Origini e impianto delle culture politiche
La “scoperta” e la costruzione di moderni spazi della politica avvennero negli “anni francesi” (1796-1814), quando nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica si affermò il principio di una sovranità imperniata sul binomio “popolo e nazione” e i giacobini sperimentarono idee e pratiche di governo repubblicano. Emersero i caratteri genetici del processo di politicizzazione: le culture associative, le forme organizzative “di parte” nella dialettica con le istituzioni statali, i canali e i luoghi di circolazione del “discorso pubblico”, i sistemi rappresentativi e le pratiche elettorali, le forme della militanza e la selezione della classe politica, l’immaginario collettivo e le forme simbolico-rituali nell’espressione delle emozioni politiche. La campagna d’Italia condotta da Napoleone Bonaparte non fu una guerra classica, come le altre nel corso del Settecento; essa fu forse la prima guerra “di propaganda” nell’accezione contemporanea. Fu nelle piazze rivoluzionarie del triennio giacobino e nel vivo di una «repubblicanizzazione» dello spazio pubblico che il tricolore italiano assunse un valore politico-civile e non solo militare.
Nella fase controrivoluzionaria (1815-1847) della Restaurazione, con la forzata clandestinità di discorsi “sovversivi” e di simboli colorati antagonistici, si andò consolidando un processo duplice di rappresentazione della “nazione Italia” ancora più immaginata che reale: tanto nelle diverse località della penisola assurte a centri di cospirazione politica quanto nelle percezioni che della “Italia politica” – non solo di quella culturale – si aveva al di fuori del paese, in primo luogo dove si insediarono comunità di esuli ed emigrati. La metafora politica della coscienza nazionale, secondo l’ideologia liberale che aveva Milano come suo crocevia principale, divenne sempre più percepibile; attraverso la storia patria e il melodramma, la letteratura e l’arte, la cartografia come il simbolismo politico, le rappresentazioni cromatiche condensarono l’ondata emotiva generata dal movimento culturale storico-romantico in narrazioni sulla “nazione italiana” che divennero una sorta di comune sostrato pre-politico cui i patrioti guardavano; fossero essi repubblicani o monarchici, unitari o federalisti, cattolici neoguelfi o papisti integralisti. Se dopo l’età napoleonica campeggiò in Europa un conflitto tra istanze dinastiche e aspirazioni repubblicane, accadde qualcosa di analogo anche in Italia, con il contrasto tra moderati e democratici nella declinazione di valori liberali e nazionali, soprattutto allorquando, tra gli anni trenta e quaranta, maturò la trasformazione del sentimento di italianità e di patria da lascito culturale in progetto politico. L’opinione pubblica divenne un attore fondamentale nelle dinamiche civili e politiche, mettendo a frutto quegli spazi di agibilità che comunque gli Stati della Restaurazione conservavano. In Europa – tra Londra e Parigi, fino a Milano ed alle principali città italiane – una rete transnazionale di riviste e congressi scientifici, salotti e gabinetti di lettura, alimentò l’ascesa di una avvertita “pubblica opinione”, sebbene essa convivesse con un circuito parallelo di sette e società segrete, fonti di cospirazioni e rivolte, spesso velleitarie e senza esiti.
Prima dello stato nazionale, in Italia una legislazione sul diritto di associazione era generalmente mancata negli stati regionali preunitari. Nel Regno di Sardegna, dal 1848, con la libertà di esprimere le opinioni in forma pubblica e con la tutela del diritto di riunione garantito dall’art. 32 dello Statuto Albertino, pur in assenza di espliciti riferimenti, la facoltà di riunirsi in associazione divenne più facile. Rimaneva l’esclusione per le società segrete e i sodalizi apertamente ostili alle istituzioni: una circostanza che sarebbe ritornata in alcuni momenti di crisi dell’età liberale. Fu quanto dovettero affrontare i movimenti politici popolari dell’Italia postunitaria: democratico-repubblicani, anarchico-socialisti e cattolici. La conquista di una legittimità per i sodalizi politici dovette insomma misurarsi con una legalità frequentemente discussa o addirittura negata. Fu una sfida continua, causa l’incompiuta sintesi tra liberalismo e democrazia che contraddistinse il processo di formazione dello Stato unitario.Nella società civile e al di fuori della vita parlamentare le forze di opposizione si diedero proprie forme organizzative di natura partitica muovendo da pulsioni distinte: religiosa con i cattolici, istituzionale con i fautori della repubblica, socioeconomica con i socialisti. Nella cultura politica e tra i fautori delle istituzioni monarchico-liberali rimasero invece forti ostilità verso forme associative politicizzate; si guardava ad esse come una “parte” che attentava agli equilibri affermatesi con l’unificazione e la nascita dello stato nazionale.