rigenerare la società sul piano morale e compiere il passaggio dall’atomizzazione individuale al concorso consapevole del popolo alla vita sociale e politica. Nella Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia (1831), Mazzini aveva chiarito che la forza di un’associazione politica non stava «nella cifra numerica degli elementi che la compongono, ma nella omogeneità di questi elementi, nella perfetta concordia dei membri circa la via da seguirsi». Nella prospettiva della lotta per l’indipendenza nazionale e privilegiando sia il proselitismo sia il protagonismo tra i giovani (occorreva avere meno di 40 anni di età per l’adesione), decisivo risultava il carattere educativo dell’organizzazione, preliminare allo scopo insurrezionale della Giovine Italia ma con un persistente carattere genetico nella successiva storia dell’associazionismo mazziniano e repubblicano:

Associazione tendente anzi tutto a uno scopo d’insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno essa espone i principi pe’ quali l’educazione nazionale deve avverarsi, e dai quali soltanto l’Italia può sperare salute e rigenerazione. I mezzi de’ quali la Giovine Italia intende valersi per raggiungere lo scopo sono l’educazione e l’insurrezione. Questi due mezzi devono usarsi concordemente e armonizzarsi. L’educazione, cogli scritti, coll’esempio, colla parola, deve conchiudere sempre alla necessità e alla predicazione dell’insurrezione, quando potrà realizzarsi, dovrà farsi in modo che ne risulti un principio d’educazione nazionale.4

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Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia, in: Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, vol. II, Galeati, Imola 1907, rispettivamente pp. 46-47 e 51 per le citazioni nel testo.

Grazie dapprima alla Giovine Italia e soprattutto alla Giovine Europa (tra Italia e Germania, Polonia e Ungheria), il tema della nazione italiana aveva assunto una rilevanza continentale, contribuendo a definire la natura del prototipo di “partito” quanto la valenza sociale e associazionistica della “democrazia” mazziniana. Con la Giovine Italia si presero le distanze dalle tradizioni settarie, quali la segretezza, i rituali di iniziazione e la mistica della cospirazione. Nonostante il forzato carattere clandestino, si prefiguravano i caratteri di una moderna organizzazione della politica: un programma definito e pubblico, una struttura stabile e un coordinamento di istanze territoriali, l’autofinanziamento garantito dall’adesione individuale e dalla pratica del proselitismo, l’educazione alla politica sulla base di un apostolato dotato di forti motivazioni morali, un sistema di comunicazioni interne tramite i cosiddetti “viaggiatori”, un corpo selezionato e acculturato di dirigenti, l’indicazione di un modello di organizzazione di società a cui tendere. Affidando la circolazione del programma ai “viaggiatori” e investendo sull’effetto domino della dinamica insurrezionale, l’ideazione e l’attivazione sul territorio sia della Giovine Italia sia della Giovine Europa perseguivano un policentrismo reso obbligatorio dalla condizione di esule in cui Mazzini si trovò per quasi tutta la sua vita, costretto a ragionare in termini di “interno” (la penisola italiana) e di “esterno” (le centrali dell’esilio), dunque di “centri” e di “periferie”, con la ridefinizione in chiave transnazionale di geografie spaziali, circuiti politici e mappe mentali.

Grazie al suo carattere unitario, la Giovine Italia fece sì che, in una penisola incentrata su stati regionali con poteri cristallizzati dai sovrani della Restaurazione, la ramificazione delle “congreghe” locali permettesse agli affiliati di essere messi a conoscenza di un progetto globale di unificazione nazionale e di costruzione del futuro Stato, in senso repubblicano e in termini interclassisti (con una forte componente popolare e artigianale). Una paziente opera di penetrazione nelle realtà locali trasformò le congreghe in snodo periferico di un partito che, per la prima volta, affermava la centralità dell’organizzazione nel perseguimento di un apprendistato politico che avveniva tramite l’azione rivoluzionaria e che si coniugava con l’idea della nazione democratica. Nonostante la rete clandestina della Giovine Italia venisse smantellata nel 1834, i militanti e i quadri formatisi in quei primi anni trenta contribuirono a ridestare nuove esperienze organizzative e a diffondere le idee nazionali che sarebbero confluite nelle rivoluzioni del biennio 1848-1849. All’indomani delle sconfitte patite anche in quell’occasione, Mazzini avrebbe ribadito i suoi concetti organizzativi dando vita al Partito d’Azione, resistente quanto sovente scompaginata trama organizzativa dei suoi seguaci.