Italiani fuori d’Italia, l’esilio e l’emigrazione

Se consideriamo il Risorgimento come una declinazione del nazionalismo ottocentesco, è fecondo un approccio che cerchi di mettere in correlazione i modelli politico-istituzionali europei e americani con le specificità italiane dei movimenti ideologici e culturali. In tal senso, va riservata una particolare attenzione all’esilio e all’emigrazione (senza rigide distinzioni tra quella politica ed economica) dei tanti (almeno tremila) che fuggirono dagli stati preunitari illiberali, preferibilmente verso l’Europa del nord (soprattutto tra Parigi, Bruxelles e Londra, centri politici e intellettuali transnazionali), quando non oltreoceano, verso le Americhe. Ad essi si dovette l’intensa circolazione transnazionale di idee e linguaggi nonché di pratiche sociali e istituzionali. Possiamo datare la nascita del nazionalismo ottocentesco intorno al 1820, quando, in seguito all’affermazione dei movimenti di liberazione nazionale nell’America Latina, esso irruppe in Europa (in Spagna e Portogallo prima che in Italia e in Grecia), con la mobilitazione di un volontariato internazionale mosso da pervasivo spirito di fratellanza verso i popoli oppressi. Fu da allora che anche nel linguaggio politico dei patrioti italiani cominciarono a circolare i concetti di “liberale” e “liberalismo”, contro il dominio austriaco e nel nome di un rivendicato costituzionalismo, con proposizioni anche avanzate in senso repubblicano. Fu un processo che nel corso di un secolo (con i nuovi assetti del primo dopoguerra, nel 1920) avrebbe mutato radicalmente gli equilibri europei; quando l’aspirazione alla nazione come luogo della cittadinanza politica avrebbe caratterizzato sia i linguaggi sia le pratiche delle costituzioni liberali.

Nel quadro di uno spazio euro-mediterraneo che attraverso le ramificate reti transnazionali dell’esilio declinava i valori condivisi del nazionalismo e del liberalismo, la storia sociale e culturale del Risorgimento non può dissimulare il “contesto” politico e istituzionale del movimento patriottico. Interrogandoci sulla formazione delle culture politiche nell’Italia del XIX secolo, possiamo muovere dalle eredità del periodo giacobino e francese nella “scoperta” della politica e della nazione, quindi dai moti del 1820-21 tra Torino e Napoli, focalizzando l’attenzione sui progetti unitari e repubblicani dell’esule Giuseppe Mazzini, osservando nel biennio 1848-49 il rilievo delle costituzioni negli stati pre-unitari nel limitare il potere dei sovrani e favorire l’emergere di una moderna opinione pubblica e soprattutto valutando l’impatto di una estensione dello Statuto albertino – realtà, simbolo e mito allo stesso tempo – dal Piemonte al Regno d’Italia (con la sua nascita nel 1861). L’unificazione nazionale avvenne in Italia nel segno di un liberalismo e di una monarchia costituzionale – quale quella di Casa Savoia – che comportarono la ridefinizione delle stesse culture politiche di opposizione. Nel momento in cui lo Stato unitario incentivò la nascita di una opinione pubblica nazionale e segnò la tappa finale dello scontro tra liberalismo ed assolutismo, esso manifestò la presenza italiana e la questione del potere temporale della Chiesa nel vivo delle relazioni internazionali, rendendo palese quelle reciproche influenze presenti tra Italia e paesi euro-americani che prima gli esuli (per motivi politici, ma non solo) e quindi la successiva massiccia emigrazione (per prioritarie ma non esclusive necessità economiche) avrebbero rappresentato in molteplici forme.